“More of IT” 2/11 – Il dramma di Stanley

Cinema
Giorgio Paolo Campi
Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta". E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta". E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Tempo di lettura: 4 minuti

Uno dei punti più ardui e delicati nel tentativo di trasporre in una sceneggiatura un’opera letteraria estremamente corposa e ricca di dettagli, come il romanzo di King, è la caratterizzazione psicologica dei personaggi.

Per limiti di tempo e spazio, risulta più difficoltoso in un’opera cinematografica tratteggiare lo stesso approfondimento sui caratteri e costruire una sufficiente verosimiglianza delle personali motivazioni di ciascun personaggio, che lo spingano ad agire in un certo modo o a prendere una determinata scelta, soprattutto quando i personaggi al centro della vicenda sono ben più di uno o un paio, perché i Perdenti sono in numero di sette. Se invece, al contrario, troppo spazio viene concesso a questa dimensione descrittiva, la pellicola ne risente sul piano dell’azione e della narrazione.

Il film di Muschietti ha affrontato questa temibile prova con successo, puntando non solo su un’ottima scrittura, che calibra attentamente il minutaggio dedicato alla delineazione dei caratteri e quello adibito alle sequenze di tensione e azione, ma anche su delle prestazioni attoriali straordinarie da parte di tutti i giovani attori protagonisti, che suppliscono con la loro accuratezza alla necessaria rimozione di moltissimi episodi che nel romanzo fungevano da sottotesto alla linea narrativa principale.

Tuttavia, Muschietti sembra aver indugiato nella prima parte del film su scene di presentazione aggiuntive, prima della definitiva decisione di tagliarle; in particolare, in questo secondo appuntamento di “More of IT”, ci occuperemo della sequenza intitolata Stanley’s Dad corrects him, estesa rispetto a quella presentata nel theatrical cut, dedicata al Perdente che – nonostante la sua ostentata e baldanzosa sicurezza – più di tutti gli altri venne traumatizzato dall’incontro con Pennywise, prima, e con It, dopo.

In questa scena, l’accento non è posto sulla maggiore difficoltà che Stanley (Wyatt Oleff) deve fronteggiare nel confronto con It a causa del suo ingenuo positivismo scientista, della sua riluttanza a riconoscere l’esistenza di ciò che non sia empiricamente dimostrabile; non è nemmeno la preferenza che lo stesso It sembra accordargli, quando nelle gallerie sotto la casa di Neibolt Street lo attacca nel momento in cui è solo, separato dagli amici, perché essa è una conseguenza, e non la causa, dell’estrema fragilità di Stanley. Ciò che viene rappresentato in questo breve scambio verbale tra lui e il padre sta a monte di ogni sua debolezza, è un tentativo di descriverne scenicamente, attraverso un chiaro esempio, la causa più lampante: l’insostenibile peso della pressione sociale ricevuta da parte del contesto famigliare.

Nel romanzo Stan, pur essendo di famiglia ebraica, non è molto legato alla pratica religiosa, ma Muschietti ha voluto insistere su questo aspetto, rappresentandolo come il figlio del rabbino della comunità ebraica di Derry, rendendo questo elemento fondamentale nell’economia della sua caratterizzazione.

Donald Uris (Ari Cohen) è un uomo austero e distaccato, che osserva il giovane figlio dall’alto e corregge la sua pronuncia durante la lettura della Torah, tappa fondamentale per la preparazione dei giovani ebrei al Bar Mitzvah. Se per Beverly è il menarca il rito di passaggio nell’età adulta, per Stan invece appare naturale proiettare le sue ansie e il senso di inadeguatezza nei confronti di un mondo di cui non riesce a sentirsi parte sul Bar Mitzvah (rappresentato in un’altra scena, eliminata, di cui ci occuperemo in seguito). Questo rituale della pratica religiosa ebraica celebra il momento della vita del bambino (tredici anni) in cui questo raggiunge simbolicamente l’età della maturità ed assume su di sé le responsabilità della propria esistenza religiosa, ovvero delle proprie azioni e opere nei confronti della Halakhah, la “legge” ebraica intesa nel suo senso più ampio.

Le parole di Donald sono dure, impietose – non si fermano nemmeno davanti alle lacrime di Stanley – e insistono su due fondamentali poli tematici: la responsabilità, per l’appunto, e la vergogna che l’evasione da questa responsabilità necessariamente produce. Nella scena, il padre diventa dunque l’emblema di un formalismo che sconfina dall’ambito strettamente religioso – la corretta pronuncia del testo biblico è più rilevante rispetto ad un’intima ed effettiva adesione alla fede – e invade direttamente la sfera emotiva, fino al punto in cui rispetto e stima devono essere riconosciuti non perché scaturiti da genuini sentimenti di gratitudine o affetto filiale, ma perché dovuti alla convenzione, in una cultura che fa della vergogna il suo principale carburante sociale.

La messinscena di Muschietti accompagna il dialogo e riflette sul piano visivo questa realtà, in una successione di inquadrature dal basso, che fanno apparire il padre sopraelevato rispetto a Stanley, nella sua posizione di potere, e le soggettive dall’alto che coincidono con lo sguardo di Donald, incombono su Stanley e lo mettono a nudo in tutta la sua fragilità fisica ed emotiva.

Nella still che potete vedere qui in basso, si può notare come anche il profilmico giochi un ruolo fondamentale nella rappresentazione: la balaustra di legno separa nettamente i livelli su cui si trovano i due personaggi, come a sottolineare l’impossibilità di ogni tentativo di contatto o comunicazione tra i due, e nella parte inferiore dell’inquadratura, Stan sembra non soltanto concettualmente ma persino fisicamente rinchiuso in una gabbia (gli elementi verticali del parapetto) da cui non vede via d’uscita.

Senza sconfinare nella psicanalisi, si può dire che Muschietti voglia porre alla base del dramma individuale di Stanley le fratture che caratterizzano la sua relazione con la figura di un padre-padrone emotivamente freddo e distratto dai suoi effettivi doveri genitoriali. In definitiva, dunque, anche il personaggio di It sembra non ricoprire alcun ruolo in questo frangente – a meno che non si voglia vedere la sua nefasta influenza su Donald come su ogni altro abitante adulto di Derry – ma, a mio avviso, ad essere rappresentato è in questo caso un dramma tutto umano – e forse proprio in questo risiedono la sua potenza e la sua intrinseca tragicità.

“Stanley’s Dad corrects him (Extended scene)”

We continue the journey of the deleted/extended scenes from the Blu-Ray.This is CLIP #2 of 11This is an extended scene of when Stan does his study of The Torah. This is 1 out of 3 scenes that was cut with Stan that I wished would have stayed in cause it gives him more depth and you can really feel the weight on his shoulders.🤡🎈🐢🎪🌌⛵️🚲🃏IT YouTube Channel ➡ bit.do/IT-YouTubeChannelIT on Instagram ➡ Instagram.com/ITthemoviesFacebook ➡ facebook.com/StephenKingIT

Pubblicato da IT su Mercoledì 20 dicembre 2017

Cosa ne pensate? Vi è piaciuta la versione estesa di questa scena? Fatecelo sapere con un commento! Arrivederci a presto per il terzo appuntamento con “More of IT”!

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