Wolfenstein Youngblood Recensione, si torna a cacciare nazisti

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Riccardo Cantù
Super appassionato di tutto ciò che è entertainment. Musica, Videogiochi, Cinema, Fumetti, Letteratura sono il suo pane quotidiano. Ama anche il wrestling ma non c'ha mai provato a casa. Forse.

Super appassionato di tutto ciò che è entertainment. Musica, Videogiochi, Cinema, Fumetti, Letteratura sono il suo pane quotidiano. Ama anche il wrestling ma non c'ha mai provato a casa. Forse.

Tempo di lettura: 7 minuti

Il mondo dei videogiochi, nel corso degli anni, è cambiato parecchio: sono nati nuovi generi, altri si sono evoluti col tempo, altri ancora hanno dovuto adattarsi ai gusti cangianti del grande pubblico. Anche le serie più blasonate, infatti, a un certo punto della loro storia, si sono trovate di fronte a un bivio che non lasciava molto spazio di manovra: si trattavi di evolversi o di essere dimenticate. Basti pensare al settimo capitolo di Resident Evil che ha dovuto cambiare completamente aspetto per venire incontro alle nuove tendenze del genere (fortunatamente con ottimi risultati, ndr) o all’immortale saga di Call of Duty che, nel tentativo di rinnovarsi ogni hanno, ha finito per perdere una parte della propria identità.

Eppure c’era chi ancora non si rassegnava, c’era chi ancora perseguiva un modo di creare videogiochi forse antiquato, forse addirittura desueto ma che sapeva toccare le giuste corde nel cuore degli appassionati di vecchia data. Stiamo parlando, per fare un esempio tra tanti, di Bethesda e MachineGames che, in un’epoca in cui gli sparatutto fanno della componente online, delle lootbox e delle modalità battle royale il proprio cavallo di battaglia, si ostinavano a proporre uno shooter vecchia scuola come Wolfenstein che si basava su scontri a fuoco viscerali e poderosi, su una storia dannatamente sopra le righe e su un setting assolutamente memorabile.

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Perché parliamo al passato? Perché dopo The New Order, The Old Blood e The New Colossus, trittico di titoli che si rifacevano appunto alla vecchia scuola dei first person shooter, MachineGames ha deciso di cambiare le carte in tavola e, con l’aiuto di Arkane Studios (padri di un’altra saga molto popolare prodotta da Bethesda, quella di Dishonored), ha lanciato sul mercato un nuovo spin-off della serie Wolfenstein, denominato Youngblood.

Già dai primi trailer di annuncio, Youngblood sembrava voler cambiare radicalmente la formula alla base della saga reboot dedicata a BJ Blazkowicz proponendo dei nuovi protagonisti, una struttura di gampelay modificata e, per la prima volta nella serie, una componente multiplayer sotto forma di cooperativa online. Saranno riusciti i due talentuosi team di sviluppo a unire le forze per sfornare un nuovo, sfolgorante successo? Scopritelo con noi nella nostra recensione!

“SIAMO NATE PER UCCIDERE NAZISTI”

Wolfenstein: Youngblood, come dicevamo, rinuncia a narrare un’ulteriore porzione della storia del possente BJ Blazkowicz (storico protagonista della serie) e ci porta nella Francia del 1980, ben 20 anni dopo la conclusione degli eventi visti in The New Colossus.

Le eroine di questa nuova avventura targata MachineGames e Arkane Studios sono Soph e Jess Blazkowicz figlie gemelle di BJ, allevate come eredi del più grande flagello che l’impero nazista abbia mai conosciuto. Nonostante gli sforzi del nostro eroe e le numerose sconfitte inflitte alla macchina da guerra tedesca, infatti, la distopia di Wolfenstein non accenna a mollare il passo e ci offre un nuovo punto di vista sull’incubo a occhi aperti che sarebbe stata la dominazione nazista sul territorio europeo.

Terror Billy, ormai avanti con gli anni, è sparito dalla circolazione all’improvviso e toccherà alle due figlie (ben addestrate ma estrenee ai veri campi di battaglia) fare luce sulla sorte del proprio padre. Quale sarà la ragione dietro l’allontanamento di BJ dal tetto familiare?

Non andiamo oltre con la narrazione per non rovinarvi il gusto della scoperta di una storia parecchio scanzonata ma che non mancherà di farvi riflettere in alcuni frangenti, interessante dall’inizio alla fine e che saprà mantenere alto l’interesse del giocatore fino ai titoli di coda. Da questo punto di vista, il lavoro di MachineGames e Arkane non poteva essere migliore, soprattutto data la natura di spin-off di questo Youngblood.

Quando Wolfenstein incontra Dishonored

Se dal punto di vista della trama ci sentiamo di promuovere a pieni voti gli sforzi dei team di sviluppo, da quello del gameplay non possiamo nascondere di essere rimasti parecchio interdetti. Intendiamoci, non si tratta di un brutto titolo o di un prodotto dotato di difetti macroscopici ma piuttosto di un ibrido tra classico e innovativo dai tanti pregi ma dagli altrettanti difetti.

Partiamo col dire Wolfenstein: Youngblood è un titolo pensato per essere fruito in cooperativa: tutta la campagna di marketing del gioco, la presenza di un pacchetto in edizione fisica che consente di invitare a giocare un amico anche se sprovvisto di una copia del gioco e anche la stessa tagline puntano ad un gioco creato per essere sperimentato in compagnia. Scegliendo di giocare in single player, si verrà affiancati dall’intelligenza artificiale che, per quanto svolga il proprio compito piuttosto bene, non sarà sufficiente a godersi appieno questa nuova iterazione di Wolfenstein.

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Le fasi di shooting, vere protagoniste dell’opera, ricordano molto da vicino quelle viste nei precedenti capitolo della saga ma hanno subito alcune modifiche radicali che mescolano i principi degli shooter in prima persona con quelli degli RPG, un po’ come accadeva in Borderlands, per fare un esempio. I nemici, infatti, contrariamente rispetto al passato, non possono essere abbattuti semplicemente con la forza bruta ma presenteranno punti di forza e debolezze che andranno sfruttati per avere la meglio su di loro.

Alcuni avversari saranno dotati di una corazza protettiva che potrà essere rimossa solo con un tipo di arma specifico, altri potranno essere colpiti solo alle spalle, altri ancora necessiteranno della collaborazione tra i due giocatori per essere eliminati. Insomma, l’influenza di Arkane si fa sentire e, per quanto questa scelta contribuisca a stratificare il gameplay del titolo, non possiamo fare a meno di pensare che, probabilmente, questa nuova formula non si sposa granché bene con lo stile viscerale e adrenalinico che aveva contraddistinto i primi episodi costringendo il giocatore a procedere con cautela per non essere eliminato prima del tempo per mancanza di precauzione.

Dal punto di vista della struttura ludica, inoltre, Youngblood è dotato di una hub centrale da cui è possibile raggiungere varie zone di Parigi che ci troveremo più volte a visitare nel corso della storia: le missioni principali, quelle secondarie e gli obiettivi opzionali sono disseminati in giro proprio come nel più classico dei giochi di ruolo open world e, di conseguenza, sarà necessario passare ripetutamente nelle ambientazioni dopo aver raggiunto il livello di esperienza utile a non essere obliterati dagli avversari più potenti. In poche parole: tanto backtracking che da un lato tenta di mascherare la poca varietà di scenari disponibili ma dall’altro apre le porte ad un level design poco lineare, molto verticale e, soprattutto, pieno di segreti da scovare.

L’equipaggiamento a disposizione delle due “Gemelle Terribili” è variegato e ben implementato: si passa dalle classiche pistole doppie al potentissimo shotgun a ripetizione, dal fucile d’assalto alla mitraglietta, dal fucile laser capace di abbattere le corazze più resistenti alle accette da lancio per le eliminazioni stealth e tanto altro. Ognuna delle bocche da fuoco può essere modificata e personalizzata nell’aspetto e nelle prestazioni tramite la spesa delle monete d’argento disseminate ovunque nel mondo di gioco consentendo al giocatore di adattare l’arsenale al proprio stile di gioco. Anche la nostra protagonista (che potrà essere selezionata a inizio partita) può essere potenziata salendo di livello e spendendo i punti abilità in uno dei tre rami a disposizione in modo da guadagnare punti vita, nuove mosse offensive o la possibilità di schivare i colpi con uno strafe laterale.

La contaminazione del genere RPG in questo spin-off di Wolfenstein e palpabile in ogni aspetto. Chiudiamo la disamina parlandovi del matchmaking che funziona invero piuttosto bene ma che, ci teniamo a dirlo, nasconde un’insidia decisamente fastidiosa: se ci si unisce ad una partita in corso, invece che ospitarne una, non si ha modo di vedere a che punto della storia sia il nostro compagno e si rischia di ritrovarsi in una situazione di gameplay molto avanzata che potrebbe minare il gusto della scoperta di una trama molto interessante. Fate attenzione.

TECNICAMENTE PARLANDO

Dal punto di vista tecnica, Wolfenstein Youngblood è una vera e propria gioia per gli occhi. La direzione artistica eccellente che restituisce in modo perfetto il setting distopico che andremo ad esplorare unita alla potenza incredibile dell’id Tech 6 si traduce in un impatto visivo davvero di prim’ordine. Va detto che le due nuove protagoniste, Jess e Soph non hanno nemmeno minimamente il carisma che aveva loro padre ma si lasciano seguire con piacere in un’avventura violenta e adulta ma allo stesso tempo parecchio divertente.

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Il level design, come dicevamo, rinuncia alla linearità dei precedenti capitoli per offrire una soluzione semi-open world che cozza lievemente con il gameplay tipico di Wolfenstein ma che comunque non inficia la godibilità complessiva del titolo. Anche dal punto di vista sonoro e del doppiaggio in italiano, il lavoro svolto da MachineGames e Arkane Studios è più che buono e anche la longevità è adeguata per il prezzo a cui viene proposto.

IN CONCLUSIONE

Per concludere, Wolfenstein Youngblood è un esperimento di ibridazione tra due generi parecchio in voga riuscito solo a metà a causa della peculiarità del gameplay di base della serie. Abituati a distruggere agilmente eserciti interi di qualsiasi amenità la macchina da guerra nazista ci avesse lanciato contro nei precedenti capitoli, l’idea di affrontare strategicamente gli scontri in questo nuovo episodio non ci ha esattamente entusiasmato, per quanto non possiamo fare a meno di riconoscere l’ottimo lavoro di programmazione e realizzazione tecnica svolto da MachineGames e Arkane Studios.

Se siete disposti ad accettare un’importante snaturazione dei canoni tipici della serie in cambio di un’esperienza cooperativa divertente in stile Borderlands, Wolfenstein Youngblood è il titolo che fa al caso vostro, soprattutto considerando il prezzo budget a cui viene venduto. Se, invece, pensate di trovarvi tra le mani un nuovo episodio classico di Wolfenstein come The New Order o The New Colossus fareste meglio a guardare altrove… potreste rimanere delusi!

Wolfenstein Youngblood

39.99€
7.3

Trama

6.0/10

Gameplay

7.0/10

Grafica

8.5/10

Sonoro

8.0/10

Longevità

7.0/10

Pros

  • Tecnicamente splendido
  • Meccaniche di gameplay solide...
  • Level Design interessante
  • Ottimo prezzo

Cons

  • I.A. deficitaria
  • ...ma non sempre ben implementate
  • Troppo backtracking

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