Moons of Madness Recensione (Playstation 4), Lovecraft su Marte

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Camilla Colombo

Tempo di lettura: 6 minuti

Il tema dell’orrore non pone sostanzialmente alcun limite al ventaglio di pretesti che concorrano a realizzare vicende e accadimenti, spesso trovando un lecito spunto nell’irreale e nel soprannaturale. È proprio questa libertà che ha portato il team di sviluppo norvegese Rock Pocket Games a scegliere di far collimare la narrazione Lovecraftiana alla ricerca spaziale, al fine di creare, con l’aiuto dello studio Funcom, quello che a tutti gli effetti può definirsi un videogioco horror cosmico: Moons of Madness, un’avventura interattiva quasi interamente basata sulla risoluzione di rompicapo ed enigmi che si colloca parallelamente, seppure in modo indipendente, a Secret World Legends titolo realizzato, appunto, da Funcom.

Nonostante verremo inseriti all’interno di un’eccellente rappresentazione dell’universo di Lovecraft, nel quale emergono vividamente le sue caratteristiche più riconosciute e sovrumane, grazie a questo titolo potremo mettere piede in una fedele riproduzione, attuale e stimata, delle meccaniche riconducibili alla vita nello spazio e, più precisamente, in una base spaziale sita sulla superficie di Marte.

Quest’avventura sci-fi inizialmente disponibile solo su PC, approda finalmente anche su Xbox One e Playstation 4 ed è proprio su quest’ultima piattaforma che abbiamo giocato il titolo oggetto di questa recensione!

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Un segreto su Marte

Quella di Moons of Madness è una narrazione a strati, tipica di quei gialli e, appunto, di quegli horror che svelano un po’ per volta gli indizi che porteranno a piccole dosi a svelare il mistero centrale, non senza aver prima contribuito a moltiplicare i dubbi e le ipotesi, mantenendo così alto il ritmo e la tensione. In quest’ottica ci sveglieremo nei panni di Shane Newehart, un ingegnere dall’infanzia turbolenta, travagliata dalla scomparsa della madre – massimo esponente della matematica -, il quale ci rivelerà fin da subito di un presago onirico su una presenza oscura che opprime la base marziana. Risvegliati, nuovamente, da questo incubo invaso da un parassita tentacolare e da ricordi del passato, cominceremo – o per meglio dire: riprenderemo – la nostra ordinaria vita su Marte, facendo una scalare conoscenza dei nostri colleghi e apprendendo quali siano i nostri compiti in vista dell’arrivo di una squadra di supporto denominata Cyrano.

Tra una mansione e l’altra, presidiata, come anticipato, dal risolvimento di alcuni enigmi, e dovuta alla riparazione di progressivi e ignoti malfunzionamenti alle strutture della base Invictus, realizzeremo di non essere gli unici ad avere sogni tediosi, attribuiti ironicamente dai nostri compagni ad una presenza definita “Strega”, figura che in un modo o nell’altro sembra essere apparsa a tutti gli astronauti. La conclusione più intuitiva sembra essere quella di imputare le visioni collettive all’isolamento e al confinamento prolungato, ma non passerà molto tempo prima che la situazione cominci a diventare sempre più sospetta e insolitamente reale.

Nel frattempo, se le premesse ci porteranno immediatamente a comprendere che la nostra missione risulterà essere segreta e coperta da una spedizione di ricerca in Antartide, col proseguire della nostra avventura non risulterà difficile cominciare a sospettare che altri segreti si annidino alla base della presenza del nostro equipaggio sul Pianeta Rosso, finanziata da Manticore-Orochi: una joint venture delle aziende e società di ricerca più influenti di un mondo futuristico collocato temporalmente nella seconda metà dell’attuale secolo.

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Fuori e dentro la realtà

Come sicuramente il genere prescelto lascerà intendere, in questo titolo il gameplay si limiterà all’esplorazione e all’interazione con gli oggetti presenti nell’area di gioco, i quali si divideranno tra strumenti utili per il proseguimento o il risolvimento degli enigmi (come batterie o piedi di porco – piacevolissima e intuitiva citazione al caposaldo del genere sci-fi: Half Life -) e in documenti o oggetti descrittivi che ci permetteranno di aggiungere informazioni relative agli avvenimenti. Gli obiettivi, generalmente deducibili dalle comunicazioni via radio con i colleghi, saranno inoltre comodamente riportati ed indicati attraverso un comando apposito, semplificando notevolmente il progresso della storia e permettendo al giocatore di dedicare una maggiore attenzione alla trama, lasciando che a spezzare il ritmo della narrazione siano unicamente i puzzle disposti con un tempismo impeccabile.

Si viene così a creare un’alternanza sostenuta e ben ritmata tra i dialoghi, gli spostamenti all’interno e all’esterno della base – i quali avvengono tramite l’utilizzo di un mezzo chiamato Myrcat -, le fasi di esplorazione e risolvimento degli enigmi – veicolate dall’utilizzo di un Biometro, strumento fondamentale per l’interazione con le apparecchiature in dotazione – e la parte più criptica e attraente del gioco: i deliri e la confusione mentale che si manifesteranno attraverso visioni e contatti ravvicinati con una dimensione che riproduce in modo estremamente fedele e gradevole, come già anticipato, l’atmosfera esposta dal celebre ciclo di Cthulhu descritto dallo scrittore statuintense Howard Phillips Lovecraft, definito da molti  uno dei maggiori esponenti della letteratura horror ad oggi conosciuta.

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In Moon of Madness verremo dunque travolti da due filoni narrativi apparentemente distinti che avranno modo, con il proseguimento dell’avventura, di intrecciarsi sempre di più, finendo col dare un preciso senso anche al titolo e portando inevitabilmente all’abbattimento del confine tra realtà e illusione, due spazi distinti che si manifestano in salti improvvisi dai vasti orizzonti proposti dal pianeta rosso a luoghi labirintici e claustrofobici che determineranno una forte inversione di tensione.

Si accorciano dunque le distanze tra le forme di vita umane e quelle aliene e vengono a sovrapporsi le ricerche sulla creazione di nuove forme di vita all’eredità di una civiltà preesistente, disturbata dalla nostra presenza non richiesta. Saremo così inevitabilmente vittime di un parassita millenario che darà un volto ad un antagonista invisibile e cosmico che non sapremo spiegarci, ma che non esiterà a tormentare le nostre operazioni, svelando un po’ per volta quei crimini di cui non eravamo partecipi e mettendoci di fronte alle nostre paure più profonde.

Tutti questi elementi dovrebbero riuscire a suggerire una valida variante di immagini già proposte da titoli dei quali sicuramente Alien: Isolation risulterà il più celebre, seguito da Dead Space o Soma, tutte realtà accomunate dall’ambientazione spaziale contaminata e rivoltosa, alla quale in questo caso si vanno ad accavallare le leggende appartenenti al culto generato dal Necronomicon, celebre pseudo-libro ricorrentemente citato nella bibliografia Lovecraftiana.

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L’ostacolo dell’espressività

Grazie a Moons of Madness assisteremo ad una narrazione ben strutturata, forte dell’interessamento di associazioni quali Creative Europe Media, Innovation Norway e Norwegian Film Institute, già da tempo inserite nell’industria videoludica. A spezzare il successo generale di questo prodotto, però, c’è sicuramente un’animazione arrugginita che pone onerosi limiti all’immedesimazione e che finisce con lo smorzare notevolmente i momenti di tensione ed ansia, sovrapponendo invece uno spiacevole senso di macchinosità e frustrazione.

Al di là della mancata necessità di reazione e mobilità, rafforzata dalla scelta di realizzare il gioco in prima persona, sarebbe forse stato opportuno sfruttare al meglio le potenzialità della piattaforma Unreal Engine, per esempio, per perfezionare la corsa che sembra spiacevolmente essere più una camminata veloce, ma pesante (non giustificata dall’alterazione della forza di gravità, poiché invariata anche nelle aree interne alla base) e che crea un innaturale contrasto con tutti quei dettagli che, al contrario, vogliono evidenziare una cura assiomatica per l’espressività e il realismo.

Al di là di questo breve inciampo, ci sentiamo indubbiamente di consigliare questo titolo a tutti gli amanti del genere horror ricordando che per la sua conclusione richiederà dalle 6 alle 8 ore di gioco e che sicuramente il prezzo di lancio è più che giustificato e ripagato dalla qualità dell’esperienza alla quale si andrà incontro, arricchita da un ottimo sonoro e da immancabili jumpscare gestiti e distribuiti sapientemente nel corso dell’avventura. Non da meno ci aspettiamo di poter giocare in futuro a nuove IP di questo calibro prodotte dalla stessa Rock Pocket Games!

 

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7.2

Gameplay

6.0/10

Grafica

6.0/10

Trama

8.0/10

Longevità

8.0/10

Colonna sonora

8.0/10

Pros

  • La cura per i dettagli concorre ad accrescere il realismo
  • Ottimo sonoro (doppiaggio e colonna sonora)
  • Buona varietà di enigmi

Cons

  • Le animazioni tolgono enfasi alle azioni più concitate
  • Gameplay piuttosto macchinoso

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