Mosaic Recensione, insignificante solitudine binaria

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Camilla Colombo

Tempo di lettura: 6 minuti
Perché esistiamo? Cosa ci definisce? Come possiamo realizzarci? Avere una coscienza è un fardello che grava pesantemente quando è necessario fare i conti con una società nella quale gli individui cercano disperatamente di inserirsi in un sistema predefinito e limitato da assiomi e convinzioni passeggere. In questa prospettiva sembriamo costretti a scegliere tra l’affermazione di noi stessi o l’approvazione della massa e Krillbite Studio, sviluppatore di Mosaic, si pone come obiettivo quello di illuminarci proprio su questo dilemma.
Con un design azzeccato e accadimenti intriganti, lo studio norvegese che nel 2015 ha prodotto e sorpreso con Among the Sleep, torna alla carica trattando tematiche estremamente attuali e spesso sottintese, sebbene già viste, contribuendo a chiudere in gran bellezza questo 2019 pieno di sorprese. È necessario precisare che non stiamo parlando di un prodotto di per sé innovativo, del resto, come potrete immaginare leggendo il resto della recensione, non sono presenti elementi che presi singolarmente non siano stati già proposti altrove. Risultano in ogni caso innegabili la sintonia e l’armonia con la quale tutti questi elementi riescono elegantemente a coadiuvarsi, finendo col produrre una piacevole orchestra.
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Scala di grigi

Sogni indefiniti e soffocanti vengono interrotti dal suono di una sveglia, cerchiamo la forza di alzarci dal letto, inizia una nuova giornata buia ed incolore scandita dal numero limitato e ripetitivo di azioni e dalla vibrazione distaccata del telefono che distoglierà la nostra attenzione dalla realtà grigia, distopica e indifferente che ci circonda e, subito dopo, ci riporterà violentemente coi piedi per terra: è tardi, dobbiamo raggiungere la nostra postazione in ufficio.

Così ha inizio Mosaic e senza troppe spiegazioni verremo catapultati nel cuore dell’insignificanza della vita dell’anonimo protagonista: Nessuno, o per meglio dire: Tutti. Non sarà difficile immedesimarsi nella ridondanza delle azioni o rimanere intrappolati nell’opprimente verità della routine che si conclude inevitabilmente nella realizzazione impotente dell’insoddisfacente monotonia. Viviamo per lavorare? Lavoriamo per vivere? Viviamo per vivere?
Ma la vera domanda che sorge spontanea è: abbiamo scelta? Tutto attorno a noi sembra orientarsi verso un responso negativo: cartelloni pubblicitari e spot ci tallonano inneggiando alla sterilità cognitiva, l’impressione è quella di essere manipolati da fili invisibili dei quali non si distingue la fine.

Ogni giornata ha inizio allo stesso modo, nello stesso spazio e in un tempo indefinito cadenzato dal disordine crescente, dall’accumulo di bollette che non possiamo permetterci di pagare, dall’inevitabile indifferenza alle conseguenze e ai richiami. La soluzione sembra l’apatia, una soluzione universale che ci accompagna lungo le strade e che si riversa in ogni incrocio di sguardi evitato dalle sagome perfettamente indistinguibili e assorte dalla propria esistenza, ingranaggi indistintamente sostituibili di una macchina incomprensibile.

Fortunatamente, oltre all’apparente trascuratezza, c’è un altro particolare che ci distingue dal resto della massa: abbiamo occhi per osservare, per cercare e trovare angoli nascosti di speranza e di cruda realtà che, come un sogno da svegli, ci strapperanno dalla monocroma e indifferente monotonia punteggiandola di colore e… musica, che decapita con violenza il silenzio ambientale progettato per dare voce all’atmosfera.

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Note di colore

È proprio in questa atmosfera tetra e perfettamente riuscita, probabilmente figlia di un incrocio genetico ragionato tra Inside di Playdead e Beholder di Warm Lamp Games, che sembra esserci ancora spazio per l’individualità e avremo modo fin dal primo giorno di percepire questa circoscritta libertà. Rimanere indifferenti all’uniformità di ciò che ci circonda sarà tanto semplice quanto lo sarà distrarsi per i dettagli apparentemente oscurati dal mostro urbano che saremo costretti a valicare ogni mattina, un pezzo per volta.

La soffocante ripetitività verrà spezzata da spennellate di colore che evidenzieranno a lettere di fuoco i particolari trascurati a causa dell’ordinario assorbimento causato dal magnetismo digitale e dalla crescente perdita di interesse per le piccole cose, che agli occhi del nostro Nessuno appariranno come una melodica via di fuga. Così, ci riscopriremo nel battito d’ali di una farfalla, in un’alba nascosta tra le recinzioni, nella bellezza di un fiore osservato da vicino. La viscerale necessità di evadere dalla realtà inaffrontabile nella quale verremo inseriti fin dal primo istante, si tradurrà presto in confortevoli allucinazioni che produrranno un insolito interlocutore e motivatore: un pesciolino rosso che riuscirà a strappare le uniche parole che proferiremo nel gioco o, per meglio dire, gli unici pensieri.

Potremo così scegliere se affrontare la giornata portando con noi l’insolito compagno di avventure, legittimando la nostra “follia” o se lasciare che questo rimanga a sguazzare tra i condotti del nostro gabinetto, rimanendo fedeli al dovere. La scelta è lasciata al videogiocatore, nel nostro caso è stato impossibile sfuggire alla curiosità che ogni mattina devierà il nostro percorso verso fenditure invisibili agli occhi catturati dai media nelle quali potremo assistere alla colorata creatività di artisti di strada che conquisteranno la nostra attenzione e la custodiranno, interferendo con la nostra produttività e provocando ispirate allucinazioni che rappresentano il punto forte dell’esperienza concessa da questo titolo.

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Lobotomia digitale

Come abbiamo anticipato, il ritmo di Mosaic è scandito dal susseguirsi di spole tra il proprio spoglio appartamento e l’ufficio, nella quale saremo intrattenuti dalla risoluzione di un puzzle game atipico che rappresenterà in termini non troppo metaforici il nutrimento dell’affamata macchina per la quale lavoriamo. Il risolvimento del rompicapo, forse un po’ ripetitivo, rappresenta l’assolvimento dei nostri doveri e condurrà ad un reset delle nostre facoltà mentali che si tradurranno in un sogno sempre più soffocante e interrotto dall’ennesima sveglia. Non c’è dunque spazio per la vita personale, le energie per l’affermazione di se stessi vengono prosciugate da valutazioni minatorie delle proprie prestazioni lavorative e da messaggi ricevuti da soggetti sconosciuti a cui non avremo modo di interessarci, elementi che abbattono la più classica definizione dell’homo oeconomicus, privandolo della sua umanità.

In previsione di un futuro impersonale nel quale sembra essere scontata la manovrabilità della mente umana, saremo gentilmente accompagnati verso la rivalsa della creatività e della personalità, di quelle caratteristiche che in ottica positronica ci distinguono dagli automi. Così verremo abbandonati all’incoerenza della ragione, strattonati dalla razionalità e dalla volontà in un tiro alla fune che ammetterà un solo vincitore tra Libertà e Oppressione.

In questo clima meccanico, alimentato dalla scelta di risparmiare sui poligoni rifiniti da un’ottima gestione del cel shading, il capitalismo cercherà di prevalere ingannando la curiosità del protagonista, animato dalle intenzioni del videogiocatore, catturandolo in trappole magnetiche che trasformeranno i nostri desideri in dati metabolizzati da un sistema composto da pensieri tradotti in cifre, concretizzando l’inquietante realtà dell’estinzione moderna della privacy dalla quale sembra impossibile fuggire incolumi.

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Una via d’uscita

Mosaic non è soltanto un prodotto realizzato per intrattenere, è soprattutto un’esperienza che si realizza nella soggettività e che può, di conseguenza, provocare reazioni contrastanti in base alla consapevolezza di ciascun videogiocatore. A prescindere dal risultato si tratta di vivere in prima persona un messaggio alla quale, in misure differenti, non siamo estranei e che Krillbite Studio ha deciso di condividere attraverso uno stile quasi kafkiano che dona una leggera ventata di freschezza ad un contenuto già padroneggiato, ma che è bene non dimenticare.

Anche se forse non c’era bisogno dell’ennesima conferma del fatto che i videogiochi siano pronti ad essere un nuovo media – inteso nella sua definizione più classica di strumento per veicolare informazioni e dati – una cosa certa è che nello scenario dei videogiochi indipendenti la prospettiva di stimolare emozioni e reazioni tramite prodotti spogliati della caratteristica principale del “gioco”, il gameplay, sia sempre più gettonata.

Ansiosi di scoprire quali novità ci riserva il futuro, consigliamo di dare una possibilità a questa reinterpretazione dell’isolamento urbano pubblicata da Raw Fury e sposata dal Norwegian Film Institute, pur evidenziando un prezzo forse troppo alto per la sua durata complessiva.

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Se siete interessati a provare delle avventure simili a Mosaic allora il seguente link potrebbe fare al caso vostro!

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7.4

Trama

8.0/10

Design

8.0/10

Concept

9.0/10

Gameplay

6.0/10

Longevità

6.0/10

Pros

  • Atmosfera brillante
  • Concept e scene suggestive
  • Tematiche pungenti

Cons

  • I movimenti risultano spesso ostacolati
  • Ci sono alcuni momenti in cui la narrazione si perde leggermente

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