Someday you’ll Return Recensione, la Redenzione è una scelta

Recensioni
Camilla Colombo

Tempo di lettura: 7 minuti

Non è certo un segreto che il nord Europa stia da qualche tempo esplorando e cavalcando con successo il panorama dei videogiochi: per dimostrarlo basterà menzionare l’ormai intramontabile saga di The Witcher, sviluppata dalla polacca CD Projekt RED, o il miracoloso successo di Limbo e Inside, realizzati dalla svedese Playdead. Un altro Stato settentrionale tradizionalmente attivo in questo scenario è la Repubblica Ceca che con la sua influenza ha siglato fin dagli albori titoli di ogni genere: dalla partecipazione ad un grande classico del calibro di Tetris, allo sviluppo di Mafia, fino ad arrivare a produzioni indipendenti come quelle di Samorost e Machinarium, sembra così non esserci freno all’iniziativa di questo paese. Sono proprio queste le origini di Someday You’ll Return, un videogioco horror psicologico in prima persona realizzato dal piccolo team CBE Software, precedentemente Cardboard Box Entertainment, che sotto questo nome ha esordito nel 2006 con l’avventura intitolata Ghost in the Sheet.

Le origini e la visione di questa casa di sviluppo, fondata, appunto, nel 2006 e trasformata a tutti gli effetti in software house indipendente nel 2011 dopo un periodo di inattività individuale, aiuteranno a comprendere l’orientamento stilistico e strutturale di questa nuova IP che sembra voler riprendere i conti lasciati in sospeso dal predecessore appena menzionato, mettendo questa volta in gioco tutte le carte accumulate nel quinquennio di esperienza presso progetti di altre parti.

Leggi anche:  The Suicide of Rachel Foster Recensione, il sussurro del Thriller

Il sentiero verso la redenzione

In apertura a Someday You’ll Return assisteremo ad un breve prologo nei panni di una ragazzina in fuga con un insolito medaglione da un luogo sotterraneo e labirintico presidiato da una figura ibrida tra uomo e bestia. Avremo così un assaggio dell’ambientazione angusta e soffocante che si riproporrà ricorrentemente nel corso dell’imminente avventura: un’infarinatura che rivela una frattura nell’apparente normalità della realtà familiare del secondo decennio degli anni duemila nella quale verremo inseriti subito dopo. Il primo capitolo, su un totale di 12, ci introdurrà così a Daniel, protagonista impegnato in un impaziente viaggio in macchina, scontroso ex-marito di Ida e burbero padre di Stela, una ragazza improvvisamente scomparsa che per mezzo di un’app di tracciamento segretamente installata sul suo telefono, trascinerà il nostro primo attore fino alle foreste della Moravia: un’area montana nella quale è custodito il campo estivo che per tanti anni ha ospitati e intrattenuto entrambi.

Con queste premesse, le prime considerazioni che sono a noi sorte spontanee sono state alquanto discordanti: la meraviglia suscitata dalla bellezza indiscutibile della scenografia delle ambientazioni naturali che ci hanno accolti, infatti, è stata subito smorzata dall’impressione negativa che abbiamo avuto del protagonista. Non capita spesso, infatti, di ritrovarsi nelle vesti di un personaggio in grado di suscitare attraverso le sue affermazioni, le reazioni e gli atteggiamenti una istintiva antipatia, eppure questa particolare suggestione sembra essere adeguata allo scopo del nostro titolo e riconfermata dagli affetti consumati e tossici nei quali verremo coinvolti.

Fortunatamente non sarà difficile abituarsi alla sferzante acredine dei pensieri di Daniel, soprattutto perché verremo presto distratti e catturati dalla frenesia della ricerca di Stela e, allo stesso tempo, braccati da una sensazione opprimente quasi tangibile che troverà presto un fondamento nella scoperta di quegli stessi luoghi esaminati nel prologo e, inevitabilmente, di chi li abita. A questo punto la linearità della narrazione verrà bruscamente sventrata dalla sovrapposizione di una dimensione parallela delirante e mostruosa che subentrerà con violenza nel corso di tutta la restante avventura, interrompendo con brutalità le nostre indagini e provocando lo smarrimento della bussola che permette di distinguere la realtà da quella che sembrerà un’oscura allucinazione presidiata da creature minacciose e pericolose che accompagneranno il nostro protagonista attraverso una profonda analisi del proprio passato e lungo un percorso che metterà in discussione la sua stessa esistenza.

Leggi anche:  In Other Waters Recensione, un ipnotico ibrido ludo-narrativo

 

Un po’ di tutto, ma nulla di nuovo

Se svelare la trama di Someday You’ll Return senza cadere nello spoiler o nell’anticipazione di troppo risulta estremamente difficile, proporre una panoramica completa del variopinto gameplay offerto non sarà un’impresa tanto più semplice. Le variabili inserite all’interno di questo gioco sono infatti innumerevoli, fortunatamente, però, non si avrà mai la netta sensazione di trovarsi dinnanzi a qualcosa di sconosciuto ed ingestibile, senza contare che non mancheranno tutorial esaustivi prima di ogni nuova scoperta. Per seguire le tracce di Stela nell’ambiente circostante dovremo anzitutto interagire con un discreto quantitativo di oggetti utilizzando strumenti specifici custoditi in una cintura porta attrezzi: questa funzionalità ci permetterà non solo di superare determinati ostacoli, ma anche e soprattutto di analizzare gli oggetti che potremo raccogliere e, in alcuni casi, di svelarne i contenuti ed i segreti o di assemblarli nella realizzazione di alcuni progetti suggeriti da Daniel stesso.

Oltre ai classici collezionabili, per altro, avremo modo di raccogliere svariati item primari che risulteranno indispensabili per il proseguimento delle nostre ricerche. Alcuni esempi sono il diario di Stela, inizialmente illeggibile in alcune sue parti, il quale verrà sbloccato in corrispondenza di determinati indizi che riveleranno mano a mano la profondità dei suoi sentimenti e sveleranno una celata depressione adolescenziale; potremo inoltre utilizzare un totem sciamanico che permetterà in alcune situazioni di creare momenti di stasi; addirittura, avremo modo di creare delle pozioni attraverso l’utilizzo di un set di erbalismo grazie al quale sbloccheremo l’omonima abilità. Quest’ultima, in particolare, come del resto accadeva in The Witcher, permetterà di accedere a capacità temporanee che consentiranno di integrare elementi fondamentali non solo a soddisfare la nostra curiosità, ma anche e soprattutto necessari per l’avanzamento nell’esperienza di gioco.

Purtroppo, nonostante la buona volontà di intrattenere il videogiocatore con un tale quantitativo di opzioni, la maggior parte delle volte non passerà molto perché queste vengano dimenticate o trascurate. Tornando alle pozioni, per esempio, sarà possibile crearne una specifica per la ricostruzione degli avvenimenti riguardanti Stela in una sequenza di scenette alternate all’inseguimento di impronte che ricordano molto la dinamica proposta dalla bellissima opera targata The Astronauts: The Vanishing of Ethan Carter, ciò nonostante, spesso e volentieri l’interazione con gli spot dei ricordi disseminati per tutta l’area di gioco finirà col venire ignorata in favore dell’inseguimento di una pista o il completamento di una missione in atto.

Leggi anche:  Predator Hunting Ground Recensione, una caccia fallimentare

Il risultato finale è che viene a mancare il desiderio di ricorrere a tutti gli strumenti messi a disposizione del videogiocatore a meno che non sia strettamente necessario e richiesto dal gioco. Anzi, per il suo completamento alcune di queste funzionalità possono essere ignorate completamente, costituendo un plus ultra che non si è direttamente motivati a consultare. A questo proposito, se avete intenzione di avvicinarvi a questo titolo, vi consigliamo di approfittare dell’abbondanza delle risorse disponibili per la creazione anticipata e lo stoccaggio delle pozioni utili a completare la ricostruzione degli avvenimenti, concentrandovi in questo modo sulle tracce e i ricordi di Stela.

In coda alle possibilità fino ad ora illustrate, potremo infine accedere alle funzionalità del nostro smartphone, rispondendo a chiamate e messaggi, utilizzando la sua torcia e consultando il navigatore per orientarci nella caotica vastità dell’area di gioco che riproduce fedelmente i classici sentieri escursionistici di montagna eliminando di conseguenza la dotazione di una mappa attiva o di indicatori di obiettivi e posizione che verranno sostituiti da indicazioni approssimative e da lunghe camminate nello spazio quasi open-world che potremo esplorare e che richiederanno una notevole capacità di backtracking saltuariamente penalizzata da cali di frame che provocheranno inevitabili perdite del senso dell’orientamento.

Ad essere labirintica, però, non sarà solo l’area di gioco in continuo mutamento nella quale ci ritroveremo a vagare come delle trottole “inceptiane”, prevalentemente abbandonati a noi stessi se non durante quei rari momenti in cui potremo interagire con qualcuno. Verremo infatti sottoposti a più riprese allo stress di fasi di inseguimento e meccaniche stealth spesso e volentieri inserite in ambienti bui, claustrofobici e caotici che non sembrano voler andare incontro al giocatore, ma, piuttosto, generano sconforto e frustrazione ulteriormente aggravate dalla seria difficoltà di riuscire, in questo ginepraio di fattori, ad individuare le creature che siamo chiamati ad evitare per sottrarci non solo al game over, ma anche ai checkpoint decontestualizzati che in alcune situazioni non faranno altro che frammentare la linearità della nostra esplorazione.

Leggi anche:  Moons of Madness Recensione (Playstation 4), Lovecraft su Marte

Imparare dai propri errori

Someday You’ll Return è un titolo paradossale che suggerisce moltissime potenzialità, ma che finisce con il perdere alcuni tasselli del puzzle per strada, risultando sempre più debole allo scorrere del tempo di gioco e finendo con l’alternare la smania connaturata di risolvere il mistero che avvolge Stela e la coesistenza della dimensione “oscura” ad un forte desiderio di riuscire a concludere quanto prima il gioco per togliersi ogni dubbio. La durata complessiva, infatti, si aggira attorno alla ventina di ore, ma a conti fatti ne sarebbero bastate poco più della metà, spogliate di alcune funzionalità superflue, per riuscire a creare un prodotto ugualmente valido, ma al contempo equilibrato.

Nonostante la confusionaria e raffazzonata sovrapposizione di diversi elementi, presi singolarmente questi risultano piacevoli e generalmente ben strutturati (si vedano ad esempio le svariate sessioni di arrampicata), l’unico tallone d’Achille che a nostro avviso non trova giustificazione risiede nelle fasi stealth approssimative precedentemente analizzate e, a voler essere pignoli, nella superficialità e nelle lacune delle informazioni nelle quali si rischia di inciampare se non si trova la motivazione di indagare ed esplorare il titolo da cima a fondo.

In definitiva, comunque, non si può negare che questo titolo sia un’opera mastodontica in relazione al numero di persone che hanno lavorato alla sua realizzazione. Per altro, la scelta del team ceco di strafare può associarsi ad un forte desiderio di sperimentazione che non può costituire un aspetto negativo, comunque lo si guardi. Non da meno il magnetismo della trama e dei suoi avvincenti misteri, affiancato da una discreta evoluzione del protagonista saranno sufficienti a trascinare il giocatore fino in fondo e a lavare via ogni millimetro di frustrazione ci penseranno i suoi ambienti e le sue splendide riproduzioni naturali e catastrofiche che culleranno il giocatore dall’inizio alla fine di questo viaggio.

 

0.00
6

Gameplay

6.0/10

Level Design

8.0/10

Longevità

4.0/10

Struttura del gioco

5.0/10

Trama

7.0/10

Pros

  • Atmosfera e ambientazioni suggestive
  • Vicende intriganti
  • Molti buoni spunti

Cons

  • Fasi stealth approssimative
  • Troppi elementi nel gameplay
  • La durata del titolo risulta troppo elevata

Altri articoli in Recensioni

Resolutiion Recensione, un esperimento poliedrico

Camilla Colombo28 Maggio 2020

Embr Recensione, il pompiere paura non ne ha…o quasi

Giuseppe Licciardi20 Maggio 2020

In Other Waters Recensione, un ipnotico ibrido ludo-narrativo

Camilla Colombo4 Maggio 2020

Predator Hunting Ground Recensione, una caccia fallimentare

Andy Bercaru1 Maggio 2020
call of duty modern warfare 2

Call of Duty Modern Warfare 2 Remastered Recesione, ritorno di un mito

Giuseppe Licciardi6 Aprile 2020
hyperparasite

HyperParasite Recensione, un parassita che non arriva al punto

Giuseppe Licciardi2 Aprile 2020