Oblivion Song, la Recensione – NO SPOILER

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Recensione in anteprima del primo volume di Oblivion Song, edito da Skybound (imprint Image) e pubblicato in Italia da Saldapress. In uscita il 9 Marzo. Qui sotto una breve anteprima degli eventi, cosi’ come risulta dalla quarta di copertina.

“La Città di Philadelphia ringrazia l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’aiuto fornito nel corso delle operazioni di soccorso nelle settimane e nei mesi immediatamente successivi alla Trasposizione. Sapere che abbiamo il supporto dei nostri alleati, vicini e lontani, ha rinnovato in noi un sentimento di amore fraterno che ci accompagnerà per tutto il lungo processo di ricostruzione della nostra grande città. Cordialmente, Sindaco Casey Bonetti”

300.000 persone scomparse. Un fenomeno chiamato Trasposizione. L’intervento delle Nazione Unite.
Cos’è accaduto a Philadelphia?
La nuova serie di Robert Kirkman, Lorenzo De Felici e Annalisa Leoni vi sorprenderà.

La serie risulta altresì essere la prima collaborazione dell’Autore con due artisti italiani.

Ricordiamo che lo stesso Kirkman, in occasione del Lucca Comics del 2017, si era lasciato andare alle seguenti dichiarazioni per Oblivion Song:

“Con Oblivion Song, mi piace pensare di aver dato vita a un nuovo genere narrativo, che potremmo definire prossimi all’apocalisse”

L’idea non è in realtà nuova, già Ed Brisson in Sheltered si era posto il problema delle situazioni di impending doom pre apocalittiche, si tratta comunque di generi che ben si prestano a fortissimi cliffhangers.

Con riguardo al rapporto tra Kirkman e De Felici invece:

“Robert ha messo subito le cose in chiaro: se siamo coautori di Oblivion Song, la serie deve appartenere a entrambi. Fin dall’inizio, quindi, quando si tratta di introdurre nuovi ambienti, creature o personaggi, lui mi suggerisce un’idea, la reazione che vuole suscitare nel lettore o qualche vago riferimento esterno, e io parto da lì per dargli una forma.”

Insomma, fin da subito pare essere un matrimonio felice quello tra Robert ed i nostri artisti.

KIRKMAN STRIKES AGAIN

Invincible è morto, lunga vita a Invincible.

Lo stacanovista Robert Kirkman decreta che le vacanze per lui sono solo un’opzione non praticabile, e forse manco economicamente redditizia (come se gli mancassero i soldi) e così, subito dopo la fine della maxi-serie Invincible (e la riscrittura del genere supereroistico adolescenziale, reminescente del primo Spider-Man), l’Autore decide di regalarci una nuovissima serie post-apocalittica.

Oblivion Song, figlia di un connubio di idee davvero superlativo, una crasi di vari elementi sci-fi pescati liberamente da altri prodotti del medium cinematografico e/o fumettistico (ed anche letterario).

Riuscirà Kirkman a stupirci anche questa volta? C’è riuscito con TWD nel corso di quindici lunghi anni (nonostante adesso abbia addosso un lieve sapore di vecchio e di già visto), c’è riuscito con Outcast e i suoi elementi sovrannaturali e c’è, come già detto sopra, riuscito con Invincible. Tra l’altro Invincible può forse considerarsi come la mission piu’ dura per il Kirkman ad oggi, il quale è riuscito a destreggiarsi nel peggiore ambiente della nona arte: l’ambiente supereroistico, saturo di produzioni mediocri e copy/paste vari.

Ma parliamo del nostro Oblivion Song, non stiamo scrivendo una biografia celebrativa di Robert Kirkman, o meglio, non ancora.

Oblivion Song si presenta fin da subito come una chimera tipica della mitologia greca. Un riuscitissimo ibrido tra TWD, Roadside Picnic, The Leftovers, Cloverfield, The Returned, Chrononauts e Salvate il Soldato Ryan. Ma ridurre il lavoro di Kirkman a questi esempi sarebbe davvero umiliante ed indecoroso.

Vorrebbe dire sminuire l’Autore che si ha davanti.

C’è chiaramente di piu’ al di sotto della patina di post-apocalittico che da anni permea i lavoro dello scrittore Image, al di sotto di quello che può sembrare prima facie l’ennesimo tentativo di scrivere una storia poco originale.

Vedremo se l’Autore, come detto in apertura, riuscirà a sorprenderci anche questa volta, mettendo da parte il classico imperativo “o noi o loro” tipico delle produzioni apocalittiche (e del suo TWD), spostando il baricentro dalla classica storia di sopravvivenza in un ambiente ostile per muoversi verso un racconto che ha pur sempre una componente survival, ma di cui non ne fa il proprio centro di gravità.

Il centro è dato, bensì, da un determinato evento trigger (la Trasposizione), dall’esistenza di un universo parallelo e dai relativi problemi che da questo scaturiscono: primo fra tutti, la sparizione di una notevole zona di Philadelphia e in secondo luogo della conseguente scomparsa improvvisa di circa trecentomila persone residenti in quella zona.

Al comparto artistico troviamo l’italianissimo Lorenzo De Felici (altresì co-creatore di Oblivion Song), già conosciuto per Dylan Dog, Orfani e Drakka, coadiuvato ai colori da un’ altra connazionale, Annalisa Leoni, anch’essa molto conosciuta in ambito Bonelli.

Lo stile di De Felici ben si concilia con le ultime decisioni artistiche del Kirkman (vedi Ryan Ottley su Invincible e, per certi versi, il tratto di Adlard su TWD), un misto di cartoon art unito ad uno stile anatomico sporco e volutamente squadrato (che talvolta risulta preferire la semplicità rispetto ad un maggior dettaglio) come richiede il medium di questi ultimi anni. Di sicuro impatto sono poi le cover del disegnatore italiano, sicuramente maggiormente impressionanti rispetto all’interior art.

Stile, quello di Lorenzo, che si pone in forte distonia col tono serioso e drammatico della trama di Oblivion Song, in cui forse ci si potrebbe aspettare una maggiore componente epica, il che può essere visto sia come un bene sia come un male, per le motivazioni che meglio elencherò oltre.

La Leoni esibisce invece una palette coloristica di tutto rispetto, alternando i colori caldi della zona dell’Oblio a quelli piu’ o meno freddi delle scene nella Philadelphia del presente, in cui si avverte maggiormente il senso di disperazione per la perdita della speranza di rivedere i propri cari. Restituendo una profondità e completezza anche ad ambienti in cui questa pare mancare. Ed è proprio questa intesa quasi “sessuale” sul foglio da disegno, tra la Leoni e De Felice, ad amplificare quel senso di ineludibile e sfiancante realtà dei fatti, ovvero, dei danni fatti dalla Traslazione.

Come sempre, lo stile autoriale di Kirkman tende a focalizzarsi più sul concetto di world building rispetto a quello di plot-arc writing.

L’Autore, coadiuvato dallo storytelling della rising star nostrana, riesce ancora una volta a centrare l’obiettivo, preoccupandosi fin da subito di introdurci prima al mondo che è, poi al mondo che era e ad i relativi nessi di causalità tra primo e secondo. Prendendosi altresì del tempo per introdurci ai personaggi cardine di questo primo volume. Preferendo che siano i fatti a descrivere i personaggi, rispetto ad uno stile pomposamente descrittivo e sovrabbondante (tipico di altre produzioni di diversa caratura).

Le stesse prime pagine, infatti, si aprono su scene slegate da qualsivoglia introduzione, proprio per aumentare il drama-factor e di adrenaline rush di Oblivion Song, ed anche per confermare quanto detto sopra, ovvero che i personaggi vengono fatti conoscere al lettore per via dell’azione circostante.

Il senso di dramma è poi amplificato dalle varie pagine mute di De Felice, che nel piu’ autentico stile tipico dei silent comics, ci regala scene intrise ora di disperazione e terrore, ora di inaudita potenza e voglia di riscatto.

Detto in poche parole: L’arte di Lorenzo De Felici ed i colori di Annalisa Leoni riescono a catturare la strana dualità di questa serie in maniera superba. Riuscendo sia a restituire una quasi parvenza di vitalità all’ambiente devastato e apocalittico dell’Oblio, ed ai suoi orripilanti mostri, sia all’ambiente dell’attuale Philadelphia, in cui gli unici mostri esistenti indossano completo e cravatta.

THE LEFTOVERS

La sinossi di Oblivion Song è, all’apparenza, molto semplice: un’ ingente porzione di Philadelphia (con i suoi 300.000 abitanti) è svanita nel nulla, o meglio, è svanita in un’altra dimensione. Una dimensione piena zeppa di mostri terribili, figliastri delle varie opere grafiche di Alan Moore su Lovecraft e del migliore Greg Capullo, mostri di cui nessuno sa l’esatta provenienza. Ma soprattutto nessuno riesce a spiegarsi cosa sia successo agli abitanti di quella porzione di Philadelphia, se sono vivi, dove sono e cosa stanno facendo.

Così accade che, dieci anni dopo l’infausto evento, mentre il resto del mondo si abbandona alla speranza di ritrovare i naufraghi di Philly, un uomo, Nathan Cole, continuerà la missione abbandonata dal governo negli anni precedenti, avventurandosi nella zona definita Oblivion (Oblio) alla ricerca di domande, risposte e soprattutto, sopravvissuti.

Domande e risposte che subiscono una brusca accelerazione di dieci anni, uno iato temporale enorme, il quale non viene mostrato al lettore in questo primo volume, ma che si auspica verrà analizzato nei volumi successivi.

Ed è proprio nelle prima pagine che inizia l’opera costruttiva del Kirkman, il quale meticolosamente impila con dovizia e maestria ogni singolo blocco della sua nuova opera, ponendo determinati personaggi al centro della scena e altresì introducendo il lettore ai loro drammi e alle loro storie. Ma è il fattore emozionale a fare da padrone questo primo volume. I personaggi vengono appunto introdotti per il tramite delle loro situazioni, conosciamo la loro vita a causa di quanto accaduto nel loro passato, o di quanto sta accadendo a loro.

Non sono vite nuove, sono vite spezzate.

E di questo fattore, la rottura dell’essere umano, il Kirkman pare accorgersi, specie nel modo in cui “costruisce” il protagonista, Nathan, il cui persistente e quasi incrollabile zelo pare essere tutto per lui. Traccia di questo zelo si ha nel modo, invero quasi disturbante, in cui egli tiene traccia di tutti quelli che è riuscito a salvare nel corso delle sue traversate.

Quasi come fosse un moderno Noè e la sua missione fosse la sua Arca della salvezza.

Ma non è solo lui ad essere scritto in modo magistrale dall’Autore, anche Duncan (uno degli scienziati del team del protagonista) viene dipinto come un uomo fragile e spezzato, il quale risulta soffrire contemporaneamente sia della sindrome di Stoccolma sia di quella da Shock post-traumatico.

Altresì la prima persona ad essere salvata, nel volume, viene rappresentata come in uno stato di shock. come se si fosse svegliata da un lungo e terribile incubo, il quale viene mostrato al lettore nella forma di lamenti, smorfie di terrore e di atteggiamenti tipici di un soggetto in preda a deliri psichiatrici.

Ed ecco che alla caratterizzazione sublime di Kirkman si aggiunge nuovamente il magistrale lavoro del comparto artistico, il quale riesce a creare un album narrativo delle anime dei protagonisti e dei personaggi in secondo piano. Una compilation delle loro “nuove” vite.

Persino la zona di Philadelphia scomparsa (circa 80km quadrati) viene rappresentata come un enorme memoriale, a cui si collega una cinta muraria che divide la realtà dal dolore, quasi in sintonia con quello creato per il WTC americano a seguito degli eventi dell’undici settembre.

Ma non è tutto rose e fiori per il nostro Nathan, il quale sembra muoversi tra le dimensioni con un dispositivo uscito direttamente dal Chrononauts di Mark Millar, egli si troverà ben presto faccia a faccia con la più dura delle realtà.

La burocrazia governativa.

Il governo, il quale non si fa scrupoli non solo a negargli i fondi di cui ha bisogno per la sua missione di salvataggio, ma non perde altresì tempo ad etichettare questa come una inutile crociata, un mero sfizio autocelebrativo di Nathan.

Come se le vite di pochi non valessero nulla rispetto a coloro che sono sopravvissuti, una decisione potremmo dire utilitaristica in negativo (nell’accezione descritta da John Smart nel corso del XX secolo).

E mentre la speranza svanisce negli occhi di tutti, lo stesso non può dirsi per la risoluzione del protagonista, il quale torna nuovamente nel mondo al di là, ritemprato nella propria risoluzione.

Sarà proprio in questo viaggio che farà egli farà la conoscenza indiretta di alcuni misteriosi personaggi, la cui natura è messa in dubbio proprio nel momento stesso in cui vengono mostrati al lettore.

Saranno amici o nemici?

Nel corso del volume si scoprirà però che anche “dall’altra parte” vi sono numerose persone sopravvissute, persone che se la passano tutto sommato bene, e che non sono entusiaste all’idea di dover tornare nel mondo “civilizzato”, o per meglio dire: nel mondo che si è dimenticato di loro, trecentomila anime cancellate con la gomma, come se non fossero mai esistite.

La verità è che delle persone che erano rimane solo il guscio esterno, dentro sono diversi, dentro non solo più loro.

La loro anima è morta quel giorno, ed è stata rimpiazzata dalla tagliente realtà delle cose, essi sono stati abbandonati e nulla sarà più lo stesso.

Forse è proprio qui che Kirkman accosta la sindrome da shock post traumatico dei militari (che alcuni sperimentano al ritorno dalla guerra) a quella che maturana nei soggetti salvati da Nathan.

Ad un certo punto però subentra un elemento nuovo, sconosciuto, una contaminazione tipica di un altro prodotto cinematografico: l’Avatar di James Cameron.

Di tale contaminazione si ha dimostrazione verso i 2/3 del volume, e qui mi fermo per evitare un enorme spoile, ma sono sicuro che molti lettori riconosceranno subito una versione cartacea dello spietato Colonello Quaritch (interpretato da Stephen Lang) dell’opera di Cameron.

Ma non è tutto nero per il nostro protagonista, e verso la fine si palesa una piacevole sorpresa per Nathan. Una sorpresa riecheggiante un vecchio e ancestrale profumo, un aroma familiare per il protagonista.

Ma ecco che alla dolce fragranza si sostituisce subito un retrogusto amaro e acido, ed il nostro protagonista si ritroverà a fare i conti con la stessa opportunità della sua missione.

Ed egli è costretto a scontrarsi con la dura verità: le persone “al di là” sono felici della loro nuova vita.

Specie una persona in particolare, una persona molto importante per il protagonista. Sarà un duro, ma amorevole, colpo per Nathan, un colpo voluto e non voluto allo stesso tempo, una doccia fredda di cui non era sicuro di aver bisogno. Una verità idonea a sgretolare come se fosse creta tutto il suo lavoro.

Ma Kirkman non si ferma qui e decide di ordire un ancora più sbalorditivo colpo di scena, che stavolta colpisce il lettore in piena faccia, come un treno sparato alla velocità della luce. Una rivelazione su cui non voglio pronunciarmi, ma che sicuramente farà innamorare il lettore di Oblivion Song, qualora non sia riuscito ad attecchire nelle pagine precedenti, lasciandolo ad annaspare con le parole nella speranza del prossimo volume.

Nella speranza di conoscere cosa è venuto prima.

Nella necessità di sapere perché.

A SWEET SONG

Oblivion Song si presenta ineludibilmente come un’opera fresca e di elevatissima qualità, non tanto per il setting, quanto per la riuscitissima, e felicissima, combinazione di elementi presi in prestito da numerosi lavori, tanto letterari quanto cinematografici. A cui si aggiunge una magistrale componente artistica, che sicuramente verrà riconosciuta come tale anche oltre la nostra Italia.

Tra gli elementi di riferimento di Oblivion Song vi sono:

  1. la componente survival di TWD, agli zombie sono sostituiti però i mostri, al mondo reale è sostituito quello dell’Oblio;
  2. The Leftovers per la sparizione improvvisa di trecentomila persone (ed il conseguente stato di disperazione di coloro che sono rimasti, e i vari memoriali con cadenza annuale rispetto alla Dipartita);
  3. Cloverfield per lo stile imponente dei mostri e per lo sgomento di chi se li ritrova davanti (nonché per le ripercussioni temporali);
  4. The Returned per la sensazione di shock e afflizione di coloro che sono tornati, la sensazione di essere oramai “fuori posto” e fuori dal tempo;
  5. Chrononauts per il dispositivo col quale si muove nel tempo e lo spazio il protagonista;
  6. Salvate il Soldato Ryan per la missione “a tutti i costi” che sembra muovere Nathan;
  7. Avatar per la componente militaristica che si vede verso la fine del volume;
  8. Roadside Picnic per l’evento scatenante la sparizione di Philadelphia e dei suoi abitanti.

Si tratta di un ottimo capitolo iniziale, ricco di spunti per i successivi numeri e di sotto-trame da far progredire (specie quelle viste nelle ultime due pagine del volume). Tuttavia ci sono ancora dei punti neri, o perlomeno grigi, in cui la trama appare un po’ troppo sfocata e generica, in alcuni tratti forse addirittura fin troppo involuta. Una grossa macchia nera è sicuramente data dallo iato temporale di dieci anni fra la sparizione e la missione di Nathan, una macchia che necessita di spiegazioni (che si spera di ricevere nel secondo volume).

Un punto davvero ben sviluppato è invece la caratterizzazione dei personaggi principali e della loro vita, qualità che ben si palesa anche nelle scene mute, graficamente superbe grazie a Lorenzo e Annalisa. I quali riescono a “raccontare” del coraggio del protagonista senza fargli dire nulla, ma lasciando che siano le sue azioni a parlare.

Eminentemente realizzate sono altresì le ambientazioni e la componente bestiale del volume. Specie il mondo “al di là” è un vero e proprio capolavoro di colori e di flora, un lussureggiante mondo che sembra uscito dal miglior prodotto high fantasy sulla piazza, e di questo bisogna dar merito ad Annalisa principalmente.

Anche l’ambientazione urbana risulta molto ben fatta e curata, ambientazione che trasuda elementi tipici dei settings post-apocalittici; discorso diverso il mondo del presente, un mondo che pare aver superato quell’evento di dieci anni prima, un mondo rappresentato con tinte di grigio, colori freddi, uso sapiente dei contrasti e delle ombre. Insomma, un mondo desaturato e fin troppo burocratico.

Una cosa che forse potrebbe far storcere il naso a molti amanti del genere sci-fi post apocalittico è però proprio lo stile di Lorenzo. Specie per coloro che avrebbero preferito un taglio piu’ realistico al mondo di Oblivion Song, se non addirittura foto-realistico (esempi di stile possono essere dati dall’ultima opera di Ribic per Image, VS, ed anche dallo stile visibile nella Casta dei Meta-Baroni di Jodorowsky, disegnata da Giménez).

Si tratta tuttavia di esempi di altro calibro, con disegnatori con moltissimi anni di esperienza e provenienti da joint-venture differenti rispetto all’ambiente nostrano di De Felice, che siamo sicuri non faticherà a diventare un peso massimo del genere (specie con Kirkman al timone).

Ovviamente al cambio di stile avrebbe dovuto far seguito anche un diverso colorista, magari con una palette maggiormente definita e con effetti digitali tipici del settore fantascientifico. Ma probabilmente con tutti questi stravolgimenti avremmo avuto un Oblivion Song diverso, o forse non lo avremmo avuto affatto.

Insomma, odi et amo forse per lo stile di De Felice, ma non sempre un maggior dettaglio può essere la giusta risposta, non basta saper disegnare una storia, bisogna saperla anche, e soprattutto, raccontare. Questo Kirkman lo sa bene (basta vedere i disegnatori dei suoi lavori) ed infatti ha proprio scelto Lorenzo, il quale aveva anche lavorato a Orfani tra le altre cose.

Quello che è indubbio è che Kirkman ha nuovamente mostrato i muscoli e la sua maestria nel raccontare una storia, forse non originale al 100%, imbevuta di contaminazioni sci-fi di altissimo livello, circondato da un comparto artistico che non può che renderci orgogliosi di poter lasciare il nostro marchio, ancora una volta, nel mercato statunitense del fumetto. Aggiungendo il nome di Leoni e De Felice a quello di tanti altri “figli” della italian wave del fumetto americano.

Quindi si può dire che Kirkman c’è riuscito, ha nuovamente alzato l’asticella di un settore oramai saturo di produzioni (come ho detto nella precedente recensione di Sheltered) di dubbia qualità, o non aventi comunque una loro identità ben definita.

Un settore, quello del post-apocalittico (che rinviene nello sci-fi post-apocalittico la propria species) che da un po’ di tempo fatica a distinguere non solo tra pesci grossi e piccoli ma anche tra pesci grossi e basta, tra storie meritevoli e storie spazzatura.

Kirkman, con la sua pluriennale esperienza, riesce quindi a colorare di originalità ed epicità anche questo suo primo tassello di Oblivion Song, tessendo le trame del suo racconto con una perizia impressionante e fuori dal comune (tipica di quegli autori di un altro livello, di un altro pianeta). Ed Oblivion Song costituisce sicuramente il testamento vivente di tali capacità, un testamento ben lungi dall’essere finito o completato ma che, sicuramente, ha la strada spianata per diventare l’ennesimo capolavoro del Papà della Skybound.

Non possiamo che essere felici per la nuova missione intrapresa da Kirkman, specie perchè nel suo, si spera, lungo viaggio sarà accompagnato dai nostri due connazionali in rapida ascesa. Bravissimi Lorenzo e Annalisa.

Oblivion Song Vol. 1

8.5

Sceneggiatura

8.5/10

Comparto Artistico

8.5/10

Scorrevolezza

8.5/10

Originalità

8.0/10

Capacità di diversificarsi dalla cloaca infernale di produzioni post-apocalittiche

9.0/10

Pros

  • Un nuovo tesoro creato dalla premiata ditta Kirkman & Co.
  • Un tripudio di colori e di stile dal punto di vista grafico
  • Nonostante la non totale originalità si tratta di un ottimo esperimento in divenire
  • Non uno, ma due italiani a bordo
  • Vogliamo parlare delle ultime due pagine?

Cons

  • Speriamo non ne faccia una telenovela tipo TWD
  • Artisticamente splendido, ma non per tutti, nello sci-fi a maggior ragione
  • Qualche elemento di troppo pescato da altri generi
  • Quando esce il due?

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