Speciale X-Men: Dark Phoenix, la storia a fumetti dei D’Bari

Fumetti
Gianfranco Autilia

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Quattro giorni fa vi abbiamo raccontato la lunga e affascinante vita fumettistica di Jean Grey, la protagonista indiscussa di X-Men: Dark Phoenix, il cinecomic diretto da Simon Kinberg che segna a tutti gli effetti la fine di questi X-Men cinematografici. Fino a qualche tempo fa, aleggiava molto mistero circa il ruolo che avrebbe ricoperto nella pellicola l’attrice Jessica Chastain, la quale – come ormai oggi saprete – ha prestato il volto a Vuk dei D’Bari, una antica e pacifica razza aliena nota anche come Uomini Asparago nata nei fumetti della Casa delle Idee, in cui – differentemente dalla sua controparte del grande schermo – non possiede abilità mutaforma.

Il primo D’Bari a essere mai esistito nell’Universo Marvel cartaceo si chiama proprio come il personaggio della Chastain, Vuk, e – pur avendo esordito al cinema con un film dei Figli dell’Atomo – deve la sua prima apparizione assoluta a un fumetto degli Avengers, ossia l’iconico quarto numero della serie scritto da Stan Lee per i disegni di Jack Kirby nel lontano 1964. Quell’albo è fondamentalmente passato alla storia per averci mostrato il leggendario Capitan America entrare per la prima volta nei ranghi degli Eroi più Potenti della Terra ma, tra le altre cose, ha anche visto gli allora membri del team – Giant-Man, Wasp, Iron Man e Thor – venire misteriosamente trasformati in statue di pietra. Ciò induce Capitan America, Rick Jones e la sua Brigata Giovanile a mettersi alla ricerca del responsabile della faccenda, che risulta essere proprio Vuk. Quest’ultimo, secoli addietro, approdò sulla Terra grazie a un guasto meccanico della sua astronave, che per via di un brusco atterraggio si bloccò in fondo al mare. Con l’intento di recuperare il velivolo e di fare ritorno alla lontana galassia da cui proviene, l’alieno iniziò a cercare aiuto, ma venne aggredito dalle persone che lo temevano. Per autodifesa, Vuk utilizzò contro di loro una sua arma speciale capace di tramutare qualunque essere in pietra solida. Queste particolari abilità – più il taglio di capelli vagamente femminile che contraddistingue i D’Bari – originarono oltretutto la leggenda di Medusa. Gli anni trascorrono e, per riuscire a liberare la sua astronave, Vuk stringe alleanza con Namor il Sub Mariner, che in quel periodo rappresentava una formidabile minaccia per gli Avengers. Desideroso di vendicarsi di questi ultimi, Namor ordina al D’Bari di tramutare in statue tutti i componenti della squadra, offrendosi in cambio di soccorrere il velivolo incastrato. Venuto a sapere tutto ciò, Capitan America convince l’essere alieno a riportare alla normalità i Vendicatori e questi riescono ad aiutare Vuk, il quale parte nello spazio per far ritorno a casa.

La successiva apparizione dei D’Bari – forse ancor più significativa rispetto a quella in Avengers #4 – risale editorialmente al 1980, ed è stata proposta su Uncanny X-Men #135, un capitolo della tanto nota “Saga di Fenice Nera” imbastita da Chris Claremont e John Byrne. All’interno di quel fumetto, la potente entità cosmica Fenice Nera, con le fattezze dell’X-Man Jean Grey, assorbe l’energia di una stella nana gialla e causa conseguentemente la disturbante morte di un’intera razza aliena, ossia gli stessi D’Bari, abitanti di un pianeta alleato dell’Impero Shi’ar, D’Bari IV. Nonostante questo clamoroso sterminio di massa, si apprenderà più tardi che alcuni di loro non si trovavano nel proprio pianeta natale durante la sua distruzione e, pertanto, erano riusciti a salvarsi. Un esempio è Tas’wzta, un membro dei Nova Corps introdotto nelle storie anni Novanta di Nova orchestrate da Chris Marrinan (testi) e Mike Harris (disegni) che è poi deceduto per mano del lupoide Kraa.

La tragica morte dei D’Bari.

Con il 43° numero di Classic X-Men datato 1990, Chris Claremont narra un racconto di Fenice in cui ella, dopo essersi suicidata, riesce brevemente a vivere la vita di una D’Bari, Gvyn, prima della distruzione del suo pianeta.

È lo sceneggiatore e disegnatore John Byrne a ripescare dal cilindro i D’Bari due anni dopo, nel 1992, utilizzandoli per la sua brillante quanto esilarante run di Sensational She-Hulk, precisamente nei numeri che vanno dal #43 al #46 della serie dedicata alla cugina di Bruce Banner. Lì, She-Hulk e la sua compagna di disavventure Weezi partono alla ricerca di due loro compagni, Buford e Taryn, reclusi all’interno di una prigione dei D’Bari. La supereroina dalla pelle verde parte in loro soccorso e, dopo diverse peripezie, riesce nell’intento, salvando inoltre il procione spaziale Rocket Raccoon e un Ovoide, anche loro tenuti prigioneri. Eppure, gli alieni apparsi in questa spassosa sequenza di storie non sono affatto i D’Bari, bensì gli Uomini Copia Carbone, una specie di alieni mutaforma simili agli Skrull che, dopo aver incontrato Vok, ne hanno assunto le sembianze, nascondendosi in tal modo dai veri Skrull, desiderosi di sterminarli per le loro abilità similari. Prima che la missione di evasione complottata da She-Hulk giungesse a un epilogo, Vuk ha però il tempo di utilizzare la sua pistola per impietrire l’intero mondo in cui si trovano: Jennifer Walters e soci riescono a salvarsi, mentre Vuk e gli altri alieni finiscono per assumere una consistenza rocciosa. Ma le cose per lui non finiranno qui.

Tornato normale dopo essere diventato roccioso, Vuk viene ripescato da Erik Larsen per lo story-arc di Wolverine intitolato “La Grande Fuga“, dove viene imprigionato contro il suo volere nel Prison World del Collezionista assieme ad altri extraterrestri, la maggior parte dei quali superstiti della propria razza, esattamente come il D’Bari. Per la solitudine, Vuk genera un figlio, Bzztl, e ha poi modo di confrontarsi con il mutante Wolverine, reo – secondo il suo punto di vista – di aver sterminato la sua razza, essendo un membro degli X-Men e quindi alleato di Fenice. Tuttavia, l’artigliato canadese prende giustamente le distanze da quanto compiuto dall’entità cosmica e stringe alleanza con i suoi compagni di cella alieni per fuggire di prigione. Successivamente, il Prison World viene divorato da Galactus.

Con il crossover Maximum Security, Vuk torna nuovamente in scena e, con indosso un’armatura, assume l’identità di Starhammer. Il tutto viene narrato da Chris Claremont (testi) e Salvador Larroca (disegni) su Uncanny X-Men #387, dove Vuk riesce tra l’altro ad assalire Jean Grey con l’intento di vendicare lo sterminio del suo popolo da lei causato, malgrado le cose non siano affatto andate così, dato che – ricordiamo – ad aver compiuto quelle azioni è stata la Forza Fenice, che in quel periodo aveva assunto le sembianze di Jean. Questa, attraverso le sue potenti abilità telepatiche, riesce a convincere Vuk di essere morta per mano sua, facendogli quindi credere di aver finalmente vendicato l’uccisione dei D’Bari.

La più recente e, almeno per il momento, ultima apparizione di Starhammer risale soltanto all’anno scorso, con X-Men Gold Annual #1, un albo speciale scritto da Marc Guggenheim e Leah Williams per i disegni di Alitha Martinez. È su quelle pagine che si scopre che Vuk è riuscito a ricostruire la società dei D’Bari, venendo osannato da questi ultimi come un eroe. Tuttavia, l’alieno viene poi ripudiato e allontanato dalla sua stessa razza quando ricorda di non aver affatto ucciso Jean come lei gli aveva fatto credere. Caduto in disgrazia, Vuk decide di approdare sulla Terra per vendicarsi: si scaglia così contro Rachel Grey, credendola erroneamente la responsabile del suo precedente soggiogamento telepatico. Il D’Bari arriva perfino a congegnare un folle piano atto a sbarazzarsi dei superumani terrestri e ad annichilire il nostro pianeta come accaduto tempo prima al suo ma, per fortuna, la figlia mutante di Capitan Bretagna e Meggan, Maggie, riesce a trovare una soluzione pacifica alla questione, conducendo l’alieno in una linea temporale dove i D’Bari sono sani e salvi. In questo modo, Vuk ha la seconda chance di ricostruire ancora una volta la sua civiltà al fianco dei suoi pochi fratelli sopravvissuti.

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