NBA 2K20 Recensione, la perfezione dell’imperfezione

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Mario Mancuso
Amo le storie e amo seguirle tramite cinema, serie tv, videogiochi, fumetti, calcio e basket. Amo parlare di queste passioni assieme ad altre persone che le condividono
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Amo le storie e amo seguirle tramite cinema, serie tv, videogiochi, fumetti, calcio e basket. Amo parlare di queste passioni assieme ad altre persone che le condividono

Tempo di lettura: 5 minuti

I simulatori sportivi sono sempre più imperfetti. L’essere umano è fallibile ed è quindi portato a sbagliare o a non eseguire un gesto atletico sempre a regola d’arte. Nel corso di una gara è normalissimo vedere conclusioni rozze e ineleganti man mano che il tempo scorre e le energie iniziano a venir meno. NBA 2K20 prende questi concetti e li trasporta nella sua esperienza di gioco, restituendoci anche quest’anno un simulatore che ancora una volta fa di tutto per avvicinarsi alle sensazioni e alle difficoltà di una partita di basket reale.

Prosegue dunque quel percorso iniziato con i primi cambiamenti di gameplay in NBA 2K18, con un gioco che di anno in anno si fa sempre più metodico e realista. Il fisico, la gestione delle energie e la visione di gioco sono condicio sine qua non per riuscire a segnare e difendere con successo, assieme alla conoscenza di movimenti e schemi.

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Il concetto di imperfezione voleva però essere un rimando all’editor del proprio giocatore che introduce la mia carriera, che permette di ricrearsi in game potendo scegliere tra una combinazione di fattori tecnici, fisici e atletici che permettono di dare vita a un alter ego che diventa come non mai un’estensione della propria persona e del proprio modo di intendere quel gioco, la pallacanestro, che la leggendaria voce di Aldo Giordani descriveva come “atletica giocata”.  Un miglioramento rispetto all’editor dello scorso anno in realtà che come detto ci farà costruire un atleta imperfetto. Potremo essere dei letali cecchini da fuori, ma ciò comporterà dover rinunciare alla possibilità di stoppare chi ci capita sotto tiro in difesa o di schiacciare pesantemente posterizzando tutti. Potremo decidere di essere un playmaker piccolo dalle lunghe braccia, ma ciò porterà a non avere molta forza fisica per far fronte ai mismatch in post con gli avversari. Potremo creare un atleta sulla scia dei grandi campioni presenti e passati della NBA, ma non saremo mai Michael Jordan o Lebron James, il nostro sarà un giocatore unico nel suo genere e se non è simulativo questo, spiegatemi voi cosa lo sia. Perla della build mode infine la possibilità di provare il giocatore appena creato alla sua massima capacità di gioco raggiungibile, con il massimo cioè dei valori che potremo fargli guadagnare, un ottimo modo per capire dove potremo arrivare con quel giocatore senza rischiare di rendersi conto di star portando avanti la costruzione di qualcosa che non rispecchia ciò che avremmo voluto.

La critica, lecita, di molti è legata alla velocità di progressione del giocatore, ancora troppo legata al sistema di microtransizioni e che su Steam ha comportato le recensioni negative che hanno fatto crollare la versione PC al secondo posto dei peggiori giochi all time. Questo aspetto persiste ancora, ma c’è stato un miglioramento e in carriera si riesce ora a progredire più velocemente e con le proprie forze. Avendo però inserito tutti i limiti di cui abbiamo appena parlato, per avere un campione che possa fare la differenza qualche transazione sarà necessario farla, almeno se vorrete avere risultati nel breve periodo.

Per il tempo che abbiamo avuto a disposizione il gioco comunque, ci sentiamo di dire che  poter creare più versioni di giocatori, cercando ogni volta il compromesso migliore, è stata una delle cose più divertenti delle novità di NBA 2K20 e poter sperimentare tra le diverse versioni di atleta e di fisico che si possono costruire è senz’altro una delle cose più simulative della realtà che ci possano essere in un gioco sportivo.

Per quel che concerne la storia della carriera, il personaggio di “CHE”, leader di una squadra di college che seguiremo nel suo percorso verso la NBA, passando quest’anno anche per la draft combine e la Summer League, non ha il carisma di altri personaggi degli anni passati, ma la sua vicenda è coinvolgente e il livello delle guest star e il modo in cui vengono coinvolte rende questa narrazione adatta a chi ama più il contesto sociale NBA che quello della pallacanestro. Aldilà di Idris Elba, presente ma che sinceramente poteva essere usato meglio in una storia un po’ più lunga di quella di questa my career, Maverick Carter, Jerry Lorenzo e le varie stelle NBA che si sono prestate a partecipare, trascinano il personaggio in un mondo che si avvicina molto a quello raccontato qualche mese fa su Netflix da Steven Soderbergh nel suo “High Flying Bird”.

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Parlando poi delle altre modalità di gioco in realtà poco è cambiato, anche se la gestione manageriale de La mia lega, è migliorata nella possibilità di interazione con i vari presidenti delle squadre e con i giocatori e le dichiarazioni fatte quest’anno avranno effettivamente un peso maggiore nel corso della carriera. La novità di quest’anno è l’introduzione della WNBA, ma le modalità possibili con le atlete sono ancora poche ed embrionali, per cui ci riserviamo di attendere le prossime edizioni prima di giudicare come la lega sia stata inserita nel contesto 2K.

Tecnicamente parlando

Durante la sua carriera, il simulatore creato in casa 2K ha saputo dettare legge quando si andava a parlare di comparto grafico. Infatti, ogni singolo gioco dedicato riusciva a stupire per la sua bellezza e per le rappresentazioni 1 ad 1 dei vari giocatori. Anche quest’edizione di NBA 2K20 non riesce a sbagliare un colpo sotto il punto di vista tecnico, rimanendo fluido a livello di frame ma ovviamente anche bello da vedere. Sulla versione da noi provato (ovvero quella PS4) il gioco girava ad una risoluzione di 1080p e 30 FPS abbastanza stabili (che danno un po’ di problemi nelle situazioni più intense).

Sotto il punto di vista audio, l’opera 2K non riesce ancora a sbagliare una virgola, regalando una vera gioia per le orecchie. Tra il doppiaggio di Idris Elba ed di altre figure note, la soundtrack generale del gioco riesce ancora a splendere offrendo una moltitudine di tracce che vanno ad ampliare il feel generale del gioco. Ovviamente il focus è stato quello di dare “voce” alla cultura Hip-Hop attraverso vari artisti della disciplina come Meek Mill, Drake, Nipsey Hussle e tanti altri ancora.

In conclusione

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Questo NBA 2K20 prende l’ottimo lavoro già visto nei precedenti capitoli e lo migliora, seppur di poco, per restituirci un’esperienza di gioco che si avvicina ancora di più alla realtà. Saper chiamare gli schemi e sfruttare i mismatch vincenti sarà fondamentale per aver successo. Chi da sempre gioca a pallacanestro potrà godere più di tutti di un’esperienza che tiene davvero conto di quella che è l’esperienza umana con questo sport, potendo sfruttare meglio blocchi e movimenti di una AI davvero ben curata e avendo la possibilità di portare tutto sé stesso in una esperienza simulativa capace di far vivere nel migliore dei modi il sogno chiamato NBA.

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8.3

Gameplay

8.5/10

Grafica

8.5/10

Storia

8.0/10

Longevità

8.0/10

Sonoro

8.5/10

Pros

  • Il migliore "simulatore" di pallacanestro attualmente sul mercato
  • Soundtrack ottimo
  • La modalità Carriera riesce ancora a convincere

Cons

  • Le microtransazione
  • Tecnicamente da qualche problema
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