Cinema
Giorgio Paolo Campi
Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta". E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta". E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

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In queste fredde giornate di fine dicembre decorazioni, luci e colori scaldano i nostri cuori con amore e spirito natalizio; ma credete davvero di esservi lasciati alle spalle la desolazione e i brividi ottobrini? Il terrore non riposa mai: strisciando nell’oscurità, si insinua tra le pieghe dei ricordi e dei pensieri, negli anfratti reconditi della psiche, per riemergere improvvisamente pregno di nuova linfa vitale, in tutta la sua adrenalinica gloria.

Non si disperde mai, non è mai totalmente sconfitto, perché in fondo lo portiamo ogni giorno con noi nei nostri cuori. E la barchetta di carta con la quale il terrore ebbe inizio, è la barchetta di ciascuno di noi, che “forse raggiunse il mare e lì è rimasta a navigare per l’eternità”.

In questo caso, al terrore possiamo assegnare persino un nome, o piuttosto una labile etichetta per tentare di ridurlo ai limitati e limitativi criteri con cui rappresentiamo la realtà che ci circonda: It.

It è il mostro che si annida in cantina, la paralisi della presenza, il sangue del menarca di una giovane ragazza che diviene simbolo di inadeguatezza ed autocommiserazione, è l’aracnide che tesse la sua tela tra un presente tiranno ed un futuro che pare distante e irrealizzabile, lo spettro dell’adolescenza che infesta chiunque l’abbia subita, piuttosto che attivamente vissuta; è il male totale e capillare dell’esistenza, che produce lo slittamento dalla speranza di una salvezza nel mondo alla prospettiva di una salvazione dal mondo.

E’ il clown ballerino che si prende gioco di ogni certezza prodotta dall’umano consesso, e il contraltare di una mitologia nazionale, qual è quella americana, che si rivela tale solo in apparenza, fatta di Reagan e muffosi personaggi biblici, di Paul Bunyan e Superman.

It è questo, e più di questo: quest’anno, in particolare, è stato anche il titolo di un’ottima trasposizione cinematografica del romanzo scaturito dal seminale genio di Stephen King, curata dal regista argentino Andrés Muschietti. In questa breve rubrica, che vi accompagnerà per undici appuntamenti, passeremo in rassegna le scene che sono state tagliate, alterate o modificate per approdare infine al theatrical cut del film nella sua forma definitiva. Esse verranno commentate, discusse e approfondite, nel tentativo di mostrare nel dettaglio vari aspetti di una pellicola che ha già lasciato il segno non solo nella storia del cinema horror, ma persino nell’immaginario collettivo, inserendosi nell’illustre solco tracciato dal suo predecessore spirituale, la miniserie TV di Wallace del 1990, e dal romanzo kinghiano.

Il contenuto della scena di questo nostro primo appuntamento appare piuttosto ovvio sin dal titolo che le è stato assegnato: “Georgie Catches Boat”; per le prime inquadrature, essa si presenta in tutto e per tutto analoga a quella inserita nel film, giocata sull’intensità dei campi e i controcampi che sostanziano lo scambio verbale tra Georgie e Pennywise, ma se ne distanzia negli ultimissimi secondi mediante uno straordinario aprosdoketon, un plot twist tale da far prendere alla narrazione dell’intera pellicola una direzione completamente inaspettata e divergente da quella ormai nota, dai toni ilari e leggeri, tanto da presentarsi quasi nella forma di una gag. Oltre a costituire un gradevole divertissement, però, questa sequenza potrebbe rivelarsi indice di un alto livello di consapevolezza, senso dell’umorismo e capacità di autoironia da parte degli autori.

Muschietti (accompagnato dagli sceneggiatori Chase Palmer e Gary Dauberman), nella fase di scrittura del film, tra molti momenti di tensione, tragicità e sentimento è riuscito persino ad accennare, intonandola di volta in volta alla perfezione nel contesto, una nota di spensierato umorismo, a volte accompagnato da un’ironia sottile e bonaria. La si può avvertire nelle battute sboccate di Richie Tozier (Finn Wolfhard), in alcuni frangenti legati alla scoperta della propria identità sessuale da parte dei Perdenti (Beverly davanti agli scaffali di assorbenti; i Perdenti stupefatti di fronte a Beverly in intimo) o in alcune sensazioni di imbarazzo scaturite da una sostanziale inadeguatezza dei personaggi nei confronti dell’ambiente e della circostanza in cui sono immersi (il piccolo Ben, emozionato dopo il primo incontro con Beverly, che rompe il suo progetto scolastico e trascina dietro la sua bicicletta le cuffie per la musica).

Con “Georgie Catches Boat”, Muschietti ha reso l’ironia autoironia e l’ha proiettata sullo stesso dispositivo cinematografico, trasformandola in uno strumento di metariflessione ed autocoscienza, che gioca su due livelli. Non è un caso, infatti, che per questo tipo di riflessione sia stata scelta la sequenza più iconica dell’intera pellicola, e il fatto che questo girato non fosse chiaramente pensato per essere inserito nel film, dimostra come dietro questa operazione ci sia una esplicita volontà di comunicare qualcosa di ulteriore, parallelo e non coniugabile con l’economia della narrazione.

Innanzitutto il regista, sfruttando l’interpretazione magistrale di Skarsgård – terrificante fino all’ultimo istante di sollievo – mette in discussione se stesso e la sua capacità di suscitare tensione e paura nello spettatore, mostrando come ogni artificio cinematografico, dall’inquadratura alla musica, possa impallidire di fronte alla rappresentazione di una circostanza più realistica. In secondo luogo, minando direttamente la premessa basilare che innesca il procedere degli eventi, ovvero il brutale omicidio di Georgie da parte di Pennywise, Muschietti sembra riconoscere, di fatto, il suo immenso debito nei confronti di una narrazione già pre-stabilita, almeno nei suoi tratti e nelle sue strutture fondamentali, e omaggiare in questo modo l’immaginazione di uno scrittore che, scegliendo tra infinite possibilità (persino quella della conclusione “comica”) è riuscito a concepire uno dei più letti ed amati romanzi del XX secolo.

Nemmeno la messinscena è stata trascurata, e Muschietti ha mostrato in questo caso un impegno nella cura dei dettagli non inferiore a quello profuso per le altre sequenze approdate nelle sale: gli occhi di Pennywise rimangono azzurri, non si tramutano nelle due iridi gialle che Georgie “aveva sempre immaginato ma mai veramente visto in cantina”. Pennywise è qui solamente un inoffensivo anche se inquietante clown imprigionato nel tombino sotto il marciapiede di Witcham Street, senza mai essere stato veramente It.

Cosa ne pensate di questa prima sequenza alternativa? Siete curiosi di conoscere le altre? Fatecelo sapere nei commenti, e arrivederci a presto per un nuovo appuntamento di “More of IT”!

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