7th Sector Recensione, linguaggio uomo-macchina

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Camilla Colombo

Tempo di lettura: 5 minuti

È sicuramente evidente, al giorno d’oggi, l’improbabilità di essere completamente estranei alle realtà distopiche generate da autorità letterarie e ormai consolidate in ogni ambiente artistico. Congetture sul futuro che dipingono l’uomo intrappolato in condizioni sociali oppressive e totalitaristiche e che spesso coinvolgono macchine più o meno positroniche e autosufficienti, costituiscono dimensioni alle quali sicuramente ci è capitato di assistere almeno una volta ed è proprio per questo che l’atmosfera di 7th Sector, progettata dalla casa di sviluppo Носков Сергей, di origini russe, sembrerà familiare fin dal suo primo frame.

Le origini geografiche e culturali del team proprietario di questo piccolo titolo, concepito da Sergey Noskov, anticipano molto sulla forma mentis che anima ognuno degli ambienti che avremo modo di ripercorrere. Allo stesso tempo sembra quasi automatico evidenziare la contaminazione di quella autarchia Orwelliana, guidata dal terrorismo psicologico del “Grande Fratello” e dall’impercettibile negazione dell’autoaffermazione materializzata nell’irrazionalismo sociale, che ha ispirato fatalmente un quantitativo incalcolabile di opere di ogni genere.

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Dal modello al Cyberpunk

Lo stile e i mezzi narrativi presenti in 7th Sector sono efficaci e fortemente ispirati al modello reso celebre da Playdead con i suoi Limbo e Inside, i quali rappresentano ormai un’istituzione per qualsiasi tipo di appassionato, sia esso un veterano o un giocatore casuale. La scelta di sfruttare la bidimensionalità applicata al gameplay e di lasciare alla tridimensionalità l’incarico di svelare i contenuti della trama attraverso l’utilizzo del 2.5D risulta quindi essere una mossa vincente, rafforzata dal successo dei suoi predecessori ed egregiamente scandita da un ritmo che alterna in modo ottimale momenti più frenetici ed altri più rilassati.

Questa razionalizzazione sferica viene valorizzata da un’atmosfera fosca e cupa che conferma l’imitazione dei titoli precedentemente nominati, ma senza permettere che questa decisione precipiti nel plagio. L’identità di 7th Sector è infatti rimessa all’introduzione del genere Cyberpunk, caratterizzato dalla presenza di tecnologie avanzate e di un clima generale di rivolte sociali, entrambi elementi dominanti nella nostra storia. In questo contesto potremo assistere a scorci della vita sia di esseri umani sia di macchine proprietarie di autonomia intellettuale, collezionando brevi istanti che permetteranno di inquadrare lo stato di oppressione pubblica nella quale versa il Settore 7.

È proprio in questo luogo che parteciperemo alla genesi di una scintilla, un pacchetto di dati che contiene le informazioni sulla nostra indefinita esistenza e che ci inizierà ad un viaggio aperto ad ogni interpretazione durante il quale assisteremo alla sua evoluzione in continua metamorfosi.

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Alla ricerca della diversità

Il percorso che ci attende sarà piuttosto lineare e non richiederà grandi abilità pratiche, l’attenzione del videogiocatore verrà infatti prevalentemente canalizzata nel risolvimento di un discreto quantitativo di rompicapo differenti tra loro che permetteranno di ricevere informazioni sugli accadimenti del mondo circostante e, chiaramente, consentiranno di proseguire ai livelli successivi. A questo punto risulta necessario evidenziare come la trasformazione del personaggio sul quale avremo il controllo e la conseguente diversificazione delle abilità associate a ciascuno di essi, contribuisca in modo avveduto alla variazione dei puzzle proposti, concorrendo al mantenimento di un ritmo sostenuto ed impedendo di rimanere intrappolati nell’insidia della ridondanza.

Questa scelta si traduce altresì in un’occasione per introdurre elementi più dinamici costituiti da fasi stealth, di inseguimento e di combattimento che contribuiscono ad incrementare il coinvolgimento e permettono di spezzare l’inevitabile senso di frustrazione che alcuni enigmi finiscono col f suscitare. È purtroppo innegabile, infatti, che la volontà degli sviluppatori di realizzare puzzle atipici e complessi sia in questo caso un’arma a doppio taglio che contrappone alla soddisfazione di trovarsi davanti a qualcosa di insolito e nuovo, il rischio di rimanere bloccati a causa della quasi totale assenza di indicazioni o della difficoltà di avere un controllo fluido e solido sui comandi che, in alcuni momenti, ostacoleranno l’avanzamento pur avendo bene in mente la soluzione.

7th Sector indossa così le vesti di un titolo non accessibile a tutti e si macchia dell’intenzione di rivolgersi ad un pubblico più navigato ed esperto. Questo orientamento alla maturità non è una scelta da condannare, poiché autrice di un prodotto sicuramente interessante ed appetitoso per chi è alla ricerca di una nuova penetrante sfida, ma finisce col creare un possibile ostacolo per la sua diffusione.

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Comunicazione tridimensionale

Nonostante sia chiaramente ispirata ad altre opere precedenti, l’esperienza proposta da 7th Sector offre uno spunto interessante e trascinante che assume ulteriore valore grazie alla possibilità di imbattersi in quattro finali differenti e definiti da alcune scelte e azioni che avremo modo di attuare durante la nostra avventura: queste scelte confermano quanto detto in precedenza e prendono forma secondo l’interpretazione che il giocatore è portato ad applicare fin dalle immagini iniziali e dall’introduzione. A primo impatto sembra però rimanere piuttosto sfuggevole la reale parafrasi del significato della conclusione, che da un lato rimane talmente aperta da apparire carente, ma dall’altro favorisce una genuina riflessione che impedisce a questo titolo di finire confinato nel dimenticatoio.

La percezione del clima psicologico all’interno del Settore 7 è comunque orientata a creare una diffusa sensazione di ansia e di oppressione che non sarà difficile giustificare. L’atmosfera cupa ed enigmatica risulta infatti ben riuscita e trasporta coerentemente il giocatore dall’inizio alla fine. Sebbene di fatto  il comparto artistico si componga di elementi estremamente semplici, questa linearità concorre a creare l’ambiente giusto nel quale inserire il corredo progettato dalla casa di sviluppo russa: i poligoni e i dettagli vengono così minimizzati e spogliati di minuzie fuorvianti; la colonna sonora, affidata a Nobody’s Nail Machine, accompagna quasi silenziosamente gli sviluppi narrativi; gli scenari tendono a rimanere sterili per facilitare l’individuazione dei particolari rilevanti su tutte le dimensioni.

Risulterà quindi importante riuscire a spostare l’attenzione da un piano all’altro sia per orientarsi sul da farsi, sia per riuscire a trovare una spiegazione alla nostra esistenza. È proprio per questo che in diverse circostanze sarà il gioco stesso a costringerci ad interagire con l’ambiente posto alle spalle del piano di scorrimento per costringerci a partecipare attivamente agli eventi in corso, ricevendo così le informazioni indispensabili a fare luce sulle motivazioni del nostro viaggio.

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In conclusione

Nel complesso siamo stati convinti dall’esibizione di questo titolo e sentiamo di consigliare a chiunque sia rimasto colpito dai prodotti di Playdead di dargli una possibilità e, soprattutto, di non inciampare alla prima difficoltà, cercando di entrare sempre più a fondo nella mentalità del gioco, imparando di conseguenza ad interpretarlo.

Ricordiamo inoltre che non sono mancati nomine e premi, tra i quali sono sicuramente da menzionare il riconoscimento come miglior videogioco Indie e quello per l’eccellenza nella Visual Art ottenuti nel corso dei DevGAMM di Mosca tenutisi lo scorso anno.

Dopo essere stato lanciato su PC, 7th Sector è ora disponibile su tutte le piattaforme (PS4, Xbox One e Nintendo Switch) pronto ad intrattenervi con le sue 5/6 ore di gioco e i misteri di questo intricato viaggio!

 

 

0.00
7.2

Gameplay

6.0/10

Grafica

8.0/10

Trama

7.0/10

Longevità

7.0/10

Colonna sonora

8.0/10

Pros

  • Atmosfera e dettagli sullo sfondo funzionanti
  • Il ritmo è ben sostenuto
  • Puzzle ingaggianti

Cons

  • I controlli risultano a volte frustranti
  • Rompicapo non sempre intuitivi

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