The Handmaid’s Tale stagione 1, la Recensione – NO SPOILER

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Domenico De Martino
Classe 1991. Cresce tra le vecchie console Nintendo e si concretizza gamer puro e crudo con l'avvento della prima ammiraglia Sony: la PlayStation. Inizia a scrivere di videogames un anno prima della messa in commercio di Xbox 360. Attualmente volge lo sguardo al PC Gaming, snobbando la One e la PS4. Nutre un profondo interesse per gli indie, vento fresco del panorama videoludico attuale. Tra le sua passioni si celano il buon cinema, le serie tv e la luttera di romanzi, comics e manga. Cerca di far coincidere tutto nelle 24 ore a disposizione sulla terra. Ama gli animali, la pizza e la birra.

Classe 1991. Cresce tra le vecchie console Nintendo e si concretizza gamer puro e crudo con l'avvento della prima ammiraglia Sony: la PlayStation. Inizia a scrivere di videogames un anno prima della messa in commercio di Xbox 360. Attualmente volge lo sguardo al PC Gaming, snobbando la One e la PS4. Nutre un profondo interesse per gli indie, vento fresco del panorama videoludico attuale. Tra le sua passioni si celano il buon cinema, le serie tv e la luttera di romanzi, comics e manga. Cerca di far coincidere tutto nelle 24 ore a disposizione sulla terra. Ama gli animali, la pizza e la birra.

Nel medium d’intrattenimento delle serie TV degli ultimi anni possiamo facilmente scorgere una crescente presenza di spettacoli che propongono come background un futuro distopico, difficilmente concretizzabile ma non impossibile. La distopia non è altri che la rappresentazione e l’estremizzazione di aspetti negativi della società, portati alla loro massima espressione e divenuti in tutto e per tutto predominanti. Paura e sconforto per coloro che ne scorgono anche piccoli tratti nel quotidiano, nella vita reale.

Altresì, il 2017 è anche l’anno delle produzioni originali, cavallo di battaglia e pane quotidiano per i servizi in streaming come Netflix e compagnia bella. Ma questa volta a giocare l’asso vincente è Hulu, di minor spessore e poco conosciuto in Italia, con The Handmaid’s Tale. Questa serie si è guadagnata il primo posto sul podio dei Miglior Drama durante gli ultimi prestigiosi Emmy Awards, oltre che numerosi altri premi. A proporlo nel nostro “bel” paese non è altri che TIM Vision, che ringraziamo calorosamente per aver dato la possibilità agli abbonati di poter guardare una delle migliori serie televisive di sempre, vi spieghiamo perché.

BIBLICO

The Handmaid’s Tale è l’adattamento in dieci episodi dell’omonimo romanzo di Margaret Atwood, anno di pubblicazione 1984, nel quale viene proposto un futuro distopico in cui una setta fondamentalista cristiana ha trasformato quello che resta dell’America in uno stato fascista chiamato Gilead, il tutto condito da una predominante infertilità e di conseguenza da un numero fin troppo esiguo di donne fertili, tra queste spunta proprio la nostra amata Elisabeth Moss.

Il mio nome è Difred. Ho avuto un altro nome, ma è proibito adesso. Tante cose sono proibite adesso“, è così che recita la protagonista dello show in apertura della primissima puntata. In questo mondo chiuso e sordo, la razza umana è fin troppo vicina ad interpretare letteralmente macabri tratti del vecchio testamento biblico. La gerarchia andatasi a creare vede Difred, la protagonista, che verrà affiancata da amiche di camerata di un certo spessore (Samira Wiley di Orange is the new Balck e Alexis Bledel), tutte sotto l’appellativo di Ancelle. La definizione più appropriata di questo status sociale si traduce in schiave con il dovere di essere sempre compiacenti, piatti vivi per la classe dirigente. Donne che devono seguire solo lo scopo ultimo della maternità, intrappolate in questo circolo vizioso come veri e propri ostaggi, regolarmente sottomesse alle richieste di riproduzione dei loro comandanti, il tutto svolto sotto la supervisione delle mogli, piene di superbia, infertili in tutti i sensi. E qui bisogna soffermarci su alcune delle scene più forti dell’intera produzione, l’atto di riproduzione svolto tra una schiava, tra un comandante e un supervisore. Tutti in realtà assenti. Tutti con i pensieri altrove. Tutti (in parte) infelici.

Nei panni dell’ancella, una lunga veste rossa e un cappello bianco, la Moss impersona una Difred che parla solo quando deve parlare, e lo fa quasi unicamente per intonare proverbi dal carattere biblico: “Sotto gli occhi del Signore”, “Possa schiudere il Frutto”.  Ma è proprio tramite flashback studiati a pennello, palcoscenico di una vita ormai passata, ma forte e viva più che mai nei ricordi della protagonista, che impariamo a conoscere davvero il carattere di questo splendido cast. Difred in realtà si chiama June, aveva una vita normale, con un marito gentile ed una figlia amata. È allora che Gilead assume ancora un aspetto più oscuro, che le ferite apertasi da questo impronunciabile cambiamento bruciano ancora di più.

IL LINGUAGGIO DEL CORPO

Lo spettatore viene letteralmente catapultato in questo mondo grazie ad una sceneggiatura e ad una regia messa su magistralmente da Morano. Quest’ultimo riesce a sfruttare appieno il potenziale dei propri attori, da una Elisabeth Moss che ha strappato la statuetta come miglior attrice dei una serie Drama (finalmente diremo, vedasi Mad Men), passando dai comunque superbi Joseph Fiennes (il comandante) e Yvonne Strahovski (moglie del comandante), fino alle amabili Alexis Bledel e Samira Wiley. Questo è possibile grazie a primi piani che rendono concreti i pensieri degli attori, discorsi che non potrebbero essere pronunciati, pena la tortura. Emozioni come la rabbia, la frustrazione, la delusione, la speranza, che traspirano e arrivano allo spettatore con il semplice potere di un fugace sguardo, di un ammiccamento del labbro, di un sospiro di troppo. Effettivamente in The Handmaid’s Tale quasi nulla viene spiegato direttamente, ma la struttura del serial è ideata così egregiamente da non lasciare nulla in sospeso. Alla fine riusciremo a capire leggi, modi e costumi, captare tutti i cambiamenti, costruire una gerarchia mentale, unicamente grazie al potere delle immagini e di dialoghi scritti a pennello. Una fotografica che lascia il segno, sempre sul pezzo, sempre originale. Ogni episodio propone un colpo d’occhio sublime, capace di catturare dettagli importantissimi, velati ma chiarificatori.

Prima di giungere alla conclusione, dobbiamo menzionare assolutamente Ann Dowd, nel serial Zia Lydia. La potremmo identificare quasi come il vero villain del telefilm. Un’attrice incredibile, potente e ambigua. Una figura chiave che entra in scena solo quando deve, ma che lascia il segno. Importante perché sostenitore infallibile di questa nuova società, modello chiave per comprendere quanto sia folle tutto ciò.

IN CONCLUSONE

The Handmaid’s Tale è l’intrattenimento più genuino che ci sia, poiché diverte e allo stesso tempo riesce a farci porre domande importanti. Quesiti che necessitano di una risposta, che arrivano in parte dallo show, in parte dalla consapevolezza di come certe immagini siano più reali che mai, nella nostra società, per alcuni nella propria vita. È un gioco di emozioni che ci invade, dalla rabbia di alcune scene, al sorriso di una speranza pronta a tenerci in vita. The Handmaid’s Tale è un pugno nello stomaco, di quelli che vanno assolutamente incassati, perché importanti. E’ una delle migliori serie TV in circolazione, che deve essere vista. E ci sarà una seconda stagione, che entra di fatto nella nostra most wanted.

The Handmaid's Tale

0.00
The Handmaid's Tale
91.4

Cast

9/10

    Regia

    10/10

      Sceneggiatura

      10/10

        Colonna Sonora

        9/10

          Fotografia

          9/10

            Pros

            • Trama interessante e mai scontata
            • Sceneggiatura e regia sublimi
            • Un cast che funziona alla grande
            • Importante dal punto di vista sociale

            Cons

            • Per alcuni potrebbe essere troppo duro

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