Cinema
Classe 1988, da sempre appassionata di cinema e fumetti, vive a Padova dove è ritornata dopo un lungo periodo trascorso tra Roma, Dublino e Matera. Assidua frequentatrice di mercatini dell'usato e fiere del fumetto, il collezionismo è il suo hobby preferito, insieme all'amore per la scrittura. Insegna italiano e storia e geografia alle superiori e alle medie, e spesso in classe parla volentieri di Dylan Dog, piuttosto che di Gabriele D'annunzio. Un suo maestro, un tempo, la rimproverò dicendole "Fare, o non fare! Non c'è provare!", e questo è diventato, ormai, il suo motto.

Classe 1988, da sempre appassionata di cinema e fumetti, vive a Padova dove è ritornata dopo un lungo periodo trascorso tra Roma, Dublino e Matera. Assidua frequentatrice di mercatini dell'usato e fiere del fumetto, il collezionismo è il suo hobby preferito, insieme all'amore per la scrittura. Insegna italiano e storia e geografia alle superiori e alle medie, e spesso in classe parla volentieri di Dylan Dog, piuttosto che di Gabriele D'annunzio. Un suo maestro, un tempo, la rimproverò dicendole "Fare, o non fare! Non c'è provare!", e questo è diventato, ormai, il suo motto.

Animeland è un viaggio a ritroso nella nostra memoria collettiva, un itinerario visivamente empatico, fatto di ricordi, esperienze, sentimenti e testimonianze. Il sottotitolo di questo documentario realizzato da Francesco Chiatante è “Racconti tra manga, anime e cosplay“, e questo già ci permette di capire quale sia il percorso attraverso il quale il regista si accinge ad accompagnarci. Animeland è la storia di come la cultura fumettistica giapponese sia arrivata in Italia; prima attraverso gli anime, passando per i manga fino a diventare vero e proprio fenomeno di massa contemporaneo, di cui i cosplay e la “cultura” otaku si fanno portavoce.

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La narrazione del documentario è affidata a molte voci, dall’animatrice e mangaka Yoshiko Watanabe, già assistente di Osamu Tezuka, allo stilista Tokidoki, da cantanti come Caparezza, ad attori come Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea. Ci sono anche registi italiani quali Maurizio Nichetti e Fausto Brizzi e registi stranieri come Shinya Tsukamoto e il Premio Oscar Michel Gondry, ma anche Masami Suda, animatore di cartoni animati quali Ken il Guerriero, Kiss Me Licia e Yoichi Takahashi, autore di Holly e Benji.

Al Taranto Comix, noi di NerdPlanet.it, abbiamo avuto il piacere di incontrare Francesco Chiatante e fare una piacevole chiacchierata con lui. Di seguito l’intervista.

NerdPlanet.it: Come è nata l’idea di realizzare il documentario Animeland?

Francesco: Animeland nasce dall’unione di alcune delle mie passioni. Ho sempre amato gli anime, i manga e i cosplay, i documentari e i racconti confidenziali. Racconti intimi, come quando qualcuno ha piacere di raccontarti qualcosa di sé. Quindi ho pensato di realizzare un documentario atipico. Non il solito racconto didascalico-enciclopedico “gli anime sono arrivati in Italia nel….”. Ho, invece, pensato che farlo in maniera diversa, partendo da una ricostruzione dei ricordi d’infanzia di alcuni dei personaggi del mondo dello spettacolo italiano ed esperti della cultura fumettistica, potesse uscire un racconto diverso dal solito. Un racconto sentito, intimo e personale. Ricostruire la storia dei manga attraverso le esperienze di chi ho intervistato. 

Yoichi Takahashi disegna per Chiatante

Yoichi Takahashi disegna per Chiatante

NP: Cosa è cambiato tra la prima generazione dei fruitori di anime e l’ultima generazione di otaku?

F: Sicuramente si è persa l’unicità della fruizione dell’anime. Un tempo, guardare un anime era una sorta di rito irripetibile. Si accendeva la tv e si aspettava l’inizio della puntata. Ora invece, se un giovane perde una puntata di un anime o anche di una serie tv, non importa, c’è lo streaming a sopperire a questa mancanza. Specchio del cambiamento generazionale sono anche le fiere del fumetto. È sempre più difficile trovare in fiera action figure di anime classici, come Georgie, Ken il Guerriero e altri. Anche Dragonball e Naruto stanno diventando “vecchi”. 

NP: Ciò che colpisce nel documentario, tra le tante cose, è un intervento del regista Maurizio Nichetti che dice di essere rimasto di stucco quando, incontrando un Cosplay, si è accorto, parlandoci, che rispondeva e si comportava come il personaggio che interpretava. Tu cosa pensi dei Cosplay?

F: Io penso che quella del Cosplay sia un’attività molto bella e divertente, ma che se affrontata nella maniera sbagliata possa diventare pericolosa, come ogni cosa. Estremizzare, diventare ossessionati da qualcosa è sempre negativo. Poi Cosplay significa proprio essere e interpretare un personaggio, ma non bisogna perdere di vista se stessi. Il problema è che se si è una persona particolarmente sensibile, si rischia di essere talmente avvolti da questo immaginario da finire in un turbinio da cui è difficile uscirne. 

NP: Nel documentario si parla anche di collezionismo. Francesco Chiatante è un collezionista?

F: Io colleziono tante cose, ma solo una nello specifico, i vinili, 45 giri con le canzoni dei cartoni animati, le colonne sonore. Averli tutti è impossibile ma averne tanti si, si può fare. Poi colleziono oggetti strambi di tutti i tipi. Anche fumetti, ma non ho serie complete. Se esce un numero importante, che so, di Dylan Dog, lo compro, ma non riesco a stare dietro a tutte le uscite, sarebbe impossibile.

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Caparezza in una scena del documentario

NP: Il collezionismo può ispirare l’attività artistica?

F: Secondo me si. Il collezionismo e la produzione creativa non sono due cose scisse. Una ricerca personale di qualche tipo ci deve essere se si aspira a lavorare nel mondo dell’arte. Senza ricerca si rischia di bruciarsi subito, partire col botto e poi non avere più nulla da raccontare già dal secondo film che si realizza, o dal secondo romanzo che si scrive. Io per anni ho realizzato prodotti indipendenti, poi mi sono fermato. Mi sono trasferito a Roma e ho iniziato a lavorare per progetti altrui, anche con autori importanti come Franco Zeffirelli. Lavorando con questi professionisti ho imparato molto  ho iniziato a “collezionare” esperienze. Bisognerebbe esporsi, imparare da tutto, sia dalle cose che dalle persone. 

NP: Uno dei miei manga preferiti è sicuramente Bakuman che racconta la storia di questi due giovani e del loro sogno di diventare mangaka e di come sia duro e destabilizzante questo lavoro. Durante le tue ricerche e i tuoi incontri per Animeland ti è capitato sicuramente di incontrare questi professionisti del fumetto. Lavorano davvero così tanto?

F: Uno degli incontri più importanti che ho avuto il piacere di fare durante la realizzazione di questo documentario, è stato sicuramente quello con Masami Suda, autore dell’anime Ken il Guerriero. Secondo me chi disegna manga lavora come un pazzo, ma chi realizza anime ancora peggio. Quando ho intervistato Yoichi Takahashi, autore del manga Holly e Benji, forse uno dei più importanti disegnatori della storia degli anime e dei manga, sono rimasto stupito. Lui non si sentiva una star, anche quando viene invitato a fiere, convegni, conferenze, lui è molto onorato ma non la prende come una cosa scontata. Questo è davvero assurdo se pensiamo a quanto duramente abbia lavorato e quanti sogni abbia regalato a generazioni di bambini. 

Chiamante intervista il regista francese Gondy

Chiatante intervista il regista francese Gondy

NP: Per concludere, sempre parlando di animazione giapponese, qual è secondo te il lato oscuro dello studio Ghibli?

F: I prodotti realizzati dallo studio Ghibli sono delle opere d’arte dal valore immenso. Adesso hanno rallentato la loro produzione, forse anche per una questione naturale. Il tempo passa, e i disegnatori dello studio invecchiano, non potranno realizzare film per sempre. Quella dello studio Ghibli è una realtà molto chiusa che di certo non ha puntato sul ricambio generazionale. Un esperimento è stato fatto con Quando C’era Marnie, dove il giovane regista, Hiromasa Yonebayashi, ha lavorato in maniera indipendente, senza la supervisione, quanto meno formale, dei mostri sacri dello studio. Poi però non so cosa sia successo poiché pare che il prossimo film di Yonebayashi sarà prodotto da un altro studio. Ecco, il lato oscuro dello studio Ghibli forse è proprio questo, non pensare ancora al futuro, anche perché, purtroppo, lo staff dello studio non può salvare il futuro dell’animazione giapponese e mondiale. 

Ringraziamo Francesco Chiatante per questa bella chiacchierata, sperando che voi lettori possiate assistere alla proiezione del film in uno dei prossimi incontri con il regista organizzati in giro per l’Italia. In alto all’articolo potete trovare il trailer del film.

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