SPECIALE – Venom: la simbiosi tra cinema e fumetto che sbrana critica e box-office

Cinema
Stefano Dell'Unto

Tempo di lettura: 8 minuti

Prima metà degli anni ’80, gli anni ’80 quelli veri, non l’insipido surrogato che Hollywood ci sta propinando per cavalcare il maledetto fenomeno nostalgia. Sono anni in cui la space opera va particolarmente forte. Star Wars è la saga cinematografica del decennio (e del secolo) che influenzerà registi e narratori delle generazioni a venire. He-Man e i Dominatori dell’Universo combattono per il destino di Eternia nelle camerette di tutti i bambini. Dino De Laurentiis produce le trasposizioni cinematografiche di Dune e Flash Gordon che, a dispetto della qualità non eccelsa, assurgeranno a status di cult. L’Enterprise sta per tornare in tv, dopo quasi vent’anni, ad entusiasmare il pubblico della next generation. E, naturalmente, ci sono i fumetti Marvel e DC che non mancano di somministrare avventure intergalattiche ai suoi lettori come Jack Kirby insegna fin dagli anni ’70.

La Kenner sforna i giocattoli di Star Wars e degli eroi DC. La Mattel controbatte con He-Man ma vuole anche i personaggi Marvel, a patto che la casa editrice realizzi un maxi-evento su cui imperniare una nuova serie di action figures. Il capoeditore Jim Shooter se ne esce con Secret Wars, il primo maxi-crossover della Casa delle Idee, nel quale l’Arcano, versione intergalattica e onnipotente di un bambinone viziato, decide di radunare tutti i suoi migliori pupazzi Marvel, buoni e cattivi, per sollazzarsi con un grande picchiaduro. Spider-Man parte per la rissa cosmica in veste regular e torna variant, con un costume nero abbracciato da un grande ragno bianco stilizzato sul torace. L’outfit, un simbionte alieno che entra in comunione psicofisica col suo ospite, sembra solo un espediente per vendere qualche figure in più. Nella correlata linea di giocattoli Mattel, in effetti, figurano sia l’Arrampicamuri in versione classica che in quella dark. Eppure, nel concept del nuovo costume ci sono i semi per uno dei migliori villain nella storia del fumetto supereroistico moderno.

Grazie al simbionte, Peter Parker vede accresciuti i suoi superpoteri ma l’entità aliena si nutre delle sue energie mentali e fisiche alterandone lo stato emotivo. E’ uno Spider-Man più violento ed oscuro che farà da apripista all’invasione dei supereroi dark del decennio successivo, quando i tizi superpotenti non scenderanno più dal cielo a imbastire lezioni moraliste ma saliranno da qualche voragine infernale assetati di vendetta. Il Batman ultragotico di Tim Burton, Il Corvo romantico e maledetto, il sanguinario vampiro diurno Blade e, soprattutto, Spawn di Todd McFarlane, l’autore che, insieme a David Michelinie, condivide -e, a tratti, si contende- la paternità di Venom.

Peter si libera del parassita a colpi di onde sonore ma l’alieno trova un altro ospite. Un ospite di gran lunga peggiore, privo degli scrupoli morali di Peter e col quale l’essere ha in comune l’odio per il supereroe. L’ex-giornalista Eddie Brock, ossessionato dalla sete di vendetta nei confronti di Spider-Man che incolpa ingiustamente di avergli rovinato la carriera. Psicopatico, ottuso fanatico religioso, dotato di un distorto senso etico, il massiccio Eddie viene ricoperto dalla materia liquida dell’alieno e diventa Venom, una macchia d’inchiostro impazzita con una lingua guizzante tra zanne affilate che gocciolano bava verde.

Il fascino del personaggio non sta tanto nella sua condizione di villain, che lo vedrà puntualmente destinato a uscire sconfitto dagli scontri con Spider-Man, ma in quella di complesso antieroe che non si limita a catturare i criminali lasciandoli appesi ad una ragnatela a beneficio delle forze dell’ordine. No, illuminato dalla sua fede in Dio, Venom preferisce disporre dei criminali staccandogli la testa a morsi. E’ l’incubo ad occhi aperti dei lettori Marvel, è quello che Spider-Man sarebbe potuto diventare senza i freni inibitori di un’etica fortemente radicata. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Questo lo sa anche Venom, solo che il suo senso di responsabilità è nettamente più contorto.

Facciamo un salto in avanti. Primo decennio del 2000. Le Torri Gemelle sono crollate e, forse, proprio per questo, Spider-Man, figlio prediletto di New York, diventa il supereroe cinematografico d’inizio secolo, portato sul grande schermo dal genio visionario di Sam Raimi. I primi due episodi sono capolavori alla pari, osannati da critica e pubblico. L’Arrampicamuri affronta prima Green Goblin e poi il dr. Octopus. La gerarchia dei villain è rispettata e i fan si aspettano Venom per il terzo capitolo. Raimi non lo vuole, l’Uomo Sabbia gli basta e gli avanza. Il produttore Avi Arad lo convince a piegarsi al fan service e Raimi reagisce prendendosi gioco del concept. Venom risulterà palesemente introdotto a forza nel film e un anonimo Topher Grace del tutto inappropriato nel ruolo di Brock. Il lato oscuro di Peter, messo a nudo dal simbionte, viene espresso da una ridicola frangetta e da un numero di dirty dancing con una svampita Gwen Stacy che distrugge ogni sospensione dell’incredulità ed ogni pretesa drammatica. Si salva solo lo scontro finale, sostenuto da una buona dose di violenza e da effetti digitali all’altezza. Spider-Man 3 incassa più dei due episodi precedenti ma i fan restano delusi dal tono demenziale e parodistico.

Da quel momento, il brand cinematografico di Venom resta legato a doppio filo, proprio come un rapporto simbiotico, a quello di Spider-Man. Spider-Man 4 e lo spin-off su Venom entrano in fase di sviluppo ma non vedranno mai la luce. La Sony, in possesso dei diritti sull’amichevole arrampicamuri di quartiere e di tutti i personaggi a lui correlati, decide per il reboot totale e per la costruzione del proprio Spider-verse cinematografico. The Amazing Spider-Man, rilettura in chiave realistica-dark delle origini del supereroe, esce nel 2012, due mesi dopo il trionfo degli Avengers dei Marvel Studios. Gli incassi soddisfano la Sony ma il sequel verrà a costare di più e incasserà di meno. Ancora una volta, il primo spin-off in cantiere è quello su Venom (intitolato provvisoriamente Venom/Carnage) e, ancora una volta, tutto il progetto si arena.

Il compromesso storico tra Marvel Studios e Sony per portare Spider-Man negli Avengers fa tutti contenti, fan, critica e produttori, ma viene a crearsi un po’ di confusione. La Sony è ancora intenzionata a creare il proprio universo ragnocentrico e la produttrice Amy Pascal sostiene che si tratterà di un angolino del Marvel Universe. Kevin Feige, deus ex machina dei Marvel Studios, non vuole saperne. Arriva la smentita, i due universi saranno separati. I fan mugugnano.

Ad ogni modo, finalmente lo spin-off su Venom entra in pre-produzione. Eddie Brock sarà interpretato da Tom Hardy che ha già dato prova di poter essere un brutale villain come avversario di Batman ne Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno e un antieroe rude e psicotico in Mad Max – Fury Road. Alla regia c’è Ruben Fleischer, capace di mescolare horror e risate nel grottesco Zombieland (curiosamente, Rhett Reese e Paul Wernick, sceneggiatori di Zombieland, avevano scritto una sceneggiatura per uno dei precedenti tentativi di portare Venom sul grande schermo).

I fan vorrebbero un film per adulti come Deadpool e Logan – The Wolverine ma la Sony opta per un più remunerativo PG-13. I trailer non sono entusiasmanti. La critica boccia il film. Eppure Venom ha successo. A poco più di un mese dall’uscita nelle nostre sale, il film è approdato in Cina viaggiando spedito verso gli 800 milioni di dollari d’incasso globale. Raramente si è vista una tale spaccatura tra la risposta della critica e quella del pubblico. E, intendiamoci, neanche tra i fan Marvel c’è un convinto plebiscito.

Sgomberiamo il campo. L’assenza di Spider-Man e il PG-13 sono un falso problema. Le storie a fumetti di Venom non sono mai state vietate ai minori, neanche quelle dal tono più maturo della linea Marvel Knights, e gli autori non hanno mai indugiato troppo su dettagli splatter, quindi un adattamento fruibile anche dai più piccoli è del tutto legittimo.

Questione ben più complessa quella della caratterizzazione. E’ vero che, senza Spider-Man, il personaggio perde parte della sua ragion d’essere trattandosi, sia sul piano concettuale che diegetico, di un derivato del supereroe che agisce in sua funzione e, come detto, ne diventa la controparte oscura. E’ altresì vero che, nel fumetto, Venom conquista una sorta d’indipendenza dal supereroe e intraprende una personale crociata contro il crimine. Dovendo rinunciare a Spider-Man come epicentro del nuovo universo Sony, la produzione ha dovuto fare di necessità virtù e rivedere la back-story di Eddie Brock e del simbionte. Ed è qui che gli sceneggiatori hanno fallito, travisando la natura del personaggio e fiaccandone l’integrità concettuale.

L’Eddie Brock di Tom Hardy non nutre rancore malriposto, non è un uomo che ha distrutto la propria carriera addossando la colpa ad altri, è una vittima pura e semplice per la quale si prova subito empatia. E’ più un simpatico nevrotico che un pericoloso psicopatico e la questione religiosa non viene neanche sfiorata. Piuttosto che l’antitesi di Peter Parker, Brock è qui la sua versione politicamente scorretta. Il suo unico errore ricade sulla testa della fidanzata, interpretata da Michelle Williams, controparte romantica funzionale che sta lì apposta per promettere She-Venom ai fan.

Il rapporto di Eddie con il simbionte rimanda a dinamiche da buddy movie ma l’aspetto psicologico non viene approfondito, né a Flesicher sembrano interessare certe zone d’ombra. Anzi, la parte drammatica è del tutto spazzata via dalla black comedy. Il talento comico di Hardy viene lasciato a briglia sciolta cercando di virare più verso un innocuo Deadpool che ad un Blade dark-horror. Il tentativo di imbastire un DC Universe dark e serioso non ha dato i frutti sperati e ora tutti hanno paura di seguire quel modello preferendo virare sulla commedia. Gli Avengers fanno ridere i bambini, Deadpool fa ridere gli adulti. Va bene, purché si rida.

Dunque, era possibile riscrivere le origini di Venom e dargli le sue motivazioni senza Spider-Man? Sì, era possibile. E’ stato fatto bene? No, per niente. Ad ogni modo, gran parte del pubblico generalista non legge i fumetti, è poco interessato alla fedeltà al materiale originale e cerca soltanto un buon film d’intrattenimento. E, a conti fatti, non ottiene neppure questo. Venom è un film brutto, dimenticabile, seppure con qualche momento divertente. Quaranta minuti di scene tagliate giovano al ritmo anche se ne risulta una storia delle origini trattata per sommi capi e con qualche risvolto poco chiaro. Soprattutto è un prodotto convenzionale che si siede su una struttura da cinecomic ormai superata da almeno dieci anni.

Ricorda, ad esempio, L’incredibile Hulk di Leterrier che pure non arrivava alle due ore di durata, si sedeva su tre scene action e l’unico scopo era quello di tirare fino allo scontro finale. Le stesse sensazioni che si hanno guardando Venom. Un inseguimento stradale montato benino, una scaramuccia con le forze dell’ordine nel grattacielo del cattivo, Riz Ahmed, scienziato-miliardario che usa i suoi laboratori come Mengele e si accoppia con un altro simbionte per uno dei combattimenti peggio congegnati e diretti nella storia dei blockbuster. Tutto gravato da effetti digitali che erano brutti nel trailer e tali sono rimasti nel prodotto finale come ormai consuetudine per gran parte dei film Sony.

Difficile credere che con quei quaranta minuti di scene tagliate in più avremmo avuto un film migliore. E’ del tutto evidente l’inadeguatezza dell’ennesimo regista d’estrazione indipendente trapiantato al blockbuster da 100 milioni di dollari come pure la volontà di lasciare a Venom solo l’accattivante parassita alieno esteriore svuotandolo di contenuti più maturi. E, nonostante tale pochezza, il film sta registrando incassi stratosferici a dimostrazione che le vie del box-office sono infinite e misteriose. Il sequel è ormai cosa certa e vedremo Woody Harrelson con una ridicola parrucca di ricciolini rossi trasformarsi in Carnage per dissacrare più il personaggio stesso che il mondo che lo circonda. D’altronde tutto è cominciato per vendere un’action figure in più di Spider-Man e, più di trent’anni dopo, si tratta ancora di questo. Brand e promozione. Sui poster c’è Venom che fa paura. E funziona. Sullo schermo c’è Venom che fa ridere. E, a quanto pare, funziona pure quello. Viene solo da chiedersi se stiamo ridendo con lui o di lui.

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