Star Trek: Discovery 1×06 e 1×07, la Recensione

Recensioni
Matteo Ivaldi
Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Fermi tutti. Cos’è successo?

Star Trek: Discovery ha raggiunto la fase in cui la trama orizzontale principale della stagione raggiunge la fase di stanca e deve farsi da parte per far sì che avventure più estemporanee approfondiscano elementi secondari del quadro; in questo modo la messa in scena si fa più ampia, si apprendono nuovi dettagli e la stagione non deve bruciare i suoi assi migliori fino al mid-season finale o direttamente alla parte finale dell’appuntamento annuale, guadagnandone in lunghezza. Un problema che le vecchie serie di Star Trek hanno avvertito a stento, dato che le vecchie regole della televisione a cavallo tra anni ottanta e novanta sfruttavano archi narrativi laschi che venivano ignorati per gran parte delle venti puntate e oltre; spesso bastava vedere il primo e ultimo episodio della stagione per farsi un’idea di a che punto fosse il viaggio della nave spaziale di turno, mentre il resto era composto da episodi verticali, quasi tutti conclusivi, di qualità altalenante a seconda dell’idea e degli sceneggiatori coinvolti.

Oggi, con il panorama televisivo ormai in piena competizione con il cinema, le tante differenti storie hanno perso interesse a favore di otto, dieci, talvolta quindici ore di narrazione semi-continuativa che evitino qualsiasi momento dispersivo. Discovery non poteva esimersi dal nuovo taglio imposto: Lethe e Magic to Make the Sanest Man Go Mad (altro titolo logorroico, ringrazio), pur mettendo da parte il sempiterno tema della guerra contro i Klingon, sono in verità falsi episodi verticali, anticipati entrambi da collegamenti posti ad hoc negli episodi precedenti cosicché la loro intromissione non paia affatto fuori posto, colmi di risvolti fondamentali sull’evoluzione dei personaggi e scritti con una buona dose di intelligenza. Insomma, due delle puntate più “rischiose” della prima metà di stagione si sono rivelate due delle migliori sceneggiature di Discovery; perfino il confronto con le vecchie serie di Roddenberry è stato ridotto in quello che ritengo possa essersi rivelato un punto d’incontro ideale tra le opposte scuole di pensiero, dato che mai come ora Discovery ha saputo avvicinarsi idealmente al sapore di un buon, classico Trek contro le prime pessimistiche previsioni.

LA LOGICA DELLA VIOLENZA

In Lethe Sarek, ambasciatore vulcaniano padre naturale di Spock e genitore adottivo di Michael Burnham, decolla da Vulcano per una missione diplomatica che potrebbe indebolire l’asse dei clan Klingon ostili alla Federazione. L’impresa fallisce sul nascere a causa di un attacco terroristico da parte di un membro di una setta di estremisti logici vulcaniani, i quali considerano l’intromissione di altre razze dominate dalla filosofia più istintiva come gli umani un danno per la cultura natia: Sarek, in quanto marito di un’umana e ferreo promulgatore di questa integrazione, è visto come una delle personalità di spicco da eliminare. Per la prima volta in cui uno dei fari di speranza della Galassia, la cultura vulcaniana, fautrice del Primo Contatto che permise alla specie terrestre di fuoriuscire dal baratro post Terza Guerra Mondiale e ricostruire la società, si rivela affetta da frange violente dopo l’antica scissione che portò alla nascita della razza romulana, da decenni uno degli antagonisti primari di Star Trek.

L’effetto è inatteso e duplice: se da una parte pare bizzarro per un vecchio trekker che i vulcaniani si dimostrino fallibili, dall’altra Discovery contribuisce a “umanizzare” una categoria di individui vista spesso come fin troppo rigida e ineffabile. D’altronde lo stesso Sarek interpretato da James Frain viene riproposto così differentemente dalla controparte originale saggia e amichevole, lacerato da un conflitto emozionale privo di precedenti nel canone, da riscriverne per buona parte l’identità. Neanche i vulcaniani possono pretendere di non uscire cambiati dal drastico retcon operato dalla nuova serie fantascientifica.

Contemporaneamente Ash Tyler, l’ex-prigioniero Klingon liberato nell’episodio precedente, e il capitano della Discovery Gabriel Lorca si allenano in una versione primitiva, per quanto più che funzionale, del ponte ologrammi: questa non è altro che una nuova modifica di cui l’epopea televisiva si accolla la responsabilità, dato che mai nel ventitreesimo secolo l’equipaggio di una nave della Federazione aveva potuto sfruttare i set virtuali tipici della generazione di Jean-Luc Picard in poi. Il tentativo del pubblico nostalgico (di cui ahimè mi fregio) di incastrare Discovery nel contesto storico della saga cinquantennale raggiunge il definitivo fallimento – non c’è verso, non è lo stesso futuro, per quanto esso debba esserlo, di quello narrato negli anni sessanta a bordo della USS Enterprise. Tyler incontra i favori di Lorca dato che entrambi sono ufficiali battaglieri ostili alle formalità burocratiche della Federazione, un elemento che potrebbe far risaltare l’eventuale tradimento di Tyler specie in funzione del rapporto che nascerà con Michael Burnham nella settima puntata.

Sarek giace ferito a bordo di una navetta vulcaniana all’interno di una nebulosa, quasi impossibile da rintracciare prima che la morte sopraggiunga, ma vi è una speranza: la connessione mentale stabilita tra quest’ultimo e la figlioccia Michael prima dell’inizio di Discovery, a cui la serie aveva accennato durante l’episodio pilota. L’obiettivo di Lethe è fare luce sul rapporto tra i due personaggi e l’idea di anticipare tale risvolto di svariate ore rende la missione tutt’altro che improvvisa o gratuita. Michael ottiene da Lorca il permesso di sfruttare la condivisione del Katra vulcaniano per trarre in salvo l’ambasciatore. Il tenente Stamets, il cui carattere alterato dall’unione genetica col gigantesco tardigrado spaziale lo ha reso molto più espansivo nonché divertito dagli eventi che si verificano sulla nave, approva l’idea, e Michael si imbarca su una scialuppa affiancata dal dubbioso Tyler, ora nuovo responsabile della sicurezza, e il cadetto perennemente fuori posto Tilly.

La mente morente di Sarek torna a un unico ricordo, il giorno in cui dovette confessare a Burnham che la ragazza non avrebbe fatto parte della squadra d’esplorazione vulcaniana perché nonostante gli ottimi risultati dei test i superiori si ostinarono a considerarla troppo umana, dunque una minaccia alla logica. Grazie a un macchinario che indirizza le onde cerebrali all’interno della nebulosa Michael è in grado di penetrare nei ricordi di Sarek ma il vulcaniano la respinge e i due ingaggiano una lotta a suon di Suun Mahna, l’arte marziale sviluppata su Vulcano, nella quale Burnham ha la peggio; pur sapendo che l’intervento è propedeutico al proprio salvataggio Sarek non intende renderla partecipe della verità nascosta nel ricordo. Nelle scene flashback fa la sua comparsa Amanda Grayson, interpretata da Mia Kirshner, una gentile madrina umana che desidera conservare il lato più sentimentale della figlia adottiva. La consegna di un volume di Alice nel Paese delle Meraviglie, oltre che rivangare il collegamento alla serie animata originale di Star Trek, si connette a quanto detto negli episodi precedenti e contribuisce ad amalgamare positivamente il primo atto narrativo di Discovery.

LE REGOLE SONO PER GLI AMMIRAGLI

Lorca riceve una visita ufficiosa da parte dell’Ammiraglio Cornwell (Jayne Brook); tra lei e Lorca vi è uno speciale rapporto che permette alla donna di avvisare il capitano riguardo la sua condotta. Il trauma della perdita della Glenn durante la Battaglia delle Stelle Binarie ha cambiato profondamente il personaggio interpretato da Jason Isaacs, i suoi metodi smoderati potrebbero renderlo inadatto a governare un equipaggio di centinaia di uomini invischiato nel maggiore conflitto della storia della Federazione. “Amore e guerra sono una cosa sola ed è consentito usufruire di stratagemmi e inganni per ottenere gli esiti desiderati“, scriveva Cervantes nel Don Chisciotte: Cornwell è la voce della ragione che Lorca sceglie di ignorare a bella posta, infatti l’ammiraglio di lascia irretire dai metodi manipolatori di Gabriel e finisce a letto con lui ignorando i protocolli tra ufficiali di Starfleet.

Il karma incomincia a punire il capitano della Discovery: al risveglio Cornwell capisce di essere stata usata e in virtù dell’amore che intercorre tra i due impone a Lorca di dare le dimissioni al termine dell’incontro diplomatico a cui la donna presiederà in sostituzione di Sarek. Non è un addio alla flotta, stabilisce, ma Lorca ha bisogno di ricevere cure psicologiche prima di tornare al comando. I nodi vengono al pettine: il personaggio di Isaacs, per quanto pragmatico, è fonte di instabilità, una minaccia che potrebbe condannare l’intera Discovery. Lorca vince a mani basse il titolo di capitano più borderline della saga e ora che la serie lo riconosce questo non può più costituire un difetto: è possibile che una fine ingloriosa attenda Gabriel già alla fine di questa prima stagione se egli non cambierà i propri metodi.

Con Sarek sempre più vicino alla morte, Ash Tyler aiuta Burnham a fare luce sui rimpianti del vulcaniano: se il padre adottivo di Michael è restio a concederle accesso alla propria memoria non è per via della delusione nei suoi confronti bensì è causata dal senso di colpa che l’ambasciatore prova nell’aver dovuto compiere una scelta impossibile forzata dalla filosofia intransigente (e un tantinello razzista) dei vulcaniani: Sarek dovette decidere chi favorire nel corpo di spedizione tra un mezzo-vulcaniano, il figlio Spock, e un’umana addestrata secondo i principi della logica, Michael. Spock scelse in seguito di rifiutare l’offerta candidandosi come ufficiale della Flotta Stellare, la soluzione di Sarek si rivelò del tutto inutile se non a danno della figlia adottiva.

Risolto questo conflitto, il vulcaniano trova la forza di ridestarsi e attivare il transponder che consente alla navetta della Discovery di salvargli la vita. Ho sempre nutrito dubbi verso questa caratterizzazione di Sarek, il gelo che emana Frain è ben distante dalla mia concezione originale del personaggio e sebbene l’invisibile Burnham (mai citata da Spock nella saga) potrebbe aver contribuito a cambiarlo, Sarek è ancora una volta tanto antipatico, tanto formale da spegnere l’entusiasmo derivante dal finale positivo che Lethe mette in scena per la storyline. C’è da augurarsi che il discorso sia ben lungi dall’essere completo.

L’Ammiraglio Cornwell scivola in una trappola ordita dai Klingon, da sempre propensi a ottenere un ostaggio di valore. Lorca avrebbe la possibilità di condurre una missione di salvataggio immediata, tuttavia il capitano sceglie per una rara volta di attenersi ai regolamenti e ordina di informare la Flotta lasciando che siano i superiori ad occuparsi della questione. Per quanto Gabriel ami Cornwell sa che la liberazione della donna significherebbe le dimissioni: l’animo machiavellico affiora di nuovo e impone all’uomo di sacrificare l’ammiraglio pur di proseguire la propria ricerca di vendetta.

Discovery continua a inficiare lo spettatore di dubbi riguardo l’operato dei vari comprimari, ma su uno non vi è più incertezza. Lorca è il lato oscuro del nuovo Star Trek, l’ago della bilancia tra la violenza contemporanea e la visione utopistica del futuro di Roddenberry. Sarà soltanto lui a scegliere da che parte spostare gli equilibri, se verso la distruzione totale o una rediviva redenzione che potrebbe assicurargli il prosieguo dell’avventura; altrimenti è solo questione di tempo prima che Burnham, ora entusiasta del proprio capitano, ne sveli le reali intenzioni e arrivi a porlo nel novero degli antagonisti di Discovery. Al momento Lorca brilla di fascinazione e contribuisce a calamitare l’attenzione del pubblico verso una serie che, contro gli iniziali pronostici, sembra abbia trovato la corretta strada da percorrere.

VI RICORDATE DEI TRIBOLI?

Il settimo episodio di questa stagione, invece, Magic to Make the Sanest Man Go Mad, per gli amici Magic to Make (frase tratta dall’Iliade di Omero), pone uno stop improvviso al corso degli eventi più importanti della serie e mette in scena l’insperato: l’autentico revival di un genuino, scanzonato, talvolta intelligente, talvolta vaneggiante appuntamento con le vecchie imprese lunghe una puntata, nella fattispecie quelle condite da tutine attillate multicolore, capigliature improbabili e primi piani pruriginosi. Escludendo tutto quello che ho appena citato – per quello andatevi pure a ripescare le tre stagioni originali di Kirk e Co. (tra l’altro citati nell’episodio attraverso la nave di classe Costitution, l’Enterprise in persona), Discovery scende nel camp con grande controllo ed evita gli imbarazzi di un’operazione nostalgia dichiarata.

Michael Burnham si trova alle prese con una minaccia ben più letale di una qualsiasi batteria di siluri fotonici sotto occultamento Klingon: una festicciola. Per quanto la donna abbia saputo conquistare la fiducia degli ufficiali più alti in rango, uno su tutti il pericoloso Lorca, mettendo da parte Sylvia Tilly nel ruolo del Cadetto per Caso (Magic to Make la benedice suggerendole un cammino in ascesa nella Flotta, sempre se si rivelerà in grado di mettere da parte il candore perennemente stupito da liceale) Michael ha fallito nel costruire rapporti affettivi tra i colleghi. La socializzazione forzata non è il suo forte, per usare un eufemismo. Per fortuna un allarme giallo richiama lei e il neo addetto alla sicurezza Tyler sulla plancia, dato che la Discovery ha avvistato un esemplare in estinzione di una specie di buffa balena galattica; sebbene la guerra klingoniana incomba e non si abbiano ancora ricevuto notizie riguardo il rapimento dell’ammiraglio Cornwell, la nave è obbligata secondo i regolamenti a ospitarla nella stiva così da trasportarla al sicuro in una riserva. È l’inizio della fine: un individuo armato e con indosso un casco spaziale simile alla testa di un insetto cornuto fa strage della squadra scientifica e si svela agli occhi di un attonito capitano Lorca. Harry Mudd è tornato.

Confesso, ho esultato. Non pensavo tornasse così presto.

NOT MAD. MUDD.

Il truffatore leggendario di Star Trek ha in mano un’arma capace di ripetere all’infinito gli ultimi trenta minuti tramite la semplice pressione di un tasto, un congegno devastante che ha permesso a Mudd di conoscere, a furia di tentativi, ogni singolo dettaglio della nave e del modus operandi dell’equipaggio. Una volta affiora dal ventre della bestiola gigante, un’altra si palesa in sala macchine protetto da un campo di forza, già conscio del motore a spore concepito dal tenente Stamets; un’altra ancora fa il suo ingresso in plancia accompagnato da una musica trionfale, il computer di bordo già hackerato e tutti i sistemi di sicurezza disattivati, liberi di fare il buono e il cattivo tempo con i protagonisti alla ricerca dell’ultimo segreto che gli resta da scoprire per conquistare la Discovery e venderla ai Klingon per saldare il debito a causa del quale era finito prigioniero nel quinto episodio: l’elemento che consente al mezzo di teletrasportarsi ovunque nello spazio in un battito di ciglia.

La situazione diviene chiara soltanto a partire dalla metà dell’episodio; in principio le scene sembrano riproporsi senza soluzione di continuità rappresentando la sconfitta della Discovery nei modi più impensabili. Magic to Make assomiglia quasi a uno dei tanti flick di Doctor Who, in cui i paradossi temporali da Ricomincio Da Capo mandano piacevolmente in pappa il cervello dello spettatore che si scervella a trovare un filo logico che gli permetta di risolvere l’enigma. Mudd, interpretato come al solito da un divertito e divertente Rainn Wilson, fomenta tale sensazione aggiungendo a Discovery il tocco liberatorio di anarchia che trasforma cinquanta minuti di trama verticale in qualcosa di mai visto prima finora nella serie: è l’intrattenimento a dominare a discapito dell’atmosfera cupa e seriosa, le sue battute, i suoi manierismi parodici che alzano il tono dimostrandoci che il nuovo Star Trek, se vuole, può tornare alle origini confezionando un episodio inutile solo in apparenza, forte di una sceneggiatura dinamica ben diretta da David Barrett.

Stamets è la chiave di volta dell’avviluppo temporale: in quanto forma di vita separata dal corso regolare degli eventi l’uomo è l’unico in grado a comprendere che la nave è intrappolata in un loop, ma i suoi tentativi falliscono ripetutamente non appena Mudd capisce come usare l’ultima ennesima mezz’ora a proprio vantaggio, stabilendo piani sempre più sicuri ed esagerati che gli consentono di godere di succose vendette come uccidere Lorca ben cinquantatré volte. Con la complicità di Burnham e Tyler, la cui serie di ripetizioni consente ai due di accorgersi l’uno dell’altro fino al punto di flirtare senza più preamboli risolvendo la questione dell’asocialità di Michael a bordo, viene elaborato un piano che inganna furbescamente Mudd facendogli credere di essere riuscito nell’impresa: in questo modo il criminale può interrompere di spontanea volontà il loop senza accorgersi della truffa.

Il finale fa esplodere il tutto in una bolla di sapone quando Mudd, piuttosto che ricevere una condanna formale per le proprie azioni, viene forzato a convolare a nozze con Stella, l’ossessiva spasimante celebrata dall’uomo il quale, in realtà, stava facendo di tutto per evitarla e riconquistarsi la libertà. Si sorride soddisfatti in svariati punti dell’episodio mentre la minaccia si stempera col passare dei minuti e Mudd torna a sembrare nient’altro che un adorabile malandrino non più meritevole di crudeltà, proprio come la vecchia Enterprise superava ostacoli terrificanti come se non fosse accaduto nulla (verità, questa volta, dato il gioco di paradossi), pronta a impostare una nuova rotta e andare incontro alla successiva avventura con la solita leggerezza.

Non vi è dubbio che Discovery tornerà presto a indossare i panni di un teso drama fantascientifico bellicoso, eppure Magic to Make, posto con strategia nel punto migliore del racconto generale, consente una boccata d’aria fresca senza tralasciare il character development. C’è molto da imparare durante l’abbordaggio di Mudd: la determinazione di Tilly, la crescente alienazione di Stamets, il lato più ironico di Jason Isaacs, l’innamoramento tra Tyler (che a questo punto mi auguro di cuore passi informazioni sottobanco ai Klingon, sarebbe un ottimo elemento di conflitto) e Michael – insomma, il settimo episodio ha messo sul piatto un’offerta disparata ma non per questo meno concreta, ha solo scelto di alzare le spalle e indulgere, per una volta, nel più sano spasso.

Al di là di qualche inciampo logico e qualche battuta fuori bersaglio, Star Trek sembra aver raggiunto un’accettabile maturità. Moderno, quindi differente, stracolmo di licenze contestuali, ancora un poco incostante, tuttavia attento ai personaggi, ben ritmato, attraente alla vista, e ora armato di un numero di registri maggiore di quanto preventivato. Il test delle puntate verticali si può considerare superato a buoni voti, persino la vecchia guarda dovrebbe sospendere i preconcetti e godersi il discretissimo paio d’ore di svago intelligente che Discovery, con Lethe e Magic to Make the Sanest Man Go Mad, ha saputo offrire.

Possiamo considerare Discovery già più affascinante del prequel Enterprise? Aspettiamo la fine del primo atto fra due domeniche per tributare al rinnovato Trek qualche altro sincero complimento.

Star Trek: Discovery

Star Trek: Discovery
80.6

Trama

8/10

    Cast

    9/10

      Regia

      8/10

        Colonna Sonora

        8/10

          Godibilità

          8/10

            Pros

            • Più leggero, spassoso e affascinante
            • Cast sempre più coinvolto
            • Somiglianza con il vecchio Trek
            • Visivamente spettacolare, come al solito

            Cons

            • Alcune "riscritture" stonano con il canone originale
            • Persistono passaggi meno riusciti

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