The Last of Us è davvero un capolavoro videoludico?

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Andy Bercaru
Appassionato del mondo videoludico e della tecnologia già da quando era un bimbo in Beta Testing. Ama i giochi quasi quanto il Wrestling ed il Metalcore!

Appassionato del mondo videoludico e della tecnologia già da quando era un bimbo in Beta Testing. Ama i giochi quasi quanto il Wrestling ed il Metalcore!

Tempo di lettura: 9 minuti

Non è certamente un mistero il fatto che viviamo in un mondo pieno di ideologie individuali molto discordanti. Come probabilmente saprete ormai, risulta alquanto impossibile per l’essere umano andare d’accordo con il parere di ogni singolo individuo. Questa semplice “caratteristica” ci aiuta ad evolverci in maniera molto differente, andando a plasmare  un carattere diverso in ognuno di noi. Ma proprio perché i nostri flussi di pensieri non sembrano mai trovare punti comuni, spesso e volentieri il significato di certi concetti va a perdersi. Dentro di noi si risveglia quella voglia quasi egoistica di voler avere ragione a tutti i costi, pure quando il senso delle nostre parole inizia a perdere effettivamente di valore.

Anche il mondo videoludico viene “contagiato” in maniera costante da flussi di riflessione molto diversi da soggetto a soggetto. Questo, di base comporta che moltissimi giocatori tendono ad usare termini in  maniera quasi superflua, non dando un vero valore alle proprie frasi. Quante volte in quest’ultimi anni abbiamo sentito dialoghi simili a: “Questo prodotto è un CAPOLAVORO assoluto”? Probabilmente troppe volte per riuscire ormai a prendere sul serio un’affermazione simile. L’usanza troppo costante di un termine (senza effettivamente dare valore ad esso) tende a punire malamente il flusso concettuale di una frase. Cos’è esattamente un capolavoro? Cosa rende questa parola così forte ma nello stesso tempo così priva di valore? Due domande semplici alle quali le risposte non sono così facili da trovare. Di base il concetto di capolavoro si va ad applicare ad un’opera in grado di toccare (almeno in parte) la perfezione. Tuttavia è quasi impossibile trovare prodotti impeccabili in ognuno dei loro aspetti generali. Sarà che la pigrizia del mondo videoludico spesso e volentieri spinge i giocatori ad aggrapparsi ad un unico “raggio di sole”. Proprio questa “disperazione” tende a far perdere di mira le opere meritevoli vanificando a tratti la fatica di certi sviluppatori. Inoltre questa “cecità selettiva” tende ad elogiare prodotti che potenzialmente hanno pochissimo da offrire.

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The Last of Us è sicuramente uno dei prodotti videoludici più discussi della storia. Principalmente perché, come già vi ho anticipato nelle righe sopra, il singolo soggetto non riesce mai ad avere idee concordanti. Per molti il titolo è semplicemente un pilastro dell’era videoludica moderna. Per altri l’opera Naughty Dog riesce a toccare a malapena la sufficienza. Ma effettivamente dove si trova la verità? The Last of Us è realmente un’opera memorabile che in qualche modo ha cambiato il panorama o effettivamente moltissimi giocatori sono statti “accecati” da una bellezza superficiale?

In queste ultime settimane mi sono messo sempre più spesso queste domande. Proprio per questo motivo ho preso la decisione di analizzare a fondo l’opera e capire se effettivamente, a distanza di anni, il prodotto Naughty Dog ha veramente un splendore unico. Vi confesso che durante la mia primissima giocata (data 2013) l’opera Naughty Dog non riuscì a convincermi in maniera categorica. Trovai il mondo proposto da The Last of Us degno di essere seguito ma non per forza sorprendente. A distanza di anni però, la mia visione cambiò (anche in maniera abbastanza radicale) grazie ad una seconda run (dovuta all’uscita della versione Remastered del titolo). Ancora una volta rimasi sorpreso, non tanto dal gioco in se, ma dei miei pensieri contrastanti che per qualche motivo facevano a botte!

Con l’andare del tempo lasciai seppellire questo flusso di idee ed “abbbandonai” totalmente il mondo di The Last of Us. Questo, fino a poche settimane fa, quando decisi di riprendere in mano il titolo. In primis per il mood che si era creato durtante gli scorsi mesi (per colpa della quarantena), in secondis per vedere se dopo una terza run i miei pensieri avrebbero trovato un senso. Le conclusioni sono molto curiose, ma per farvele capire devo per forza andare ad analizzare svariate sfaccettature di The Last of Us. Il prodotto Naughty Dog è indubitabilmente molto “strano” per essere catalogato in maniera semplice. Nelle seguenti righe di testo cercherò di farvi capire meglio cosa intendo io per “strano” e perché The Last of Us effettivamente è un prodotto degno di essere giocato. Ovviamente l’articolo presenterà diversi spoiler sulla trama, quindi se ancora non avete provato il gioco e non volete rovinarvi la sorprese, vi invito caldamente a finire qui la vostra lettura e ritornare in un secondo momento!

Things aren’t the way they were before!

Se vi chiedessi “Perchè The Last of Us risulta un’opera così apprezzata dalla massa?” probabilmente la risposta più classica sarebbe: “Per via della sua trama”. Stando a quest’affermazione, possiamo dare (quasi) per scontato che il racconto presentato dai ragazzi di Naughty Dog risulti alquanto impeccabile ed originale vero? Purtroppo la risposta non è così semplice da dare essendo che, come ogni singola opera videoludica, anche The Last of Us nel suo complesso presenta della sfaccettature molto curiose. Parto subito col dire che il filo narrativo proposto dall’opera partorita da Neil Druckmann non è per certo originale (nemmeno per l’epoca). The Last of Us racconta una classica storia basata su un mondo post-apocalittico, visto in contesti diversi una miriade di volte.

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Tuttavia, c’è una caratteristica importante appartenente alla trama di The Last of Us che differenzia il prodotto da altri suoi simili, ovvero l’attenzione per i dettagli. Fino dalle prime battute di gioco l’opera ci fa capire di ritrovarci in una realtà che in maniera sempre più veloce (anche se graduale) tende a perdere il controllo. Vediamo come di fronte ad una catastrofe, l’essere umano tende ad diventare irrazionale, quasi “animalico”. Il mondo di gioco proverà a farci pensare che tutto andrà bene quando effettivamente, tutto tende a cadere a pezzi. Per comprendere bene questo passaggio basta prendere come esempio i primi 20 minuti del gioco. I ritmi tranquilli creati dal legame tra Joel e la figlia Sarah, si perdono in pochi istanti, facendoci capire quanto tutto sia fragile. Se voglia, l’intero fulcro narrativo dell’opera Naughty Dog tende a basare la sua esistenza su 4 semplici principi umani: Perdita, Dolore, Speranza ed Egoismo. Proprio questo “cerchio” terrà in piedi la narrazione del titolo, portando avanti un flusso del racconto che sembrerà metodico ma nello stesso tempo piacevole (quasi come un valzer).

Per farvi capire meglio questo mio “paragone” cercherò di analizzare il personaggio di Joel, usando proprio i 4 termini sopra citati. Il soggetto (in questo caso Joel) durante le prime battute di gioco subisce una grossa perdita. La piccola Sarah muore davanti ai suoi occhi, creando dentro Joel un dolore molto immenso. Già da qui, possiamo capire come la PERDITA ed il DOLORE siano i primi “colori” che andranno a dipingere il racconto di Joel. Dopo anni di sofferenza e malinconia il nostro protagonista incontrerà una persona speciale. Il nome di questa persona è Ellie, una ragazzina adolescente che sotto molti punti di vista risulta (volutamente) simile a Sarah. Proprio queste caratteristiche accendono in Joel una SPERANZA, la speranza di ritrovare in Ellie la figlia persa prematuramente. Il rapporto tra i due personaggi subirà grossi cambiamenti lungo l’avventura, partendo da una base classica del tipo: “Io ti ignoro, tu mi ignori” per poi arrivare a “Farò di tutto per proteggerti”. Per quanto il tutto possa sembrare cliche-istico in termini narrativi (ed in parte lo è) il “cerchio” creato dai 4 principi umani rendono il racconto più profondo. Joel perde la figlia (Perdita). La sua perdita continua a tormentarlo provocandogli una forte depressione (Dolore). Joel incontra Ellie e dopo svariate avventure inizia a vedere la ragazza come una figlia (SPERANZA). Joel decide di sacrificare l’umanità in cambio della vita di Ellie (Egoismo).

La cosa “bella” di questo cerchio sta nel fatto che ogni singolo elemento fondamentale presente all’interno della narrazione di The Last of Us può avvalersi della 4 “caratteristiche” menzionate prima. Quindi se da un lato la narrativa generale del titolo non può essere categoricamente considerata unica o semplicemente originale, da l’altro canto abbiamo una cura per i dettagli a dir poco fenomenale. Proprio questa attenzione generale per ogni singolo “granello di sabbia” che muove The Last of Us, mette l’opera più in alto di altri prodotti simili. Molto probabilmente, questi stessi principi continueranno (ipoteticamente parlando) a muovere anche il sequel. L’egoismo di Joel porterà l’allontanamento di Ellie (Perdita) che provocherà un grosso dolore sia alla ragazza che al soggetto maschile.

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Inoltre vorrei fare una parentesi sul finale della trama. Quel specifico passaggio finale in quale si deve fare una strage per liberare Ellie è stato sicuramente uno dei tratti più iconici dell’opera. Tuttavia, dopo la mia prima run rimasi abbastanza deluso di come tutto si è concluso. Non stavo capendo quel semplice dialogo tra Ellie e Joel, quel “Lo giuro!” per me era poco! Questo perchè, per colpa della mia “avidità” cercai una conclusione felice. Ovviamente la colpa non era del gioco, ma solamente mia. Stupidamente cercai un conforto emotivo dentro una storia piena zeppa di sofferenza. Ma fin dall’inizio di The Last of Us, Neil Druckmann ci anticipava che la strada da percorrere sarebbe stata difficile e la fine del percorso non sarebbe stato uno facile da accettare.

Dopo l’ultima volta che giocai il titolo Naughty Dog iniziai a vedere quella conclusione con altri occhi, proprio perchè iniziavo a capire i concetti più profondi dell’opera. Il significato di egoismo viene volutamente presentato sia all’inizio che alla fine dell’opera. Questo, per farci capire che ogni singola azione mossa dal egocentrismo tende a creare un cerchio vizioso che non vedrà mai una fine. Saremo sempre consapevoli delle nostre scelte sbagliate (mosse appunto dal proprio benessere) ma cercheremmo sempre di mascherarle (come il “Lo giuro!” di Joel). Tuttavia non capiremo mai appieno il male che genera il nostro comportamento meschino sul prossimo. Tendenzialmente cercheremmo sempre di mettere “noi prima degli altri”. Questo (almeno per me) vuole trasmetterci Neil Druckmann con la sua opera!

I’ve tried so hard and got so far…

Essendo che stiamo comunque parlando di un prodotto videoludico è giusto che si vada ad analizzare anche il gameplay ed il lato  tecnico dell’opera (senza però perderci troppo in termini complessi). Ancora una volta possiamo osservare che The Last of Us non brilla per l’originalità. Infatti l’opera proponeva nel (ormai lontano) 2013 delle meccaniche che univano lo stealth al survival horror. Già nel lontanto 2005, un certo Call of Cthulhu: Dark Corners of the Earth proponeva un approccio ludico molto simile (pur diverso nel complesso). Ma al di fuori della mancata “originalità” (che purtroppo caratterizza l’inizio di un periodo molto monotono per l’industria) il prodotto Naughty Dog riesce a funzionare.

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Tuttavia molti giocatori considerano The Last of Us un prodotto ludicamente debole. In parte dovuto ai svariati bug ed all’intelligenza artificiale alquanto debole (in certi passaggi). Quindi già questi due difetti per molti possono bastare per non elogiare il titolo più del dovuto. Però (è c’è un grosso “però” in mezzo), molti tendono a dimenticare la varietà di situazioni presenti in The Last of Us. Proprio questa dinamicità tende a “camuffare” a dovere i vari handicap del gameplay (che purtroppo ci sono). Inoltre va menzionata un’ultima cosa: The Last of Us è uno dei titoli più ambiziosi da un punto di vista tecnico (specie per l’epoca). Grazie a questa “ambizione” i creatori sono riusciti a colmare certe lacune. Non stiamo parlando di un prodotto che sbaglia ogni sua singola mossa, ma di un’opera che sa di sbagliare ma cerca di rimediare nel corso del suo svolgimento.

In the end …it doesn’t even matter!

Eccomi quindi arrivato all’epilogo di questo excursus. Probabilmente mi starete chiedendo dove sta la risposta alla domanda iniziale? Ovvero, The Last of Us è un capolavoro o no? Sinceramente mi risulta ancora difficile dare una risposta categorica. Sotto molti punti di vista risulta innegabile il fatto che non siamo davanti ad un prodotto perfetto. Tuttavia se si considera il periodo d’uscita ed l’impatto mediatico (oltre che ludico) generale dell’opera, allora sicuramente The Last of Us è da guardare con stima. Più che “capolavoristico” definirei il lavoro dei Naughty Dog particolare (quasì unico). Pur usando elementi già noti alla cultura pop (che si parli di musica, cinema o videogiochi) The Last of Us riesce comunque a crearsi una luce propria proprio grazie alla fatica ed alla voglia di migliorarsi.

Uscendo dalla “scatola” creata sulla base di voti e statistiche, posso sicuramente affermare che The Last of Us merita di essere giocato, apprezzato e ovviamente amato. I gusti saranno sempre gusti ed è giusto che questo titolo abbia anche i suoi detrattori. Tuttavia questo prodotto è riuscito a scalfire le “pareti” del mondo videoludico e questo rimane un fatto innegabile!

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Vi lascio con un ultimo pensiero prima di concludere il tutto. So bene che queste settimane sono state molto dure per voi che siete fan di questo titolo. Purtroppo il mondo del web si è dimostrato ancora una volta meschino e  molti si sono ritrovati con l’esperienza del secondo capitolo già “distrutta”. Tuttavia, anche se siete stati vittime di spoiler vari, vorrei ricordarvi ancora una volta che l’importanza del viaggio sarà sempre importante, a prescindere dalla destinazione. Mi auguro che, al di fuori delle polemiche create tutti voi (specie se siete fan del primo) sperimenterete The Last of Us Part 2! Io tornerò a parlare dell’opera appena essa sarà uscita e cercherò di analizzarla come meglio potro. Lo giuro!

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