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Star Trek: Discovery 1×03, la Recensione

Recensioni
Matteo Ivaldi
Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Il terzo episodio di Star Trek: Discovery, Context is for Kings, ha rappresentato una prima prova del fuoco per la nuova serie sci-fi della CBS prodotta da Bryan Fuller e Alex Kurtzman. Se il doppio pilot della settimana scorsa non aveva fatto altro che settare l’ambientazione e la natura del personaggio protagonista innescando un conflitto su vasta scala a cui la Federazione Stellare non può sottrarsi, possiamo ora considerare il plot instradato verso i temi a cui l’intera stagione, salvo sorprese, si rifarà. Ci ha convinto più di The Vulcan Hello e Battle at the Binary Stars? Tristemente, temo di no.

Attenzione: questo articolo contiene spoiler sul terzo episodio di Discovery. La lettura è consigliata a chiunque ne abbia concluso la visione.

Sono passati sei mesi dal nuovo primo contatto con l’impero Klingon, una delle nemesi (in seguito principale alleata, a partire dagli ultimi anni del ventitreesimo secolo) della Federazione. Lo scontro, innescato parzialmente a causa delle azioni sconsiderate del primo ufficiale della USS Shenzou, Michael Burnham (Soniqua Martin-Green), è sfociato in un conflitto sanguinoso che ha delimitato parte del quadrante e posto in allarme continuo le navi della Federazione al confine. Burnham è stata giudicata colpevole di ammutinamento ed è stata condannata all’ergastolo in una colonia penale estrattiva; tuttavia, durante un trasferimento di prigionieri dovuto a un non ben specificato incidente, la navicella da trasporto finisce in una tempesta spaziale e perde il pilota finendo con l’essere tratta in salvo dal vascello scientifico Discovery, la nave protagonista di questa nuova serie di Star Trek.

 

Il velivolo era stato mostrato nel primo trailer ufficiale e a dispetto della reazione dei fan non è variato in design: penso di non incappare nelle ire di nessuno se affermo che la Discovery è forse la nave più antiestetica che abbia mai fatto parte della flotta (io la chiamo “vascello di classe Ugly”), un catafalco squadrato privo di grazia in antitesi alle forme dolci e slanciate dei modelli visti in ogni singola incarnazione del franchise – perfino la NX-01, il prototipo a curvatura pre-federale di Enterprise stravince in avvenenza rispetto a questo vascello interstellare geometrico, ma non è di certo l’unico o il più importante affronto che Discovery si permette di avanzare ai danni del canone cinquantennale. Vediamo il resto.

A BORDO DELLA USS DISCOVERY

Michael Burnham viene accolta a bordo del Discovery; scopriamo che l’ufficiale scientifico della Shenzou, il Kelpien Saru, è ora di servizio a bordo della nave ed è stato determinante nel concedere alla donna una seconda occasione. Michael è conscia delle proprie colpe e non intende fuggire dalle responsabilità, la morte di oltre ottomila persone pende sulla sua coscienza ed è rassegnata a trascorrere il resto dell’esistenza come traditrice scontando la pena assegnatale. Stando alle parole dell’equipaggio della Discovery, Michael è la prima ammutinata nella storia della Federazione.

Il capitano Gabriel Lorca non la pensa allo stesso modo. Jason Isaacs fa la sua comparsa in piedi all’interno di un minuscolo ufficio avvolto dalla penombra; a causa di una recente ferita di guerra, afferma, i suoi occhi faticano a tollerare i cambi repentini di luminosità ed è conscio che le luci abbassate forniscano alla sua figura un taglio tanto carismatico quanto ambiguo. È una sorta di inside joke fornito dagli sceneggiatori dato che il suo personaggio è davvero ambivalente, un capitano dallo sguardo di ghiaccio e un tono superbo che sembra stonare se confrontato ai leader delle serie del passato, tra il ribelle e coraggioso James T. Kirk, il riflessivo gentiluomo Picard o la rigida e caparbia Kathryn Janeway di Voyager. Lorca sembra mostrare più affinità con Benjamin Sisko di Deep Space Nine, non a caso la produzione più atipica di Star Trek fino all’avvento di quest’ultima, un ufficiale pragmatico al punto da apparire machiavellico; eppure Jason Isaacs sembra già travalicare questa linea di confine. Bastano pochi minuti per dedurre l’alienazione di Lorca verso regole e convenzioni della flotta a cui ha giurato fedeltà: l’uomo sembra agire in funzione di una agenda personale, sfruttando la posizione defilata della Discovery per non rispondere al doveroso controllo degli ufficiali superiori.

“Le leggi universali sono per i lacchè. Il contesto è per i re” è il motto posto come titolo di questo episodio ed è una frase che Lorca pronuncia nelle ultime scene manifestando il controllo assoluto che egli intende applicare alla delicatissima questione Klingon. Non è inedito che un capitano di Star Trek infranga regolamenti per un bene superiore, d’altronde gran parte dei fan è cresciuta con William Shatner come mentore, il cui personaggio era un maestro nel piegare le direttive terrestri in modo da ottenere sempre il risultato più favorevole senza trascurare mai il fattore umano, sentimento talvolta inconciliabile con la rigidità dei protocolli. Lorca sembra essersi spinto così tanto oltre fin dalla sua prima apparizione da essere percepito all’istante come una minaccia, un doppiogiochista che gioca costantemente col rischio e manipola i sottoposti grazie a un carisma innato e un’ombra inquietante sul viso: nessuno osa contrastarlo.

La recitazione sorniona di Isaacs non fa che accentuarne il cipiglio e sebbene la sua presenza scenica sia innegabile, Lorca fatica a guadagnarsi un posto credibile negli schemi classici di Star Trek; non si è mai visto un capitano tanto sdegnoso e accentratore e diviene naturale chiedersi su quali appoggi possa contare per permettersi una simile confidenza. Burnham, naturalmente, non si trova sulla Discovery per caso: il capitano Lorca ha tramato per far sì che tale evento accadesse, ha cacciato l’oggetto del desiderio come un animale predatorio – ha falsificato la realtà, reso tutti i suoi ufficiali conniventi e dato uno schiaffo alla giustizia in un sol colpo. Verrebbe da fargli i complimenti. Se Isaacs convince proprio in virtù dell’equivocità tipica dello storytelling televisivo recente, è certo che Roddenberry non avrebbe amato una caratterizzazione tanto enfatica.

L’ARMA SEGRETA DELLA FEDERAZIONE

Michael viene costretta a svolgere incarichi nel reparto d’ingegneria della Discovery in attesa che possa essere trasferita alla nuova colonia penale. Sorprende che la donna venga lasciata di fatto libera di esplorare la nave a proprio piacere, infatti Burnham non viene nemmeno confinata in una cella bensì in una stanza doppia in compagnia del cadetto Sylvia Tilly (Mary Wiseman), una matricola goffa e logorroica che funge da sola spalla comica incastrata alla bell’e meglio nella pesante atmosfera dark di Discovery. Tilly è uno stereotipo abusato che non migliora i cinquanta minuti dell’episodio; c’è da augurarsi che gli scambi imbarazzanti tra la ragazza e la depressiva Burnham fungano da presentazione e che la coppia possa continuare a interagire a un livello più profondo nel corso della stagione.

Un nuovo membro dell’equipaggio che l’episodio introduce è l’astromicologo Paul Stamets (Anthony Rapp), il primo personaggio della saga apertamente gay. Stamets è uno scienziato entusiasta ossessionato, come dargli torto, dai misteri alla base dell’universo: uno dei segmenti più deliziosamente intellettuali di Discovery, che rinuncia quasi del tutto al technobabble, l’infarinatura di sedicenti termini scientifici resa celebre proprio da Star Trek, poggia sulle sue spalle. La teoria secondo cui fisica e biologia si uniscano in un unico concetto se applicate a particolari spore responsabili della genesi della vita organica ai primordi dell’universo, per quanto inverosimile, trova rifugio nella piacevole caratterizzazione dell’uomo. Il cast di contorno a Burnham, Saru e Lorca stenta ancora a rendersi empatico e necessita senz’altro di ulteriore materiale.

La parte centrale dell’episodio è costituita dall’incursione all’interno della nave gemella della Discovery, la Glenn, rimasta alla deriva a seguito di una fuoriuscita delle stesse spore alla base degli studi top-secret effettuati dai vascelli. Qui Discovery cita a piene mani la fantascienza d’azione moderna mettendo in scena una sequenza d’esplorazione claustrofobica nell’oscurità totale, condita da un mostro quadrupede che si getta all’inseguimento della squadra incaricata di recuperare i database scientifici della Glenn e un’altra, inaspettata contaminazione poco affine allo Star Trek che conoscevamo: un pizzico di gore. L’equipaggio della Glenn giace a terra trasformato da quella che viene definita una torsione elicoidale; il risultato sono corpi dilaniati e distorti in pose raccapriccianti che la regia di Akiva Goldsman (celebre sceneggiatore hollywoodiano) inquadra senza indugi tingendo l’episodio di punte macabre. Discovery si fa viscerale e, scegliete voi se considerare ciò un lato positivo o meno, sempre più lontano in stile dalle vecchie rappresentazioni.

Il fulcro della vicenda è l’arma che Jason Isaacs intende sfruttare come possibile risoluzione della guerra contro i Klingon: le spore sono capaci di teletrasportare intere navi spaziali a velocità istantanee, traguardando i limiti della curvatura. Lorca offre una dimostrazione pratica a Burnham sul finale, invitandola in una camera stagna in cui la donna viaggia letteralmente in diversi punti dello spazio tra un battito di palpebra e l’altro. Ci viene chiesto di sospendere l’incredulità del tutto accettando l’idea che pochi anni prima delle avventure originali dell’Enterprise qualcuno sia stato in grado di effettuare una scoperta rivoluzionaria ed estrema che non può tuttavia aver avuto peso nel secolo e mezzo che si susseguirà agli eventi che Discovery si approccia a raccontare a partire da Context is for Kings. L’esperimento è destinato a fallire? Verrà reso illegale dalla Federazione, o occultato in qualche modo?

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI STAR TREK

La serie gioca col fuoco e continua a sfidare l’eredità cinquantennale della visione di Roddenberry. Stile e sceneggiatura non intendono sottostare ai dogmi del vecchio Star Trek e procedono, a passo ancora incerto, verso la nuova direzione intrapresa dagli showrunner. Ci stiamo addentrando nella tana del bianconiglio: la citazione tratta da Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll fa da sfondo al piacevole dialogo finale tra Burnham e Tilly e oltre a connettere con curiosa destrezza Discovery alla serie animata sequel degli episodi classici (collegamento che nessuno avrà notato se non i fan più entusiasti), determina l’importanza dell’ascendente che Sarek e Amanda Grayson, i genitori di Spock, hanno esercitato su Michael. La CBS ha annunciato tempo fa il casting di Mia Kirshner nei panni di Amanda, dunque è certo che la donna apparirà nel corso della stagione stabilendo così un nuovo punto di contatto al canone insieme a Harry Mudd, il leggendario truffatore della serie originale che verrà riportato sul piccolo schermo da Rainn Wilson.

Prosegue il tentativo di Discovery di tenere il piede in due scarpe: questo terzo episodio inaugura in via ufficiale la trama principale della stagione e si sforza di condurre Star Trek nel presente televisivo gettando qualche sparuto sguardo alla pesante eredità a cui non può e non deve rinunciare. L’impasto è di certo guardabile nonché appetibile agli occhi del pubblico più giovane, eppure un maggiore sforzo in termini di sceneggiatura e caratterizzazione dei personaggi, a discapito della facile spettacolarità, avrebbe permesso a Context is for Kings di inaugurare il nuovo corso con la corretta solidità.

Star Trek: Discovery

Star Trek: Discovery
7.3

Trama

7/10

Cast

8/10

Regia

8/10

Colonna Sonora

7/10

Godibilità

8/10

Pros

  • Votato all'azione
  • Esteticamente ineccepibile
  • Jason Isaacs ruba la scena
  • La stagione promette intensità

Cons

  • Temi ambiziosi ma dialoghi non sempre all'altezza
  • Sempre più lontano da Star Trek in quanto tale
  • Sopra le righe
  • Leggerezze e caratterizzazioni piatte

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