Wonder Boy: The Dragon’s Trap, la recensione ventotto anni dopo

Recensioni
Lorenzo Prattico
Concepito davanti Monkey Island, sopravvivo grazie al sushi, al kebab e all'immensa gioia del sapere che chi preferisce il settimo Final Fantasy all'ottavo, prima o poi, morirà.

Concepito davanti Monkey Island, sopravvivo grazie al sushi, al kebab e all'immensa gioia del sapere che chi preferisce il settimo Final Fantasy all'ottavo, prima o poi, morirà.

Tempo di lettura: 5 minuti

Nel 1989, sulla parte più alta dell’originale confezione in cartone di Wonder Boy III: The Dragon’s Trap,  si poteva leggere ”With Password Save!”.

Così, con il punto esclamativo.

Pochi anni prima aveva fatto parlare di sé Gauntlet Legends, il gioco aveva una, per quanto arcaica, componente rpg: abilità specifiche e progressi del giocatore potevano essere codificati con un sistema di salvataggio a password.

Da quel momento in poi nella storia dei videogiochi, la tua partita era davvero ”tua”, il cabinato arcade non ti faceva ricominciare dall’inizio ogni partita per spillarti più soldi possibile: ragazzini di tutto il mondo correvano da una sala giochi all’altra con il loro pezzo di carta pieno zeppo di password scritte a matita.

Wonder Boy III: The Dragon’s Trap uscì per Sega Master System ventotto anni fa e tra salvataggi a password, design d’eccezione e musiche da fischiettare per il resto della vita, fece innamorare chiunque.

Arrivò il momento in cui si trovavano in circolazione più copie taroccate che originali, è storia la copia brasiliana con il gioco completamente identico ma con al posto di Wonder Boy i protagonisti del fumetto Monica’s Gang (chi lo conosce è bravo) e perfino il gioco originale uscì in più di tre versioni ufficiali, ognuna con un nome diverso.

Ma in tutta questa confusione Sega lo sa che abbiamo ancora da qualche parte i foglietti con le password: per questo appena aperto il nuovo Wonder Boy abbiamo provato a inserire i codici originali e… funzionano.

Anche solo per questo, i ragazzi di LizardCube meriterebbero applausi e cinque alti a vita.

Ma per il resto? Andiamo a scoprirlo!

Non è un paese per vecch…ma si, anche per loro

Un Drago Mummia Maiale. Si. Qualcosa da ridire?

Quant’è bello poter scegliere dall’inizio se interpretare Wonder Boy o la nuova arrivata Wonder Girl?

Recap veloce: nell’episodio precedente Wonder Boy in Monster Land, Wonder Boy ha sconfitto il Meka Drago che, in punto di morte, lo maledice trasformandolo in un draghetto sputafuoco.

Il gioco inizia proprio dallo scontro dei due (col cavolo che ci fanno rigiocare la versione originale, l’hanno semplificato: c’è gente che ha divorziato per finire Wonder Boy in Monster Land) e via, alla ricerca di un modo per tornare umani.

Purtroppo (o per fortuna) Monster World ha sei boss, sei draghi pronti a farci le penne e -in alternativa- a maledirci nel caso li facessimo fuori: e allora divertiamoci a cambiare forma da umano a piranha, da falco a leone, da drago a topo.

Ogni maledizione ci permetterà di avere particolari abilità, utili a superare specifiche zone del mondo, permettendoci anche, ad un certo punto del gioco, di switchare da una forma all’altra per risolvere i vari enigmi.

Il leone sarà più potente, il topo potrà intrufolarsi ovunque e così via, rendendo obbligatorio avventurarsi in questo mondo così affascinante e colorato, alla ricerca di dove poter sfruttare la forma ”mannara” in cui ci si trova.

E già da qui si vede il vero Amore che LizardCube ha riversato nell’opera: qui non si parla di un semplice restyling, persino il sistema di combattimento e movimento è stato reso 2.0, con hitbox ridefinite ed animazioni create ad hoc, rendendo il gioco più fluido e dinamico della versione originale.

La difficoltà diventa selezionabile, la più complicata addirittura a tempo; la scelta delle armi e delle armature, ognuna che varia statistiche e abilità in base alla forma con cui la indosseremo, ci renderà felici come bambini, i bambini che erano i nostri genitori quando lo provarono la prima volta…

Hanno migliorato Wonder Boy.

Ma vi rendete conto?

Quanti anni hai? Ma dai! Ne dimostri 28 di meno!

Conosciamo gente invecchiata peggio, per dire.

L’animo del giocatore vecchia scuola scheggia denti è stato rispettato.

E il buon gusto?

Se c’è una cosa che si rischia con il lifting è diventare una copia masticata, digerita male e rivomitata di noi stessi: per remake nel mondo videoludico si intende svendere l’anima di un capolavoro di vent’anni prima, affidare l’ottimizzazione in Hd ad uno studio semi-sconosciuto e tutti contenti, tanti saluti, non perdiamoci di vista, ci si rivede tra vent’anni col 3D.

Wonder Boy: The Dragon’s Trap, no.

La LizardCube, in collaborazione con il game director dell’originale Wonder Boy, Ryuichi Nishizawa, è riuscita a mantenere intatto lo spirito del gioco per Master System, ma allo stesso tempo reinterpretandolo con uno stile tutto nuovo, dalla grafica alle musiche.

Omar Cornut e Ben Fiquet, i due colpevoli di quella poesia grafica che era Soul Bubbles, si ritrovano insieme a regalare una nuova linfa cartoon al gioco e rendendo felici anche i più old school: i due hanno sovrapposto le due tracce grafiche per poter passare dalla nuova veste a quella a 8 bit in qualsiasi momento del gioco, con un semplice tasto.

Michael Geyre pensa alle musiche, reinterpretando quelle originali di Shinichi Sakamoto, tenendole in palmo di mano, accarezzandole come un animale prezioso.

Una colonna sonora e un comparto audio che rispettano lo stile originale minimal, dove minimal non significa mai semplice.

Tutto lascia percepire che ci troviamo di fronte ad un gioco fatto di fan per i fan ma allo stesso tempo riuscendo a portare alla ribalta una saga che sembra quasi la nuova generazione di gamers abbia dimenticato…balordi.

Ancora state leggendo? Cosa aspettate?

Si sta come in primavera, sui ciliegi, le ciliege

Rispettare qualcosa che sia ama, migliorandola per renderla più fruibile a chi non la conosce: Wonder Boy: The Dragon’s Trap è questo, un’atto d’amore.

I ragazzi di LizardCube hanno perfino aggiunto una galleria per potersi gustare in tranquillità i disegni del gioco: grazie.

Il remake è fatto bene a tal punto che se c’è proprio da trovare per forza un difetto…è colpa proprio del gioco originale! Già all’epoca, quando il gioco uscì per contrastare Zelda II: The Adventure of Link, venne evidenziata la pecca della poco longevità rispetto al concorrente, e il problema rimane.

La rigiocabilità si può basare unicamente sul fattore estetico e di sfida, ma niente di più. Aggiungere nuovi livelli sa molto di bestemmia, ma forse, forse, vedendo l’Amore messo in gioco dal team di sviluppo, non sarebbe stato male.

Per una ventina d’euro su ogni piattaforma: è da prenderlo subito e tenerlo al caldo per almeno, almeno, i nostri nipoti.

Wonder Boy: The Dragon's Trap

8.2

Narrazione

7.0/10

Gameplay

7.5/10

Grafica

10.0/10

Musiche

8.5/10

Vecchia Scuola, Baby

8.0/10

Pros

  • Un remake con un anima
  • Estetica favolosa
  • Musiche uniche
  • Gameplay vecchia scuola, severa ma giusta
  • Simpatiche aggiunte, dalla difficoltà a Wonder Girl

Cons

  • Poca longevità
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