Star Trek: Discovery 1×04 e 1×05, la Recensione

Recensioni
Matteo Ivaldi
Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Proviamo a dare per scontato che Star Trek: Discovery sia una serie fantascientifica autonoma, una storia slegata dai racconti delle avventure nello spazio profondo delle precedenti Enterprise, Voyager o stazioni di confine. Giudichiamolo come un prodotto “simile” a questi ultimi eppure indipendente, senza doveri da rispettare o complessi inferiorità dovuti a un’eredità lunga cinquant’anni che, gravando sulle sue spalle, rischierebbe di affossare persino il più tenace dei prodotti.

Questa poteva essere una chiave di lettura più indulgente nei confronti della prima stagione della serial CBS, un modo per evitare di doverla massacrare sull’altare dei rigidi dogmi di un pubblico troppo attaccato alla visione originale di Star Trek incapace, pur sforzandosi di mantenere la massima oggettività possibile, di apprezzare Discovery per ciò che è e non ciò che dovrebbe assolutamente imitare.

Attenzione: questo articolo contiene spoiler sul quarto e quinto episodio di Discovery. La lettura è consigliata a chiunque ne abbia concluso la visione.

Tuttavia il quarto e il quinto episodio della caduta e rinascita dell’ufficiale della Federazione Michael Burnham, The Butcher’s Knife Cares Not for the Lamb’s Cry (a cui mi riferirò esclusivamente come The Butcher’s Knife per evitare di intasare l’articolo con un titolo degno dei film di Lina Wertmüller) e Choose Your Pain, tra nuove aperture caratteriali dei personaggi e l’entrata in scena di una vecchia, vecchissima conoscenza dell’universo trekkiano, non hanno avuto bisogno di alcuna attenuante e si sono rivelate sorprendentemente in grado di traghettare Discovery verso orizzonti più convincenti senza abiurare del tutto le tesi progressiste di cui Star Trek ha sempre fatto vanto. Sono lì, neanche troppo nascoste ora, defilate a causa dell’ambientazione poco ortodossa scelta dagli autori ma parte integrante della psicologia di un protagonista che questi ultimi episodi ci invogliano a eleggere come speranza per il futuro in contrasto ai modi ribelli e potenzialmente distruttivi del capitano Gabriel Lorca, il sempre impeccabile Jason Isaacs. Ma andiamo per gradi.

UNA CORSA ALLE  ARMI

La prima scena di The Butcher’s Knife ci porta nel bel mezzo di una apparente tempesta magnetica di dimensioni cosmiche, nella quale colonne nero-bluastre emergono dal basso attraverso scariche elettriche degne della più irata divinità ellenica: in realtà non stiamo assistendo ad altro che ad alta sartoria del futuro. La nuova divisa di Burnham, integrata nell’equipaggio della Discovery come ufficiale scientifico, viene assemblata a livello molecolare da un computer presente nella camera che la donna condivide con il cadetto Sylvia Tilly.

Fermo restando che questi siano dettagli di scarsa rilevanza nel grande disegno rappresentato dalla nuova serie di Star Trek da dodici anni a questa parte, l’episodio mette in fila uno dei numerosi attacchi alla coerenza scenografica della saga, dato che i replicatori di materia, se non vado errato, sono apparsi la prima volta a partire da The Next Generation, ambientata oltre cento anni dopo gli eventi della guerra klingoniana contro la Federazione. C’è da dubitare che scrittori tanto certosini da collegare Discovery alla serie animata classica degli anni settanta grazie ad Alice nel Paese delle Meraviglie ignorino il corso dell’evoluzione tecnologica a bordo delle navi a cavallo tra i secoli; la mossa è intenzionale ed è utile a svecchiare la natura prequel della serie contaminandola con qualche prestito dal futuro. Discovery, si è capito, è malvolentieri compagna della serie classica e sogna a occhi aperti di vivere nel secolo successivo, quello che i fan avevano invocato a mani basse quando girava la voce della resurrezione televisiva di Star Trek.

Tilly consegna a Burnham una cassa contenente il testamento di Philippa Georgiou (Michelle Yeoh), il capitano della U.S.S. Shenzou perito nelle fasi cruciali della prima battaglia contro i Klingon. La donna non ha il coraggio di ascoltare l’ultimo messaggio del suo mentore, tormentata dal senso di colpa per averne involontariamente causato la morte, e ripone la cassa.

L’attenzione del capitano Lorca è rivolta alla bestia recuperata a bordo della perduta nave gemella della Discovery, la Glenn; l’ossessione dell’uomo verso la guerra lo ha portato a collezionare le armi più mortali di ogni razza aliena conosciuta nell’armeria di bordo, compresa quest’ultima creatura misteriosa. In barba ai precetti scientifici (“alla scoperta di nuove forme di vita e civiltà”, recita il monologo d’apertura del vecchio Trek) Lorca ordina a Burnham di studiare l’animale allo scopo di trasformarlo al più presto in un’arma utile a sconfiggere i Klingon.

I dubbi più che leciti di Michael, assumere che la creatura debba essere messa al servizio del conflitto senza che si abbia nemmeno un’idea di quale origine abbia e per quale motivo si trovi lì, rappresentano il focolare di speranza attraverso cui The Butcher’s Knife e Choose Your Pain redimeranno l’anima battagliera della serie. Il responsabile della sicurezza Ellen Landry giunge ad assistere Burnham dietro ordine di Lorca per assicurarsi che la donna umano-vulcaniana non anteponga la ricerca scientifica a quella militare, ma è proprio quest’ultima a svelare l’identità pacifica della bestia: un tardigrado gigante, cugino spaziale degli invertebrati preistorici presenti sulla Terra, esseri minuscoli capaci di sopravvivere a quasi ogni avversità naturale.

Il tardigrado sembra essersi materializzato a bordo della Glenn attirato dalle spore alla base del progetto di teletrasporto sviluppato a bordo delle due navi: non è un predatore, asserisce Michael, bensì un essere non conscio della propria potenza che uccide solo se costretto per puro meccanismo di autodifesa. Non sarebbe eticamente corretto sfruttarlo come cavia o peggio ancora dissezionarlo senza comprenderlo a fondo. Una risposta che non trova l’approvazione di Landry, una dei tanti succubi della filosofia pragmatica priva di mezzi termini di Gabriel Lorca.

Una trasmissione urgente della Federazione informa il capitano della Discovery di un attacco Klingon ai danni della colonia mineraria di Corvan 2, importante bersaglio strategico poiché uno dei principali produttori di dilitio, il carburante dei motori a curvatura della flotta. L’unico modo che ha la Discovery per raggiungere Corvan 2 prima che centinaia di innocenti vengano uccisi dai bombardamenti è sfruttare la tecnologia delle spore, ma il sistema di navigazione imperfetto elaborato da Stamets non permette di stabilire rotte affidabili: la nave compare ai limiti del campo gravitazionale di una stella e la catastrofe viene evitata all’ultimo. Alla Discovery serve un navigatore, e la paranoia che Lorca infonde continuando a porre il proprio equipaggio sulla graticola non farà altro che scatenare l’ennesima tragedia a bordo.

La testimonianza via radio della disperazione delle vittime di Corvan 2, trasmessa in viva voce lungo tutti i ponti della nave, convince Landry a una azione drastica: affrontare il tardigrado, ucciderlo e studiarlo a fondo. Nessun ufficiale della serie, specialmente un addetto alla sicurezza, avrebbe mai compiuto un gesto tanto scellerato prima di Discovery. La creatura si rivela invulnerabile ai phaser e la donna viene ferita a morte. È una fase piuttosto curiosa di The Butcher’s Knife: la morte di Landry non è di quasi alcun impatto nonostante il personaggio fosse apparso dalla puntata precedente lasciandone presagire una qualche forma di arco narrativo. La scena è utile a dimostrare il punto di Burnham ma la dipartita asettica e, come al solito, precipitosa di Landry getta ombre sui momenti più brillanti della sceneggiatura dell’episodio. Era necessario eliminarla in questo modo e voltare pagina cancellandone così la presenza? In guerra non sono più le uniformi rosse a sacrificarsi per il bene del plot, eppure il personaggio ha fatto ben poco per elevarsi al di sopra del grado più infimo di una comparsa.

KLINGON MANGIA KLINGON

Nel frattempo, all’interno dei confini klingoniani, il primo adepto di T’kuvma fatica a tenere uniti i clan dei testardi guerrieri impegnati in una eterna e autodistruttiva faida interna per il potere. La nave di Voq è alla deriva, ha esaurito le scorte alimentari e necessita di un nuovo propulsore per abbandonare l’area e proseguire la lotta contro la Federazione. Al Klingon, dietro consiglio di L’Rell, non resta altro che umiliarsi (secondo il credo della specie) e depredare il relitto della Shenzou alla ricerca di un nuovo processore di dilitio. Al ritorno dalla spedizione, tuttavia, Voq scopre che gran parte degli eredi della casata di T’kuvma si sono sottomessi agli altri clan, complice la fame; l’albino viene tradito e lasciato a morire nel relitto della Federazione. L’Rell è l’unica rimasta a sostenerlo, e i due dovranno al più presto elaborare un piano per sopravvivere e riacquistare una posizione all’interno delle brutali gerarchie sanguinarie dei Klingon.

Voq vive il complesso del disadattato, l’outsider della società disposto a tutto pur di dimostrare agli altri di essere all’altezza: la dinamica tra lui e L’Rell è interessante e ci fa distogliere lo sguardo dall’esaltazione autoreverenziale dei Klingon a favore di dinamiche più intime e intellettualmente stimolanti. Voq potrebbe rivelarsi sia la peggiore nemesi degli esseri umani nel corso della guerra sia il manipolatore vendicativo che altererà gli equilibri delle casate gettando l’impero nel caos. Un altra piccola vittoria per Discovery che comincia ad affinare anche i pezzi al lato opposto della scacchiera.

Burnham scopre che il tardigrado ha un rapporto di simbiosi con le spore quantistiche di Stamets ed è capace di direzionarle alla perfezione se collegato ai sistemi di navigazione della Discovery. Grazie a quest’intuizione Lorca può far comparire la nave nel bel mezzo del bombardamento finale di Corvan 2 e mandare con somma soddisfazione “ai nostri amici Klingon un messaggio che non dimenticheranno”. I nemici sono ora consci che esista una nave della Federazione dotata di un sistema di propulsione mai visto prima, un pensiero che non sfiora le menti dell’equipaggio soddisfatto di aver finalmente vinto una battaglia grazie alla tecnologia delle spore. L’unico infelice è il pacifico tardigrado, indebolito per essere stato sfruttato come vettore, e di conseguenza Michael. Come può una donna di scienza permettere che una creatura sconosciuta venga ingabbiata e sfruttata come uno schiavo nonostante la situazione in cui versa il loro angolo di galassia?

SIAMO ESPLORATORI, NON SOLDATI

Si può dire che il tardigrado abbia salvato la coscienza dei personaggi di Discovery insieme al lascito del capitano Georgiou, il cui ultimo messaggio olografico a Burnham costituisce uno dei momenti più pregevoli di The Butcher’s Knife. Philippa è ciò che Michael sarebbe dovuta diventare se i Klingon non si fossero intromessi quel giorno di sei mesi fa: un leader retto, ponderato e gentile, amato e non temuto dai sottoposti; un esploratore piuttosto che un soldato, come si evince dall’eredità che la donna ha voluto conferire a Burnham, un telescopio manuale. Ecco, questo è Star Trek. Il bisogno istintivo dell’uomo di attribuire un nome all’insondabile, di spingersi oltre qualsiasi barriera proibita grazie al coraggio e alla forza dell’inventiva per portare, almeno nell’universo utopico di Roddenberry, un messaggio di speranza a chiunque si trovi al di là.

Non è la prima volta in cui l’esplorazione spaziale deve cedere il passo alla guerra – tutti i capitani di Star Trek hanno dovuto prima o poi scontrarsi con forze impossibili da convertire alla diplomazia. Nascendo direttamente all’interno di una situazione simile Discovery ha deluso parte degli appassionati lasciando presagire il peggio, ovvero che la serie non avrebbe mai saputo staccarsi da un continuo clima di tensione militare. Il quarto e il quinto episodio, riassunto e spiegato qui di seguito, impongono un beneaugurante cambio di rotta parziale.

SCEGLI IL TUO DOLORE

All’inizio di Choose Your Pain il capitano Lorca si trova a un briefing di ammiragli e offre loro rassicurazioni sulle azioni intraprese dalla Discovery. La Federazione è alla ricerca spasmodica di tardigradi da sfruttare come navigatori, per fare in modo che il maggior numero possibile di navi vengano dotate del “viaggio a spore” – ho il presentimento che la Discovery rimarrà l’unico mezzo a sfruttare i funghi quantistici ancora per un pezzo.

Lorca si trova tuttavia a spiegare per quale motivo abbia sfruttato un cavillo nei regolamenti per arruolare l’unica ammutinata nella storia della flotta; l’episodio è infatti dedicato, in parte, alla backstory del personaggio interpretato da Jason Isaacs – scopriamo che Lorca non è ben visto nell’ambiente di Starfleet (direi, a giudicare dal disprezzo che prova per la ferrea disciplina che vige all’interno dell’organizzazione) e le sue azioni non sono passate inosservate. Questo è un bene: Discovery non intende dare per scontato che gli ufficiali possano instaurare piccole autocrazie. Durante il viaggio di ritorno la navetta di Lorca viene abbordata dai Klingon e l’uomo viene fatto prigioniero.

Nel frattempo Michael Burnham si dimostra sempre più preoccupata per la situazione del tardigrado: ogni viaggio ne consuma l’energia vitale, la creatura è spossata e sempre meno propensa a collaborare. L’ufficiale scientifico Saru ha assunto il comando della nave e la rinnovata caratterizzazione che ne deriva permette al pubblico di cogliere una nuova sfumatura del personaggio che lo allontana dall’archetipo del classico alieno razionale e dai modi ferrei delle serie precedenti. Saru non è nessuna di queste cose: la responsabilità è una spada di Damocle che penzola sulla sua testa, i suoi gangli da preda fervono di panico all’idea di dover impartire ordini piuttosto che riceverli e in privato, nell’ufficio del capitano, incarica il computer di registrare ogni sua azione e di confrontarla con i profili di alcuni dei più illustri capitani del primo secolo di esplorazione interstellare umana.

Tra di essi figurano leader storici già citati a piene mani dal canone: Robert April, primissimo capitano dell’Enterprise NCC-1701 (come mostrato nella serie animata), Matthew Decker, una presenza dello Star Trek classico, l’iconico Christopher Pike e Jonathan Archer, il pioniere della serie Enterprise, oltre a Philippa Georgiou. Basta l’entità del gesto a farci capire che Saru non è pronto al comando, checché ne pensi il diretto interessato, dato che nessun capitano di un vascello spaziale avrebbe l’ardire di quantificare il proprio grado di coraggio e senso del sacrificio rispetto a dei colleghi: infatti, pur di salvare Lorca, l’alieno fa orecchie da mercante e si rifiuta di considerare il dilemma etico relativo all’uso schiavizzante del tardigrado. Il conflitto che ne scaturisce tra lui e Burnham mette in luce antichi dissapori e fa scendere Saru dal piedistallo, rendendolo assai più interessante rispetto all’inizio di Discovery.

“HARRY”, PER GLI AMICI

In cella, Lorca si imbatte in uno dei ritorni alla ribalta più azzeccati dal nuovo Star Trek: Harcourt Fenton Mudd, mercante e truffatore di lungo corso, interpretato in modo splendido da Rainn Wilson nonostante l’esigua presenza in Choose Your Pain. Wilson deve aver studiato a lungo Roger C. Carmel, il Mudd originale (l’unica guest star della serie classica a essere apparsa in più di un episodio), dato che ne imita parlata e manierismi alla perfezione per la gioia di tutti gli anziani nostalgici. In un contesto oscuro ed eticamente discutibile come quello scelto per Discovery Mudd ne è il contrappunto ideale, un uomo privo di equilibrio morale arraffone e manipolatorio, la versione speculare di Lorca alleggerita da coraggio e senso del dovere.

I Klingon non hanno pietà verso i prigionieri umani ed esigono che uno di essi, a turno, scelga chi sacrificare come forma di tortura psicologica. Lorca non intende aspettare che la Discovery rischi di un’impresa di salvataggio e si unisce al tentativo di evasione progettato dal tenente Ash Tyler (Shazad Latif). L’occasione è ghiotta per svelare uno dei più dolorosi segreti di Lorca: al tempo della battaglia delle stelle binarie, sei mesi addietro, era il comandante della USS Buran, nave che scelse di autodistruggere assieme all’intero equipaggio piuttosto che rendere i suoi sottoposti ostaggi del nemico. La ferita agli occhi che i Klingon sfruttano per torturarlo fu una conseguenza di tale evento, che Lorca rifiuta di curarsi come monito a se stesso.

Dunque, come il buon vecchio Kirk, Lorca è spinto da una fame personale di vendetta, una prerogativa che potrebbe mettere a rischio la salvaguardia degli uomini della Discovery; Gabriel sarebbe pronto a sacrificarli piuttosto che concedere un punto ai Klingon. Una consapevolezza che non pone di nuovo Lorca sotto una buona luce, ma che ne spiega e giustifica finalmente il carattere.

Gli studi combinati di Stamets e Burnham offrono una soluzione per liberare il tardigrado senza rinunciare al teletrasporto controllato: sequenziando il DNA della creatura e iniettandolo nell’organismo di un essere compatibile sarebbe possibile, in teoria, trasformare chiunque o qualsiasi cosa in un navigatore intelligente.

La notizia è accolta con un “f****** cool” da parte del cadetto Tilly, una presenza che continua a stare a Star Trek come un drago sputafuoco sta ad House of Cards. Nessun membro della flotta stellare è mai parso alienato quanto lei dalle convenzioni del ventitreesimo secolo, senza contare che non ho alcuna memoria di un’imprecazione proferita tra le pareti metalliche di un vascello spaziale roddenberriano fino a ora, per giunta gratuita. La solita zoppia di Discovery, che continua a muovere due passi in avanti, anche intelligentemente, salvo inciampare sul terzo gradino a causa di scelte superficiali dettate dal bisogno di corrispondere a un supposto pubblico adulto. Sui membri secondari dell’equipaggio c’è ancora molto su cui lavorare.

Lorca fugge dalla cella grazie a Tyler, il quale sfrutta come vantaggio l’innamoramento assai sospetto di una guerriera Klingon. Sì, avete letto bene. Non è una questione di amore intergalattico, per carità: è piuttosto difficile concepire che si possa fare leva su una debolezza così veniale quando si parla di due specie in guerra nonché così poco compatibili. La mia scommessa è che Tyler, nascosto dall’ombra distraente di Mudd, sia una spia Klingon che ha liberato Lorca col preciso compito di mischiarsi tra l’equipaggio della Discovery. Se così non fosse cercherò di far finta di non aver assistito a un altra comoda leggerezza narrativa di questa serie.

CHE LA SPORA SIA CON TE

L’ultimo viaggio della nave alla ricerca di Lorca costringe il povero tardigrado a entrare in letargo. Saru non mostra compassione e ordina a Burnham e Stamets di trovare un modo, non importa quale, di riattivare i motori a spore della Discovery. Stamets si sacrifica iniettandosi il composto genetico estratto dall’animale e la nave riesce a teletrasportare al sicuro Lorca e Tyler un istante prima che i caccia Klingon facciano saltare la scialuppa che hanno rubato. Come al solito il ritmo è sincopato e taglia scene di raccordo offrendoci l’azione più spiccia; una regia attenta e piuttosto creativa, unita al reparto scenografico impeccabile dell’episodio salvaguardano con successo la messa in scena.

Saru confessa di avere odiato Burnham per via del rapporto stretto che la donna aveva instaurato con Philippa Georgiou. I due si riconciliano grazie al telescopio del capitano defunto che Michael dona al Kelpian: il simbolo stesso di Star Trek, la curiosità e l’esplorazione dell’ignoto, passa di mano come il testimone di una staffetta. C’è da augurarsi che i Klingon fungano da antagonisti soltanto per l’arco narrativo di questa prima stagione e che in seguito, se Discovery verrà rinnovata dal network, la serie possa tornare a indossare le vesti del più autentico Star Trek.

Tutto finito quindi? L’ultima scena di Choose Your Pain, a dir poco inquietante nella sua semplicità, anticipa terribili ripercussioni. Il tenente Stamets, nuovo navigatore a spore della Discovery ora infettato dal genoma del tardigrado (che Burnham libera alleggerendo la nave di un peccato morale), non è più lo stesso uomo di prima.

Discovery prosegue il suo cammino irto di pericoli tra qualche battuta fuori luogo e facilonerie di sceneggiatura, con la differenza che ora il progetto di stagione sembra estendersi acquistando identità: Burnham, Saru e Lorca hanno potuto disporre di un buon palcoscenico per apparire più credibili, originali e stratificati, la scienza ha segnato un paio di punti a discapito dell’azione e le citazioni azzeccate alle vecchie serie hanno funto da sedativo per chiunque fosse stato pronto a disconoscere Discovery una volta per tutte. Le missioni quinquennali pacifiche e affascinate delle generazioni passate non sono defunte; forse aspettano il momento propizio per prendere in mano il timone.

Qua e là, dove la trama belligerante e acida si fa meno densa, Star Trek sopravvive ancora.

Star Trek: Discovery

Star Trek: Discovery
7.9

Trama

8/10

Cast

9/10

Regia

8/10

Colonna Sonora

7/10

Godibilità

8/10

Pros

  • Episodi più concreti e pregni di informazioni
  • Harry Mudd
  • Caratterizzazione dei personaggi in crescendo
  • Parziale ritorno a temi scientifici cari alla saga

Cons

  • Scene convincenti si alternano a fasi mediocri
  • Alcuni elementi del cast ancora poco o mal sfruttati
  • Resta uno Star Trek moderno non per tutti i palati

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