C’era una volta a… Hollywood Recensione del film di Quentin Tarantino

Tempo di lettura: 4 minuti

Hollywood, 1969. L’attore Rick Dalton, star di film di guerra e di una serie western di successo, è ormai sul viale del tramonto. Il veterano di guerra Cliff Booth, suo stunt e migliore amico, ha fama di aver ucciso la moglie ed è costretto a vivere in una roulotte e ad affidarsi a lui per lavorare. Nella speranza di raddrizzare la sua carriera, Dalton vuol fare amicizia coi suoi vicini di casa, il celebre regista Roman Polanski e la sua compagna, la bellissima attrice Sharon Tate.

Titolo originale: Once upon a time in… Hollywood
Genere: drammatico, commedia, azione
Regia: Quentin Tarantino
Cast: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Al Pacino, Damian Lewis, Kurt Russell
Paese: USA, Regno Unito, Cina
Durata: 161 min.
Casa di produzione: Sony Pictures, Bona Film Group, Heyday Films, Visiona Romantica
Distribuzione Italia: Sony Pictures Italia
Data di uscita Italia: 18 settembre 2019
Data di uscita USA: 26 luglio 2019

Quentin Tarantino ha dichiarato che il suo prossimo film, il decimo, chiuderà la sua carriera. Forse sarà un film di Star Trek, forse sarà Kill Bill Vol. 3 o qualcosa di completamente diverso, forse cambierà idea e ne girerà altri dieci. Quale che sia il suo prossimo progetto, comunque, potrà difficilmente essere un testamento alla pari di C’era un volta a… Hollywood, il suo canto d’amore definitivo per il cinema, sia nella sua dimensione diegetica che reale, per quel cinema di genere che lo ha formato e che gli ha dato i primi rudimenti per diventare uno dei più grandi cineasti al mondo. Tarantino compone un mosaico meta della cultura pop in cui convergono tutto il meglio -tanto- e il peggio -poco- del suo cinema.

In un gioco di scatole cinesi, la Hollywood del 1969 ricostruita sullo schermo si perde sul confine impercettibile tra realtà di celluloide e finzione in carne e ossa. E’ la Hollywood di Tarantino, il suo parco dei divertimenti personale. E’ come un bambino che, dopo aver visto tante volte Star Wars, si trova tra le mani le action figures dei protagonisti e può finalmente riscrivere la storia a modo suo, cambiare quello che non gli piace e dargli il finale che preferisce. E bisogna avere pazienza con il piccolo Quentin perché si diverte talmente tanto nel suo parco giochi che non vuole proprio saperne di tornare a casa.

Più che evolvere la storia e sviluppare gli archi narrativi, preferisce soffermarsi ad esplorare quel mondo che ha creato attraverso gli occhi dei tre protagonisti. Leonardo DiCaprio è un attore frustrato sul viale del tramonto. Margot Robbie, viceversa, è una star sulla cresta dell’onda. In mezzo, nella zona d’ombra, c’è Brad Pitt, lo stunt famigerato che si arrangia sbrigando lavoretti. Tarantino ci ha abituati a personaggi che si perdono nei dialoghi e che non si evolvono su una struttura narrativa convenzionale. E’ sempre stato il suo metodo di scrittura. Non preordina la storia ma procede a braccio lasciando che siano i protagonisti a trascinarlo in un gioco di citazioni e inevitabili autocitazioni.

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Sbircia la resa dei conti sul set di un western e ci vengono in mente Django Unchained e The Hateful Eight. Guarda Bruce Lee in azione nei panni di Kato, compagno di Green Hornet, e torniamo a Kill Bill. DiCaprio arrostisce i nazisti con un lanciafiamme e siamo di nuovo nel cinema di Bastardi senza gloria. E, ancora, s’imbuca alle feste psichedeliche nella Playboy Mansion, ficca il naso in un ranch popolato da hippie, si siede al cinema vicino a Sharon Tate a godersi le reazioni del pubblico alla sua performance. Pare che non abbia alcuna voglia o urgenza di mandare avanti la vicenda, anzi, ha cristallizzato la sua pseudorealtà per intrattenersi il più possibile.

La parabola fantastorica gioca col senno di poi del pubblico eppure non c’è mai uno sguardo morboso alla vicenda di Sharon Tate, al contrario di docufilm e speciali tv opportunisti che, cavalcando il glamour del film di Tarantino, stanno proliferando sul piccolo e grande schermo. Il regista sembra avere addirittura un timore reverenziale nei confronti dell’attrice, la mette sul piedistallo e lascia che sia semplicemente adorabile. Charles Manson (Damon Herriman) si prende appena una comparsata e tutta la componente più dark e scabrosa resta sottaciuta. Si tratta solo di un villain che giustifica lo sfogo di sardonica iperviolenza finale.

La gestione dei dialoghi è forse la componente che denota maggior maturità da parte di Tarantino. Esce dalla monotonia di campi e controcampi con idee visive e montaggio e, più in generale, dà coesione e ritmo a tutto muovendosi con disinvoltura tra i generi, dramma, commedia, thrilling, azione. Prende diversi stili e li mescola in qualcosa di unico e inconfondibile. Ma scade ancora nei suoi vizietti di forma con quei trucchetti dettati da consapevolezza post-modernista alla Grindhouse -finta pellicola analogica, girato d’epoca fittizio- che rendono posticcio il film, puntano all’effetto nostalgia col pubblico e vogliono vincere facile con la critica cinefila. E non ce ne sarebbe alcun bisogno perché Tarantino la sua partita la vince comunque.

NerdPlanet consiglia...
Se volete recuperare The Hateful Eight, il precedente film di Quentin Tarantino, lo trovate qui.

C'era una volta a... Hollywood

8.6

Regia

9.0/10

Sceneggiatura

7.5/10

Cast

9.5/10

Effetti visivi

8.5/10

Colonna sonora

8.5/10

Pros

  • Grandissimo affresco metacinematografico della Hollywood fine anni '60 che si perde tra fiction e realtà
  • Interpretazioni sublimi da parte dei protagonisti, camei piacevoli
  • Spassosa esplosione di iperviolenza finale
  • Gestione dei dialoghi sempre più matura

Cons

  • Tarantino scade ancora in qualche post-modernismo posticcio per puntare facile all'effetto nostalgia

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