Ronin di Frank Miller, la recensione – NO SPOILER

Fumetti
Vito Fabrizio Brugnola
Laureato in Filosofia con tesi su Kant e la filosofia analitica, tutor online di filosofia e storia, appassionato di disegno, curatore della rubrica di storie brevi a fumetti "BadLands" (tempo permettendo) e contributor per NerdPlanet.it, attualmente si dedica a tematiche con analisi dati, data science e machine learning. Ha nel cassetto una graphic novel sci-fi che prima o poi finirà.

Laureato in Filosofia con tesi su Kant e la filosofia analitica, tutor online di filosofia e storia, appassionato di disegno, curatore della rubrica di storie brevi a fumetti "BadLands" (tempo permettendo) e contributor per NerdPlanet.it, attualmente si dedica a tematiche con analisi dati, data science e machine learning. Ha nel cassetto una graphic novel sci-fi che prima o poi finirà.

Tempo di lettura: 5 minuti

Ronin” è una miniserie a fumetti ideata e disegnata da Frank Miller, pubblicata tra il 1983 e il 1984 dalla DC Comics e portato in Italia da RW edizioni. Gli anni Ottanta, come è noto, sono per Miller l’epoca d’oro: Il ritorno del Cavaliere Oscuro (1986), Devil: Rinascita (1986), Devil: Amore e guerra (1986), Elektra: Assassin (1987). Questi sono solo alcuni dei contributi dell’autore, tra l’altro precedenti a 300 e a Sin City, opere rese maggiormente note grazie alle trasposizioni cinematografiche.

L’accenno di trama

Ronin rappresenta, dal punto di vista generale della nona arte, un’occasione di profonda sperimentazione. Il fumetto è molto lungo e consta di sei libri. Essa narra la storia di un samurai che, dopo la morte del suo padrone, Ozaki, per mano del demone mutaforma Agat, diventa un ronin (ovvero un samurai senza padrone) che difende e conserva una spada sacra capace di distruggere il demone se imbevuta di sangue innocente.

Ronin - Tavola 48

Ronin – Tavola 48

Dopo lo scontro tra il ronin e il demone, quindici anni dopo la morte di Ozaki, gli spiriti di questi ultimi vengono intrappolati nella spada che verrà distrutta ottocento anni dopo quando uno scienziato, in un esperimento, colpisce l’arma con un laser e libera gli spiriti del ronin e di Agat. La narrazione si sposta così in una New York distopica del XXI secolo.

Il ronin si impossesserà di Billy Challas, dipendente senza arti della Aquarius Corporation, compagnia biotecnologica che ha lo scopo di fermare l’ondata di degrado e violenza a New York grazie ai suoi biocircuiti. Ci fermiamo qui: in una recensione la trama deve essere accennata nel suo soggetto e deve essere spoiler-free.

Anni Ottanta e narrazione

In Ronin troviamo tutti gli elementi che costituiscono le molecole del fumetto d’autore americano degli anni Ottanta, specialmente quelli milleriani. New York, fondamentale ora come allora, il tema della distopia post-capitalista, la violenza, la città in mano a bande criminali dal taglio decisamente punk-borderline, non troppo diversamente dalla Detroit di Robocop (Miller firmerà la sceneggiatura di Robocop 2 e Robocop 3), il culto per tutto ciò che è orientale, i cyborg. Chi ha visto quel piccolo e parodistico capolavoro di Kung Fury sa a cosa ci riferiamo.

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La narrazione procede quasi sempre spedita, salvo alcune parti in cui Miller la diluisce scientemente, dilatandone i tempi. Alcuni disegni, ad esempio, sono spalmati su più vignette. Al lettore viene restituita una rapidità di lettura sconvolgente: si ha fame di andare avanti. Il bello è che Ronin rappresenta in pieno la possibilità che un fumetto d’autore non debba necessariamente essere complicato per essere tale. È forse proprio per questo che Miller è un bravissimo narratore: non vuole che il lettore perda niente della storia, che tutto sia chiaro e questo diventa palese in alcune tavole che pur essendo narrativamente superflue, hanno tuttavia il valore del didascalico, facendo il punto di quello che è successo.

Il risultato è una magnifica storia adult-oriented. Una storia ricca che ci presenta un menù abbondante capace di saziare il gusto e l’appetito dei più. Non il ultimo da notare che il fumetto tratta anche delle opposizioni tra magia e tecnologia (Ronin è sia fantasy che fantascientifico) e le accoppiate distopia-libertà, utopia-controllo. Anche questi motivi contribuiscono all’enorme densità della storia, come pure alla attualità.

Ronin vs Agat, splash-page, tavole 32-33.

Ronin vs Agat, splash-page, tavole 32-33.

Miller disegnatore: l’imbarazzo e il dilemma del giudizio

Passando alla parte grafica, ci ritroviamo davanti al problema e all’imbarazzo di dover giudicare la titanica figura di Frank Miller, uno dei più grandi narratori della seconda metà del Novecento.
Partiamo con i dati di fatto. Frank Miller non è un grande disegnatore. Questa affermazione, che darà certamente corpo a turbini di ire, va però contestualizzata. Quando affermiamo che Miller non è un grande disegnatore, giudichiamo dal punto di vista puramente accademico. Le anatomie sono grezze, le prospettive quasi inesistenti, ambientazioni e sfondi accennati, quando non sono vuoti. Il disegno manca di struttura. La raffigurazione di componenti tecnologiche, in una storia in cui la componente cyborg è fondamentale, è costituita dalla semplice giustapposizioni di parti hardware non meglio definite, anzi, si direbbe rapsodiche. La questione è: quanto e se questo abbia importanza.

Ronin, Acquarius complex

Ronin, Acquarius complex

La risposta più adatta, in tutta onestà, potrebbe essere solo un “non lo so“. La domanda successiva assume le forme di un dilemma: un disegno più “competente” avrebbe giovato alla già eccelsa qualità di un’opera come Ronin? Forse, ma non necessariamente. Ronin è un’opera figlia del genio e dell’inventiva di Frank Miller, e a lui bisogna riconoscere la patria potestà anche sullo stile grafico. Inoltre, proprio la rozzezza del disegno garantisce al lettore una velocità di consumazione dell’opera straordinariamente veloce: ho divorato Ronin in poche ore, nonostante l’immensa mole di tavole. Graficamente c’è poco di superfluo: ho avuto l’impressione che Miller avesse fretta di narrare, fretta di vedere la sua storia su carta, di poterla leggere, di vedere la visione concretizzata in un oggetto materiale. La componente grafica è probabilmente funzionale a questo desiderio, il desiderio di un meraviglioso narratore.

La scelta del colorista Lynn Varley sembra azzeccatissima. I colori sono finalizzati più a distinguere le parti e i personaggi, costituiscono più una sintassi ancillare alla narrazione, che un valore aggiunto dal punto di vista figurativo. Un’altra questione è poi si abbia titolo per giudicare i disegni di Frank Miller. Una vocina perentoria nella testa grida disperata “NO!” e questa è la risposta che dobbiamo dare. Dunque, quello che è il giudizio sui disegni di Frank Miller è molto soggettivo. L’unico criterio a cui si è obbedito è stato quello dell’onestà intellettuale. Tutto questo è il contesto e l’esplicitazione delle premesse alla base dell’affermazione che Miller non è un grande disegnatore.

Concludendo…

Rimane il fatto, solido come l’alabastro, che Miller è un immenso narratore, che, al di là delle sue presunte lacune da disegnatore, capace di avere comunque uno stile riconoscibilissimo e funzionale alla narrazione, ci ha consegnato un’opera magistrale, un must read per chiunque voglia occuparsi di fumetto anche solo a livello amatoriale.

Ronin di Frank Miller

8.2

Storia

9.0/10

Disegni

7.0/10

Colori

8.0/10

Chine

7.0/10

Indipendenza

10.0/10

Pros

  • Un classico
  • Contenuto maturo
  • Equilibrio e sintesi tra fantasy e fantascienza
  • Frank Miller

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