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Di formazione umanistica, faccio lo speaker radiofonico, il webmaster, il mediatore interculturale, il blogger e, per passione scrittore e poeta. Ho una grande passione per il cinema e le serie TV (prevalentemente con tematiche fantascientifiche)
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Di formazione umanistica, faccio lo speaker radiofonico, il webmaster, il mediatore interculturale, il blogger e, per passione scrittore e poeta. Ho una grande passione per il cinema e le serie TV (prevalentemente con tematiche fantascientifiche)

Tempo di lettura: 4 minuti

Qui su NerdPlanet ci piace scovare piccoli tesori e proporli all’attenzione dei nostri attenti lettori. Eccoci dunque a commentare una co-produzione ispano-colombiana a basso badget (4 milioni di euro) che, se non vi farete fermare dai sottotitoli e dalla lingua originale (il film è interpretato in spagnolo), saprà certamente sorprendervi. Si tratta del lungometraggio Orbita 9, opera prima del cineasta spagnolo Hatem Khraiche. 

La pellicola, di genere thriller fantascientifico, prodotta nel 2017 non è mai giunta nelle sale italiane, ma adesso è disponibile all’interno del catalogo Netflix , che ne ha acquistato i diritti, fra le novità di aprile.

Trama e Cast

Una donna, nata e vissuta su un’astronave diretta verso la colonia di Celeste (pianeta considerato abitabile dai terrestri), da tre anni si ritrova completamente sola. I suoi genitori, le uniche persone che abbia mai conosciuto, a seguito di un incidente, hanno deciso di utilizzare la scialuppa per tornare indietro, in modo da consentire alla figlia di avere più ossigeno finché non fossero giunti i soccorsi. La giovane finirà con l’innamorarsi di un ingegnere che entra all’improvviso nel suo mondo, sconvolgendo il suo universo.

Helena (Clara Lago) è cresciuta in un ambiente staccato dalla realtà ed ha ricevuto un’educazione che le ha insegnato come sopravvivere. Lei non lo sa ma fa parte di un progetto scientifico. Quando incontra Alex (Alex Gonzàlez) la sua vita non sarà più la stessa: grazie all’amore per lui conoscerà il mondo vero. Le sue azioni mettono però a repentaglio il progetto scientifico di cui fa parte.

Alex racconterà la scomoda verità, condivisa finora solamente col suo capo Hugo (Andrés Parra), anche alla psicologa Silvia (Belén Rueda), da quel monto tutto prenderà un’altra piega.

Perché parlarne

Il cinema spagnolo raramente si è cimentato col genere fantascientifico, questo sarebbe già da sé motivo valido per consigliarci di mettere in luce questa pellicola di 94 minuti, ma c’è tanto altro. Pur affrontando tematiche all’apparenza già viste, la narrazione non si limita affatto al genere fantascientifico ed ai relativi sottogeneri apocalittico e distopico. Qui la fiction scientifica diviene ben presto pretesto per una disamina filosofica che analizza dall’interno, dall’anima e non dalla mente, i comportamenti umani.

Molta sci-fi, anche quella più intimista ed introspettiva, guarda con troppa insistenza alla psicologia, in questo caso particolare, invece, non si punta tanto ad un’analisi dei personaggi (che, anzi, sembrano abbastanza stereotipati) quanto all’etica e all’estetica di azioni e conseguenze. La totalità dei personaggi si muove in un contesto predeterminato, come prestabilito dall’alto, in cui è difficile immaginare si possano compiere azioni diverse da quelle che, in effetti, compiono.

Tutto è apparentemente ordinato e preordinato, con una visione del mondo che sa di determinismo rigidamente meccanicistico. Ma ecco che, proprio sul finale (che non staremo qui a raccontarvi), qualcosa sconvolge l’ordine rigoroso delle cose, un nuovo seme di vita, un clinamen epicureo che, spostandosi casualmente durante la sua caduta, ci fa cambiare nuovamente ottica.

A fare di questa pellicola un piccolo ma autentico capolavoro è una concatenazione impressionate di autoriflessività, dalla metateatralità al metacinema finendo con il metatesto. La cavia evidente è Helena, ma, ad un’attenta analisi, cavie lo sono tutti i protagonisti. Dal claustrofobico e fittizio mondo della nave spaziale/laboratorio, Khraiche passa ad analizzare l’intero mondo, l’intero genere umano. Il bene ed il male sono qui categorie labili, i buoni ed i cattivi sono tali solo in base al punto dal quale si osservano i fatti, nessun eroe/supereroe contro il malvagio di turno, solo punti di vista e tante sfumature di grigio fra essi. Il dilemma centrale è: sacrificarne pochi per il bene  di molti? Fin dove ci si può spingere per ottenere la salvezza dell’umanità?

Il regista e sceneggiatore di questo lavoro, come detto, è alla sua opera prima per quanto concerne i lungometraggi, eppure padroneggia i suoi strumenti da autentico veterano. E’ sobrio ma incisivo, il suo lavoro conferisce alla pellicola un ampio respiro da grande cinema d’autore. Egli è indubitabilmente uomo di vasta cultura e un cinefilo di prim’ordine, gli esempi di citazioni (ora più ora meno sottili) si sprecherebbero, dunque ci limiteremo a pochi significativi aneddoti. Se nelle dinamiche corali e nell’estetica richiama sovente uno stile saramaghesco, gli argomenti trattati lo avvicinano a “Il mondo sommerso” di J.G. Ballard e, soprattutto, a “Forty Signs of Rain” di Kim Stanley Robinson. I riferimenti cinematografici sembrano cesellati in modo da formare diversi cornici per i diversi contesti scenici, in modo da impreziosire il tutto. Spaziamo da Stati di Allucinazione  al recente Passengers, dal Moon  di Duncan Jones alla miniserie Ascension (altro piccolo gioiellino, purtroppo dismesso dopo una sola stagione ma ancora fruibile su Netflix). Dicevamo che il cinema spagnolo non ha molti esempi del genere, ma un film di grande successo c’è, parliamo di Eva di Kike Maillo, e Khraiche lo tiene ben presente. Ancora, le atmosfere richiamano Blade Runner. Per antifrasi, se non addirittura per litote, balza alla mente anche 400 giorni di Matt Osterman.

Verdetto

Film da vedere assolutamente, consigliato a tutta la famiglia. Sceneggiatura e regia solide sorreggono una trama ricca di spunti (si spazia dal thriller alla sci-fi, dal dramma al romantico etc.) anche se piuttosto lenta a tratti. Un buon cast si muove all’interno di un universo narrativo finemente intellettuale, sobrio ed emozionante. Intrigante la fotografia curata da Pau Esteve Birba. Qualche piccola sbavatura (come il doppio errore del computer di bordo che, dimenticandosi dei genitori, annuncia ad Helena che sta per incontrare il primo essere umano di tutta la sua vita, mentre “l’essere umano” si presenta come ingegnere robotico 11 beta 57) non ne inficiano l’assoluto valore.

Orbita 9

8.2

Sceneggiatura

9.0/10

Regia

10.0/10

Cast

7.0/10

Originalità

9.0/10

Sonoro

6.0/10

Pros

  • Trama intricata
  • scenografia e costumi eccellenti
  • Buona recitazione del cast
  • Regia perfetta
  • riferimenti chiari e precisi

Cons

  • Trama a tratti un po' lenta
  • personaggi poco sviluppati

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