Midsommar: il villaggio dei dannati – Recensione, orrori al sole di mezzanotte

Cinema
Stefano Dell'Unto

Tempo di lettura: 4 minuti

MIDSOMMAR: IL VILLAGGIO DEI DANNATI

Dani, una giovane reduce da una terribile tragedia famigliare, decide di seguire il suo ragazzo Christian e i loro amici in una vacanza studio in un piccolo villaggio della Svezia dove ogni novant’anni, in piena estate, si svolge un festival folkloristico segreto alla fine del quale viene eletta la Regina di Maggio. Le usanze dei locali, però, si rivelano sempre più bizzarre fino a sprofondare il gruppo in un incubo senza via d’uscita.

Titolo originale: Midsommar
Genere: orrore
Regia: Ari Aster
Cast: Florence Pugh, Jack Reynor, Vilhelm Blomgren, William Jackson Harper, Will Poulter, Ellora Torchia, Archie Madekwe
Paese: USA, Svezia
Durata: 147 min.
Casa di produzione: B-Reel Films, Square Peg
Distribuzione Italia: Eagle Pictures
Data di uscita Italia: 25 luglio 2019
Data di uscita USA: 3 luglio 2019

Ari Aster ha le sue ossessioni. Ed è un bene per un regista di horror, anche se ha annunciato di voler cambiare presto genere. I legami famigliari, il rapporto morboso con la figura materna, le tare genetiche, il senso di colpa, culti fuori di testa, sono temi ricorrenti fin da alcuni dei suoi cortometraggi, i grotteschi Beau e Munchausen, e li abbiamo ritrovati in Hereditary, il suo lungometraggio d’esordio, autentica rivelazione dello scorso anno. La campagna promozionale di Hereditary puntava sul viso folle e disagevole della piccola Charlie (resa dalla bravissima Milly Shapiro). Midsommar procede sullo stesso filo logico proponendo il volto deforme dell’oracolo (Levente Puczkó-Smith, coperto di protesi) frutto dell’incesto nel villaggio svedese.

Anche stavolta si parte da una terribile tragedia famigliare che grava sul rapporto tra i due protagonisti. Lui vorrebbe lasciarla ma non ha cuore di farlo perché il lutto l’ha resa emotivamente fragile. Lei si accorge di essere un peso e decide di stare all’ombra del compagno. Vien fuori un loop passivo-aggressivo dal quale non c’è via d’uscita e che rende i personaggi respingenti, altra peculiarità dello sceneggiatore e regista. Protagonisti e struttura sembrano quelli di uno slasher in salsa folk horror ma talmente atipico e autoriale da non poter essere accostato a nessun altro titolo del genere.

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Aster si è buttato in un lavoro di documentazione maniacale per immergere il pubblico nella dimensione altra del villaggio svedese ma non ci riesce fino in fondo. Inorridiamo se assistiamo all’uccisione di un essere umano a cui viene somministrata una scarica elettrica nel cervello. Se questo accade ad un condannato a morte sulla sedia elettrica, inorridiamo ugualmente ma, in maniera grottesca, tutto diventa più socialmente accettabile perché avviene secondo le leggi di uno Stato e di una comunità “civile”. E’ questa la differenza che passa tra Hereditary e Midsommar. In Hereditary si respirava un clima di paranoia alla Rosemary’s Baby, l’orrore indicibile si muoveva sullo sfondo e si insinuava lentamente sottopelle per esplodere nel finale. In Midsommar tutto avviene alla luce del giorno. L’orrore è talmente manifesto e intessuto nella cultura dei locali da diventare quasi accettabile per i protagonisti. Ma non per il pubblico. E’ qui che Aster fallisce.

L’assunzione di droghe permette al gruppo di turisti di scivolare nell’irrazionale ma si tratta di un elemento che poteva essere utilizzato meglio sia sul piano narrativo che visivo. A parte un paio di trip psichedelici poco efficaci, Aster non propone mai una soggettiva allucinata. Anzi, il sole di mezzanotte svedese fa gioco per la cifra stilistica del regista che inchioda il pubblico all’immagine, non gli dà scampo, col suo occhio spalancato e lo sguardo sempre nitido, ma la scelta fotografica si rivela controproducente quando i dettagli vanno a smascherare gli effetti prostetici. L’assenza del buio dà la sensazione di una lunga e interminabile giornata che si riflette nella dilatazione del minutaggio. La forma, però, non riesce a diventare contenuto e va a divorare la narrazione.

In particolare, ad Aster sembra che i compagni di viaggio dei due protagonisti interessino pochissimo e che li abbia inseriti quasi a forza intessendo rapporti interpersonali a dir poco minimalisti e poco interessanti, andando perfino a ricercare lo stereotipo del turista americano irrispettoso. Molto più convincenti tutti gli attori della comunità svedese che riescono a diventare un unico corpo invasato ed inquietante. L’epilogo presenta un efficace ribaltamento nel ruolo della final girl che si allinea al trend del girl empowerment, richiamando alla mente The Witch di Robert Eggers, ma mettendo in luce anche le disfunzioni del movimento Me Too.

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Midsommar - Il Villaggio dei Dannati

7.3

Regia

8.0/10

Sceneggiatura

7.5/10

Cast

7.5/10

Effetti visivi

6.0/10

Colonna sonora

7.5/10

Pros

  • La regia nitida di Aster non dà via di scampo al pubblico e propone l'orrore nella sua lucida follia
  • Buono il rapporto disfunzionale tra i due protagonisti e il ribaltamento del ruolo della final girl

Cons

  • Il regista non riesce a trasmettere lo stato d'alterazione mentale dei protagonisti
  • La fotografia luminosa si rende a tratti controproducente smascherando gli effetti prostetici
  • I comprimari non hanno molto peso nella narrazione

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