Trent’anni di Final Fantasy – ecco i titoli preferiti dai nostri redattori

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Da quella prima Fantasia Finale pubblicata dall’allora Square Soft come ultimo tentativo di rimanere nell’industria videoludica prima di chiudere i battenti sono passati ben trent’anni e, da allora, diversi titoli si sono susseguiti e hanno saputo incantare diversi tipi di giocatori appassionati di JRPG e non (soprattutto con il passaggio da SquareSoft a Square Enix).

Con epopee e ambientazioni adatte ad ogni gusto e con personaggi carismatici e indimenticabili, abbiamo deciso di festeggiare i trentanni della serie (il primo Final Fantasy veniva ufficialmente pubblicato in Giappone il 18 dicembre 1987 su Famicom) chiedendo ai nostri redattori quale Final Fantasy ha conquistato maggiormente i loro cuori. Prima di presentarvi le loro risposte, vogliamo invitarvi a farci sapere qual è il capitolo della serie che ha invece stregato il vostro cuore. I commenti e i social esistono proprio per questo!

PS: per non fare torto a nessuno, le dichiarazioni d’amore dei nosti redattori saranno riportate in ordine alfabetico!

Riccardo Cantù – Final Fantasy X

La serie di Final Fantasy rappresenta qualcosa di davvero importante per me, come videogiocatore e come persona. Come fosse un parente che mi ha tenuto per mano per tutta la durata della mia crescita di appassionato di questo meraviglioso media, con la saga di Square Enix ho sempre avuto un rapporto di affetto incondizionato seppure più volte abbia deluso le mie aspettative.

Ricordo ancora da bambino le decine e decine di ore spese con Cloud, Barrett, Tifa e compagnia, tra dialoghi allora per me incomprensibili, boss dannatamente impegnativi e una storia di quelle che ti colpiscono duro, dritto al cuore. Col passare del tempo, poi, ho giocato gli episodi successivi, le avventure di Squall Leonhart e quelle di Zidane Tribal, tuttavia, per quanto fossero titoli eccellenti sotto ogni punto di vista, non hanno saputo lasciare dentro di me lo stesso solco profondo che aveva impresso Final Fantasy VII. All’improvviso, però, quando ero solo un ragazzino agli ultimi anni delle elementari, il mio mondo venne completamente sconvolto dall’arrivo della decima incarnazione di Final Fantasy, sulla neonata PlayStation 2.

Final Fantasy X, lo considero ancora oggi tra i titoli più belli che abbia mai avuto la fortuna di vivere. In quel gioco c’era TUTTO. Una trama epica e allo stesso tempo malinconica, una storia di guerrieri potenti e persone fragili, un’avventura fatta di combattimenti all’ultimo sangue e colpi di scena strazianti, il tutto condito da una struttura di gameplay allo stato dell’arte.

Ci voleva un attimo a perdersi tra le strade del mondo di Spira, di Zanarkand e delle splendide ambientazioni imbastite da Yoshinori Kitase e soci. I personaggi, inoltre, caratterizzati in modo esemplare, in poche ore di gioco erano già entrati sotto la pelle, facendoci affezionare alle loro vite, alle loro debolezze, alle loro speranze come pochi altri titoli, a quei tempi, avevano saputo fare. E che dire della sferografia, introdotta appositamente in questo capitolo, con cui potevamo personalizzare a fondo lo stile di lotta dei nostri eroi preferiti per farli assomigliare, il più possibile, a noi stessi. A chiudere il cerchio ci pensava una colonna sonora composta da brani del solito Nobuo Uematsu decisamente memorabili e che, a pensarci oggi, ancora fanno salire brividi lungo la schiena.

Insomma, l’odissea di Tidus, Yuna, Auron, Wakka, Kimahri, Rikku e Lulu è una di quelle avventure che ti porti dietro per tutta la tua vita, una di quelle da raccontare ai tuoi cari per far loro capire quanto i videogiochi, in fondo, abbiano fatto per il nostro sviluppo, come persone. Indimenticabile.

Domenico De Martino – Final Fantasy X

Quando si tratta di scrivere un pezzo che punti a scovare l’episodio preferito di una serie, che sia videoludica, televisiva o cartacea, è sempre arduo. Sono molto i fattori che effettivamente entrano in gioco, ma in un caso del genere penso che quello affettivo ed emotivo sia il predominante. Parlando di Final Fantasy, una colonna portante da decine di anni, la scelta è ancora più complessa. La scelta però non può che ricadere, nel mio caso, su Final Fantasy X. Ironia vuole che questa “fantasia finale” sia per me la fantasia primordiale, quella che mi ha fatto avvicinare definitivamente al gioco di ruolo in stile orientale, fatto di combattimenti a turni, causali… insomma il JRPG puro e crudo.

Rimasi affascinato dalla copertina, nel mio negoziotte di fiducia, da quel numero dieci che presagiva un viaggio con un lungo pasasto alle spalle, dal design tipicamente giapponese. Poi ricordo solo di ore, ore e ore fatte d’amore, di un sessione così lunghe quanto divertenti, cosa che capita di rado, ora più che mai. Una trama che sapeva di sogni e di viaggi epici. Personaggi che mi entrarono nel cuore, legami virtuali fatti miei e che non scorderò mai. Tidus, Yuna, Seymour, Zanarkand… oggi come allora risuano precisi e instancabili nomi e paesaggi, nella memoria di un videogiocatore che fatica ora a trovare l’ennesima perla e innamorarsi nuovamente di una storia, di un luogo e di un sogno. Era proprio la fantasia che cercavo, che cerco e che mi ha accompagnato come nessuno nella mia crescita di videogicoatore.

Non mi focalizzo su meri tecnicismi da recensione, perché sto scegliendo il mio Final Fantasy preferito, e ognuno di noi, ponendosi questo interrogativo, scoprirà che ben poco c’entrano. Che pensando ad un episodio in particolare scocchi il sorriso sulle labbra, raiffiorino i ricordi e le musiche. Perché Tidus mi disse una cosa, e la disse a tutti noi: “Ascoltate la mia storia. Forse questa è l’ultima occasione”, fu l’ultima, la prima e la sola. E mai la scorderò.

Alessandro d’Amito – Final Fantasy VI

Quando si tratta di scegliere un gioco preferito, soprattutto se si parla di Final Fantasy, l’impresa è sicuramente ardua. Tra tutti i titoli che ho giocato, tra cui rientrano anche i Tactics e i Christal Chronicles, sono davvero pochi quelli che non ho apprezzato, ma ce n’è uno che ricordo e rigioco spesso con maggiore gioia: Final Fantasy VI.

In un mondo quasi steampunk in cui la magitecnologia sta permettendo all’Impero di dominare sui suoi sottomessi sudditi, la resistenza cerca di opporsi con tutti i suoi scarsi mezzi. La speranza cresce drasticamente quando Locke libera dal controllo dell’Impero Tera, tra le persone più speciali esistenti e con una capacità magica innata. Come in ogni FF che si rispetti (FFXV ce l’ho con te), il nostro gruppo crescerà man mano, con nuovi personaggi dalle capacità uniche e dal background curato e importante, fino ad arrivare a fronteggiare il malvagio Kefka, reso folle dagli esperimenti che l’Impero ha svolto su di lui e pronto a distruggere il mondo pur di diventare un vero e proprio dio. SPOILER: il mondo viene stravolto e noi dovremo cercare nuovamente i nostri compagni, reclutandone di nuovi nel processo.

Oltre ad essere incredibilmente crudo e cupo, Final Fantasy VI ha la scelta personaggi più ampia tra tutti i titoli della serie, con grande differenza tra di loro in quanto ad abilità uniche. È vero, il sistema di apprendimento delle magie tende a portare l’intero party ad avere le stesse abilità, ma solo se siete dei folli completisti come il sottoscritto! Se volete solo godere del giusto bilanciamento per ogni personaggio, finirete facilmente con l’avere diversi elementi con diverse abilità e con diversi bonus alle statistiche guadagnate dagli Esper.

Anche nel caso degli Esper, nome che viene dato alle evocazioni in questo capitolo, abbiamo a che fare con un’enorme scelta tra quelli disponibili, cacciati e imbrigliati dall’impero e infine collezionati dal nostro party per poter combattere il folle e potente Kefka. Anche nel loro caso, si tratterà di esseri con una storia alle spalle, con sentimenti e con voglia di rivlasa verso l’Impero che gli spingerà a sacrificarsi pur di esserci d’aiuto.

Difficile non affezionarsi a Tera, Celes, Gau, Edgar, Sabin e Relm solo per citarne alcuni tra quelli che più ho amato, mentre vi sfido a dimenticare la bellissima e divertente sezione del teatro e la tristissima scena del suicidio. Per chi ancora non lo ha giocato, non aggiungerò altro ma, fidatevi, cercatene la versione per Game Boy Advance, di gran lunga la migliore per giocare e apprezzare Final Fantasy VI.

Matteo Ivaldi – Final Fantasy VII

Ci sono Final Fantasy che si amano col cuore, e altri che si amano con la testa. Una regola non scritta sembra imporre che il primo episodio della saga che si gioca debba per forza prendere possesso del cuore, ma è una regola autentica solo in parte. Il mio primo Final Fantasy fu l’ottavo, conosciuto poco prima di compiere undici anni, tuttavia questo non mi ha impedito di commuovermi e adorare la magia di FFIX o appassionarmi alle storie dei comprimari di FFVI fino a conoscerne ogni dettaglio. In mezzo a tanti capolavori, però, il FF che ho imparato ad amare con la testa è Final Fantasy VII.

FFVII è un po’ l’Impero Colpisce Ancora della saga: l’opera che l’ha resa celebre a chiunque possedesse una console, lo spartiacque tra una generazione e la successiva, l’elemento nevralgico in cui tutte le migliori idee creative del team si sono riunite e sono state assemblate alla perfezione in un’avventura indimenticabile e del tutto originale. È impossibile non sapere nulla di Final Fantasy VII oggigiorno, che lo si conosca o meno, e io appartengo alla schiera dei fedeli che lo adorano e non hanno il timore di eleggerlo a gran voce il migliore Final Fantasy mai prodotto.

Il mondo del settimo episodio è oscuro, rovinato da una industrializzazione irrefrenabile in cui la magia è stata dimenticata il millennio precedente. Il potere elementale persiste grazie alle secrezioni energetiche del pianeta, il Lifestream, il quale viene trasformato in fonte di carburante, il Mako, dai reattori della prima multinazionale della saga, la Shin-Ra. In mezzo a tutto ciò, la popolazione è stata divisa in classi e metà di essa sopravvive schiacciata dalla metà superiore raccogliendone i rifiuti, ridotti a schiavi di una sovrappopolazione che li ha resi fondamentalmente inutili.

La morale sociologica di Final Fantasy VII viene gridata fin dalle sue prime fasi, forse le più intense, in cui il protagonista Cloud Strife viene catapultato fra i meandri labirintici di Midgar a stretto contatto con la disagevole povertà di un intero popolo. Basta imperi malvagi, basta monarchi folli e demoniaci e cavalieri a spada tratta: il mondo di Final Fantasy VII è una tirannia moderna che affida al denaro la propria supremazia, grazie al quale è in procinto di conquistarne ciò che resta senza nemmeno l’uso di un esercito.

Come se la situazione non fosse già grave abbastanza, la Shin-Ra deruba il pianeta della linfa vitale condannando chiunque a una nemmeno troppo lontana apocalisse, e non è nemmeno lei il vero antagonista. Sephiroth, il SOLDIER leggendario, un prodotto stesso della multinazionale contro cui l’uomo intende vendicarsi, è un fantasma invincibile, una nemesi minacciosa e devastante che Cloud rintraccia grazie alle cicatrici che egli infligge ovunque lungo il passaggio. Non lo si può corrompere attraverso la brama di potere perché lo ha già, può fare qualunque cosa voglia. Può solo essere ucciso, ma come? Gli amici di Cloud Strife sono gli unici che possono interrompere la scia di sangue che Sephiroth sta lasciando e qui FFVII sceglie di sfruttare la minaccia per sviscerare a turno il passato di ogni singolo membro del party, uno dei gruppi più variegati e affascinanti della serie.

Più il tempo passa e più convengo su quanto Final Fantasy VII sia speciale. Non c’è nulla che non vada in lui. Ha una trama indimenticabile, scritta col cuore, stracolma di personaggi interessanti e profondi, una colonna sonora unica, colpi di scena, ambientazioni curate dallo stile mai più riproposto in tutta la saga, un gameplay regolare come un orologio e una vena di malinconia lancinante che non può non fare breccia nell’animo di chiunque abbia una sensibilità. Molti mi chiedono se abbia timore del remake, io non ne ho. Temo sia destinato a fallire in partenza perché Final Fantasy VII non merita una singola virgola spostata, e cos’è questo se non il massimo complimento inudibile a cui un’opera può ambire?

Lorenzo Prattico – Final Fantasy VIII

Più passa il tempo più imparo quanto il mondo possa essere vario: la bellezza oggettiva non esiste, quello che tu consideri palesemente perfetto per altri è ”così così” o peggio.

Ma tranquilli! A questo serve la pena di morte.

Perché per farsi piacere quell’emo di Cloud, che con quello spadone a due mani tenta chiaramente di compensare le proprie mancanze, o quell’altro, il ”voglio fare il pirata”, il pischello con problemi, Vaan… bisogna essere sbagliati dentro.

MA, anche se durante l’articolo ho avuto più volte l’istinto di uccidervi… vi voglio bene lo stesso.

Crescere ascoltando hip-hop e giocando videogiochi nei primi duemila significava essere più solo di Bobby.

Un giorno Zio tornò a casa con questi cd, quattro, racchiusi in una sola confezione: ci giocai così a lungo che quando si riprese la Playstation per il trasloco – andava a convivere, maledetta Zia Noemi – mi chiusi in camera al buio tentando di uccidere i miei action – man.

Quei quattro dischi erano Final Fantasy VIII: erano Squall che sembrava così grande (a guardarlo da cresciuto mi sembra uno scemo bimbomikia qualsiasi, si, lo so), era l’amore e la guerra, gli amici che ti cominciano ad odiare, le streghe e Robin Williams.

Lo capivo Squall, lo capivo quel sorriso, dopo tutte quelle botte dentro e fuori. Vivevo quel dolore come lui: il mio sogno era sorridere anch’io così, un giorno.

Non erano più solo pixel su schermo, ma persone, vere, dietro computer; artisti che avevano lavorato per cercare di rappresentare le proprie paure, i propri sogni… e io li capivo. E non con la testa.

Squall era vivo: diventò quello che volevo diventare io, il mio modello.

Oggi UnaCosaCheChiamanoHipHop e videogiochi vanno di moda: non ti chiudono più nei bagni di scuola se giochi una notte intera a Turok, ti chiamano Gamer. #uao

Ma oggi come allora, non ci arrivano, non si emozionano.

E allora ci ho messo un po’ però ho capito: la magia dei Final Fantasy è parlare alle parti più nascoste di tutti noi, ogni capitolo ad una parte diversa.

Mi sa che vi perdono che vi piacciano altri capitoli, non centrano gameplay o grafica 4k: scegliere il proprio Final Fantasy preferito è la scelta di ognuno di decidere chi essere.

P.S.

Tutto bello, tutto fico, mi sono emozionato a leggervi e a scrivere, ma il primo che tira fuori FF XV lo inseguo a casa.

E questi erano i nostri capitoli preferiti di Final Fantasy, scelti da noi con il nostro amore indiscusso per la serie di JRPG che più ha saputo mutare e sperimentare tra capitolo e capitolo. Vi ritrovate con le nostre scelte? Quali sono i vostri Final Fantasy preferiti? Fatecelo sapere nei commenti e festeggiamo assieme trent’anni di passione augurandocene altrettanti ancora più belli!

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