Cinema
Giorgio Paolo Campi
Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta". E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta". E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Tempo di lettura: 8 minuti

Quest’estate, New Line Cinema ha deciso di toglierci il sonno con i giocattoli inquieti e le presenze demoniache del suo blockbuster estivo, Annabelle 2: Creation. Tra qualche giorno, infatti, uscirà nei cinema il quarto capitolo dell’universo cinematografico supernatural-horror creato dai gemelli Hayes, The Conjuring, che ha come filo conduttore vari casi affrontati dai coniugi Ed e Lorraine Warren, demonologi ed esperti di paranormale (anche nella realtà). Come si può intuire dal titolo, il film narra delle origini dell’inquietante e ormai celebre bambola: si tratta di un prequel di Annabelle (2014), pellicola low-budget che a sua volta costituisce una sorta di spin-off del primo film della serie principale: L’evocazione – The Conjuring (2013), appunto.

Questo il poster italiano ufficiale:

Si tratta di uno degli horror più attesi dell’anno, non solo da parte degli appassionati del franchise, ma anche da molti amanti del genere. E’ indubbio che i due maggiori membri della produzione, James Wan e Peter Safran, siano riusciti a riassegnare all’horror un posto di tutto rispetto nell’olimpo dei generi hollywoodiano, a partire dal non troppo lontano 2013, anno d’uscita di L’evocazione – The Conjuring. Con il loro lavoro hanno dimostrato che anche al giorno d’oggi – e con enormi produzioni alle spalle – fare horror non significa e non comporta necessariamente fare del cinema scadente o perlomeno mediocre. Una regia ricercata (ma non eccessivamente cerebrale) e un certosino lavoro di messinscena sono stati gli elementi vincenti che hanno conquistato il grande pubblico e acquistato nuovi appassionati, proponendo al contempo un prodotto che superasse le mere esigenze di mercato, e fosse espressione di una ricerca estetica e registica.

Questa marca stilistica non è stata smentita con i due film successivi, pure meno brillanti, Annabelle (2014) e The Conjuring – Il caso Enfield (2016); nemmeno Annabelle 2: Creation fa eccezione rispetto a questa impostazione complessiva del lavoro, ma sembra compiere un decisivo salto di qualità rispetto agli altri film del franchise. Questa volta la regia è stata assegnata allo svedese David F. Sandberg, già noto per il corto Lights Out (2013) e il lungometraggio omonimo ad esso ispirato (2016). Nel marzo 2016 si sostituì a capo del progetto di Annabelle 2: Creation al posto di John R. Leonetti, regista del primo Annabelle.

SCENEGGIATURA E TRAMA: STORIA VECCHIA, NARRAZIONE NUOVA

Diversi anni dopo una grave tragedia familiare, il fabbricante di bambole Samuel Mullins e sua moglie Esther ospitano una suora e alcune ragazze provenienti da un orfanotrofio nella loro casa, che presto diverrà il bersaglio di una delle creazioni di Samuel: la bambola posseduta Annabelle.

La trama, semplice e lineare, non riesce a distinguersi per originalità rispetto agli altri film del franchise o a molti altri di genere, nonostante ci sia stato un tentativo di dissociare l’ormai trita e polverosa storia di infestazione dalle vicende di un nucleo familiare: per la prima volta, infatti, i protagonisti non sono membri di una famiglia, ma un gruppo di bambine e ragazze orfane con la loro tutrice, Suor Charlotte (Stephanie Sigman).

L’intreccio ha però il pregio di essere sviluppato coerentemente ed efficacemente, senza buchi o passaggi poco chiari; sembra comunque risentire di alcuni cliché incartapecoriti legati al genere horror, tra cui soprattutto l’inverosimiglianza di alcune scelte delle protagoniste, che porta lo spettatore ad empatizzare con esse con maggiore difficoltà. Perlomeno, alcune delle situazioni “artificiose” che vengono a crearsi trovano una giustificazione a livello narrativo: ad esempio, la difficoltà a muoversi di una delle protagoniste risulta uno degli schematismi più frequentemente ricorrenti, mediante i quali viene costruita la tensione.

La struttura complessiva della trama funziona grazie al salto temporale tra le primissime sequenze e tutto il resto della pellicola: favorendo il non detto e il mistero, esso instilla nello spettatore una vorace curiosità di conoscere e scoprire i contenuti e le cause di quel non detto, di quel lungo periodo non narrato; questo costituisce il vero motore propulsore della vicenda, e il maggior stimolo a proseguire nella visione attraverso tutti i 109 minuti di durata del film, nonostante l’inquietudine e l’orrore sempre crescenti. Tuttavia, la semplicistica soluzione di questo vuoto narrativo attraverso un flashback esplicativo non ha reso la meritata giustizia a questa interessante premessa.

Per concludere: nonostante alcune pecche (ma mai tanto prepotenti da inficiare la godibilità della visione), Gary Dauberman, addetto alla sceneggiatura e già sceneggiatore del primo Annabelle e di IT, in uscita ad ottobre, sembra essere riuscito a costruire un’impalcatura piuttosto solida, su cui si innesta la brillante opera registica di Sandberg.

REGIA E FOTOGRAFIA: CONTRASTO DI PIANI E SFUMATURE

La regia stupisce positivamente per la sua capacità di rielaborare gli stilemi classici dell’horror e di costruire lentamente ma inesorabilmente la tensione e mantenerla al limite della sopportazione per durate incredibilmente lunghe. Due dispositivi paralleli concorrono all’attuazione di questa operazione: da un lato lo sfruttamento del binomio luci-ombre, dall’altro l’utilizzo del primo piano e dello sfumato.

Dopo Lights Out – Terrore nel buio, non c’è da stupirsi dell’ottimo utilizzo del buio nella messinscena da parte di Sandberg. Il regista mostra il giusto e nasconde il giusto, senza mai esagerare nell’una o nell’altra direzione, mantenendo così altissima la soglia dell’attenzione e dell’allerta. A livello fotografico, l’atavica opposizione tra chiaro e scuro, tenebra e luce, viene concretamente rappresentata all’interno dell’inquadratura; essa si carica in questo modo di valenze che vanno oltre la pura apparenza e l’estetica, conquistando un livello di significazione ulteriore, quello della dicotomia innocenza-colpa, Sacro-Profano, Bene-Male: il ritaglio di una soglia nera nel piano inquadrato non è soltanto un mezzo per accrescere il terrore del non visto, ma costituisce uno dei tasselli di un mosaico simbolico curato nel dettaglio. Anche nel profilmico ritorna il contrasto tra queste due polarità: sulla porta d’ingresso, le croci rovesciate sono nere su bianco; nello scantinato, nelle travi sono ritagliate croci greche da cui penetrano fasci di luce.

A livello di inquadrature, dominano i primi e i primissimi piani sui volti dei personaggi; per contrasto si delineano quindi sfondi sfumati, che molto spesso costituiscono il luogo della vera azione: piccoli movimenti, spostamenti anomali, passaggi di sagome: ingredienti vincenti per far nascere e crescere un senso di angoscia e sospetto che esplode definitivamente in terrore in pochi ma ben gestiti (anche se a volte scontati) jumpscares. A questo si associa l’eccellente utilizzo del profilmico proprio sullo sfondo (prima fra tutto la stessa bambola Annabelle), che è l’irrinunciabile mezzo dell’azione spaventosa, di quel movimento sospetto: in questo modo si rende (quasi) superfluo ogni utilizzo di CGI, che compare solo raramente.

Questi due cardini fondamentali attorno a cui ruota la regia sono accompagnati da impreviste soluzioni di montaggio, gradevoli e di grande impatto visivo – soprattutto per quanto riguarda le transizioni – e da alcuni movimenti di macchina arditi in un paio di long takes, che dimostrano la disponibilità di Sandberg nei confronti dell’esplorazione e della sperimentazione del mezzo cinematografico, ed attestano l’influenza sul regista dell’estroso operatore di macchina Maxime Alexandre (Riflessi di paura, Le colline hanno gli occhi).

Dopotutto, Sandberg stesso sembra suggerircelo, con le prime immagini d’apertura e i continui riferimenti all’elemento dell’occhio: ciò che vi è di prezioso in questo film è ciò che un occhio attento può percepire, ovvero la raffigurazione, potente e nascosta, di un conflitto maestoso e senza fine. In quest’ottica, la vicenda della creazione della bambola Annabelle e l’ossatura narrativa della pellicola non sono che un mezzo che ne rende possibile la rappresentazione.

RECITAZIONE E COLONNA SONORA: LA POTENZA DEL PRIMO PIANO

Nel cast sono presenti soprattutto attrici giovani e giovanissime, che interpretano il gruppo di orfane ospitate dai Mullins: Philippa Coulthard, Grace Fulton, Lou Lou Safran, Tayler Buck, ma soprattutto Talitha Bateman (Janice) e Lulu Wilson (Linda), già comparsa nei panni della bambina posseduta in Ouija: L’origine del male (2016).

La caratterizzazione dei personaggi è approfondita al punto giusto, e ad essa è dedicato un congruo spazio nella pellicola: non tanto ampio da annoiare (specialmente in un horror), non troppo ristretto da far perdere di spessore i caratteri. Nonostante i dialoghi spesso sotto la soglia della brillantezza, la performance delle interpreti e più che soddisfacente. Soprattutto nei molti reaction shots che ritraggono i loro volti in primo piano, sono tutte molto convincenti ed espressive, e in particolari situazioni liminali tra il drammatico e il grottesco riescono finanche a strappare allo spettatore una timida risata.

Anche la recitazione di Samara Lee (Annabelle “Bee” Mullins), Stephanie Sigman (Suor Charlotte) e Miranda Otto (Esther Mullins) – la Éowyn de Il Signore degli Anelli – è nel complesso sufficiente, ma senza particolari pregi. Si distacca da questo elenco il maggior interprete maschile della pellicola, Anthony LaPaglia (Samuel Mullins): egli è riuscito a circondare il suo personaggio di un impenetrabile alone di enigmaticità e mistero, che contribuisce (non poco, a dire il vero) alla rapida ed inesorabile crescita della tensione.

Il commento musicale di Benjamin Wallfisch (Lights Out, La cura dal benessere) è suggestivo ma piuttosto vago, e lascia spazio prevalentemente a rumori di scena, che costituiscono l’ennesimo strumento con cui viene edificato il sentimento di angoscia e terrorizzato stupore nello spettatore. Questo è anche il caso dei momenti in cui la colonna sonora si rende diegetica, mediante la riproduzione di una registrazione musicale su disco; l’utilizzo di una canzone con sonorità e testo confortevoli (You are my Sunshine di Jimmie Davis) in situazioni di potenziale pericolo costituisce uno schema basato sullo stridore degli opposti già fin troppo utilizzato, ma in questo caso ancora piuttosto efficace.

ALTRI DETTAGLI: EASTER EGGS E CITAZIONI

Non mancano inoltre alcune suggestioni citazionistiche, a partire dal pozzo (raffigurato anche nella locandina del film), probabilmente un omaggio ad Hideo Nakata e al suo celebre J-Horror Ringu (1998), ormai un caposaldo del cinema horror moderno, fino alla ripresa del filone dedicato ai “killer scarecrows” (spaventapasseri assassini) nato all’inizio degli anni ’80 con il film TV Lo Spaventapasseri (1981) ideato da J. D. Feigelson.

Un paio di chicche per gli appassionati dell’universo di The Conjuring: attenti alle fotografie all’interno del film, potreste riconoscere un significativo Easter egg. E riuscite a riconoscere il volto dietro la presenza demoniaca? Una vecchia conoscenza di James Wan e ormai un habitué di ruoli di quel tipo… Compare inoltre in un cameo Alicia Vela-Bailey (Wonder Woman, Avatar, The Defenders, Westworld). Siete in grado di indovinare il momento in cui fa la sua comparsa?

Infine, un ulteriore punto a favore: il film, nonostante nella sua veste di prequel possa essere fruito comodamente come uno stand-alone, è parte di una continuity, e la modalità con cui si riallaccia a quest’ultima è stupefacente. Siete avvertiti; se non ricordate o non avete visto il primo film dedicato ad Annabelle, recuperatelo anche se (giustamente, oserei dire) l’avete odiato: ne varrà la pena, anche solo per questo motivo.

CONCLUSIONI

Annabelle 2: Creation non è un film perfetto, ed è ben lungi da quel traguardo. Tuttavia sembra complessivamente convincente, in grado di spaventare e – ciò che è forse più interessante – trasmettere un senso d’angoscia scomoda ed irrisolta che permane dopo la conclusione della visione. Sicuramente vale il prezzo del biglietto del cinema. Una nota d’onore va, come già detto, all’utilizzo del mezzo registico, che eleva il film dalla sua dimensione di semplice blockbuster estivo e lo rende un’esperienza visiva notevole e sicuramente degna di considerazione.

Annabelle 2: Creation, prodotto da New Line Cinema, Atomic Monster Productions, The Safran Company, RatPac Entertainment e distribuito da Warner Bros. Pictures, venne presentato al Los Angeles Film Festival il 19 giugno 2017, ma giungerà nelle sale americane solo a partire dal 11 agosto 2017. In Italia invece avremo la fortuna di poterlo vedere nei cinema già dal 3 agosto 2017.

Il film ha ricevuto il rating R da parte di MPAA (The Motion Picture Association of America) per “orrore, violenza e terrore”.

Se vi siete persi il terrificante trailer, lo potete trovare in testa alla pagina.

A questo link troverete invece il sito ufficiale del film, in cui potrete immergervi in una spaventosa esperienza di realtà virtuale, entrando direttamente nel cuore del terrore: la camera da letto di Annabelle.

Sono in programma, nell’universo di The Conjuring, altri due spin-off: The Nun, in uscita nel 2018 e The Crooked Man, ancora in attesa dell’annuncio di una data.

7.3

Soggetto

5.0/10

Sceneggiatura

6.0/10

Regia

9.0/10

Cast

7.5/10

Fotografia

9.0/10

Pros

  • Ottima regia
  • Riesce a spaventare
  • Sorprendente collegamento con la continuity
  • Recitazione discreta

Cons

  • Soggetto non particolarmente originale
  • Copione non sempre brillante

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