Resident Evil 7, la recensione – NO SPOILER

Recensioni
Riccardo Cantù
Super appassionato di tutto ciò che è entertainment. Musica, Videogiochi, Cinema, Fumetti, Letteratura sono il suo pane quotidiano. Ama anche il wrestling ma non c'ha mai provato a casa. Forse.

Super appassionato di tutto ciò che è entertainment. Musica, Videogiochi, Cinema, Fumetti, Letteratura sono il suo pane quotidiano. Ama anche il wrestling ma non c'ha mai provato a casa. Forse.

Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano” intonava una canzone del buon Venditti e per quanto non siamo esattamente in linea con lui in termini di gusti musicali non ci viene in mente una descrizione migliore per la nostra esperienza con Resident Evil 7.

Era il lontano 2005, infatti, quando venne rilasciato su GameCube e, successivamente, su PlayStation 2 il quarto capitolo dell’immortale saga survival horror partorita dalla mente del buon vecchio Shinji Mikami che per quanto fosse un titolo ottimo da praticamente ogni punto di vista lasciava intravedere i primi segni di un cambiamento radicale alle meccaniche che i fan della serie avevano imparato ad amare. Gli scenari cupi ed opprimenti lasciavano, quindi, posto a larghe porzioni di gioco alla luce del sole, gli enigmi ambientali si iniziavano a banalizzare in modo forse anche troppo accentuato, la difficoltà calava considerevolmente e gli scontri a fuoco prima incentrati sul centellinare l’utilizzo di munizioni vitali per il proseguimento nell’avventura, adesso si traducevano furiose battaglie con armi di vario tipo condite da mosse corpo a corpo in stile wrestling degni del miglior Steven Seagal.

L’epopea di Leon nel vecchio continente rappresentava, però, solo il primo passo verso un’evoluzione del gameplay del brand che avrebbe puntato molto di più verso l’azione più frenetica piuttosto che diabolici enigmi, mostri letali e senso di pericolo costante. La vera svolta, però, arrivò solo 4 anni più tardi, quando, nel 2009, Capcom presentò al mondo Resident Evil 5. E’ il delirio: un Chris Redfield sotto pesanti dosi di steroidi si faceva strada armato fino ai denti tra orde infinite di infetti e mostri di ogni sorta, prendendo a pugni massi giganti come se nulla fosse, affrontando mostruosità dalle forme più disparate e dimenticando quasi completamente quelli che erano gli stilemi classici del brand. Peggio di così non avrebbe potuto essere, secondo gran parte dello zoccolo duro degli affezionati al franchising: si sbagliavano di grosso.

Nel 2012 viene rilasciato il sesto capitolo della saga principale, quel Resident Evil 6 che ancora popola gli incubi dei videogiocatori di tutto il mondo per tutti i motivi sbagliati che ci possano essere. Tre campagne con i personaggi più iconici della serie dalla durata complessiva di quasi 20 ore passate tra mosse di kung fu, elicotteri che cadono e personaggi che ne escono senza un graffio, nemici mastodontici abbattuti a suon di botte, enigmi assenti ingiustificati e chi più ne ha più ne metta.

Insomma Capcom aveva dimenticato quali fossero gli elementi che avevano reso Resident Evil un nome così amato. Critica e pubblico erano d’accordo in modo unanime: serviva un deciso ritorno alle radici che spazzasse via il ricordo di due capitoli parecchio deludenti e che facesse tornare il brand ai fasti di un tempo, nell’Olimpo dei capolavori che hanno segnato una generazione.

Dopo altri 5 anni di buio assoluto qualcosa deve essere scattato nelle menti degli sviluppatori, come una scintilla che ravviva la fiamma sopita dell’amore verso qualcosa di caro, come una lettera d’affetto incondizionato verso un genere troppo spesso bistrattato, come un vecchio parente che torna ad abbracciarti facendoti sentire tutto il calore di cui sentivi la mancanza. Resident Evil è tornato, più in forma e più bello che mai.

Res7Foru

Go Tell Aunt Rhody, Everybody’s Dead

Ethan Winters, il nostro protagonista, è un ragazzo comune, come potrebbe essere chiunque di noi, che ha perso la sua fidanzata, Mia, in un incidente dopo aver ricevuto da lei un preoccupante video in cui si mostra visibilmente spaventata da qualcosa. Passano tre anni ed un giorno, all’improvviso, gli viene recapitata una lettera proprio dalla ragazza, presunta morta, con poche ma inconfondibili parole: “Sono alla fattoria dei Bakers, vieni a prendermi”.

Ethan, senza pensarci parte alla volta di una località fittizia nel Bayou, in Louisiana dove avrà inizio il suo peggiore incubo. Senza volervi anticipare altro, per non rovinarvi il gusto della scoperta, ci limitiamo a dirvi che  è proprio da qui che parte la nostra avventura in cui presto faremo la conoscenza della violenta famiglia Baker che ci darà la caccia in lungo e in largo nei corridoi della casa in cui, passo dopo passo, faremo luce su una storia cruda, adulta e non priva di qualche forte colpo di scena.

Insomma, nella migliore delle tradizioni del brand, veniamo messi faccia a faccia con l’orrore puro, disarmati, braccati, terrorizzati e dovremo fare uso di ogni oggetto che riusciremo a reperire per fuggire dalla casa e portare in salvo la nostra amata. Dimenticate quindi gli scontri in stile Gears of War visti nel sesto capitolo, dimenticate le ambientazioni alla luce del sole del quinto, dimenticate le mosse di wrestling del quarto: qui si torna alle origini, si torna a combattere per la propria vita cercando munizioni e sostentamenti in ogni anfratto degli sporchi e malati ambienti della magione dei Bakers calcolando ogni mossa e sapendo che dietro ogni angolo potrebbe essere nascosta la nostra morte.

Res7One

Evil. Reborn.

Dal punto di vista del gameplay, questo Resident Evil 7 porta con sé parecchie novità ma anche parecchi richiami al passato. La prima e più palese delle rivoluzioni riguarda lo stile di telecamera adottato:  abbandonata quella fissa dei primi capitoli, abbandonata la terza persona “over the shoulder” si passa ad una più intima visuale in prima persona grazie alla quale l’orrore è visto direttamente dagli occhi del protagonista aumentando a dismisura il senso di immersione in un incubo che sembra non avere vie di fuga.

Una scelta coraggiosa da parte di Capcom che ci sentiamo di promuovere a pieni voti. Superato l’impatto iniziale alla Outlast ci si rende conto, infatti, che siamo di fronte al più classico dei Resident Evil in cui dovremo esplorare da cima a fondo le varie stanze della casa degli orrori in cerca di chiavi, oggetti e munizioni per poter proseguire stando attenti a gestire in maniera oculata il limitato inventario. Il sistema di combattimento, inoltre, risulta viscerale, semplice ma allo stesso tempo complesso in cui un colpo alla testa in più può fare la differenza tra la vita e la morte date le scarse quantità di munizioni in nostro possesso: un elemento, questo, che rende ancora di più l’atmosfera soffocante e claustrofobica.

Gradita aggiunta è anche la presenza di VHS sparse in giro per casa che, una volta inserite negli appositi lettori, fungeranno da “missioni secondarie” che andranno ad approfondire la trama del gioco e a fornire interessanti variazioni sul tema in termini di gameplay: ne segnaliamo, tra tutte, una che trae forte ispirazione dalla saga di Saw: l’Enigmista, in cui dovremo riuscire a portare a casa la pelle da un gioco potenzialmente mortale. Presente, infine, anche un sistema di crafting semplificato per produrre munizioni particolarmente efficaci, soluzioni mediche ed altro ancora. In aggiunta a tutto questo il ritorno alle origini si fa sempre più chiaro quando scopriamo la presenza di un registratore a nastri per salvare la partita e di un baule per poter conservare gli oggetti in eccedenza: l’effetto nostalgia è assicurato.

Un plauso ci sentiamo di farlo all’equilibrio trovato da Capcom per questo settimo capitolo tra le fasi di shooting, quelle di esplorazione e quelle di problem solving proposte al giocatore senza soluzione di continuità in modo da formare una storia che scorre via per la sua intera durata senza un solo minuto di incertezza e facendo riaffiorare ricordi legati alla saga che avevamo quasi relegato al dimenticatoio grazie anche alle numerose citazioni ai precedenti episodi.

Res7Two

Il bello dell’horror

Tecnicamente parlando il nuovissimo RE Engine svolge il suo lavoro in maniera egregia immergendoci completamente in un setting macabro, malato e violento fatto di personaggi modellati con dovizia di particolari, ambienti marci e pieni di segreti e un level design più che discreto. Nulla che faccia gridare al miracolo, sia chiaro, eppure tutto fila liscio come l’olio in modo piacevole a patto che si abbia lo stomaco abbastanza forte per sopportare alcune scene particolarmente crude.

Anche dal punto di vista del sonoro, la cura profusa da Capcom nella selezione di effetti, urla, spari e dialoghi convincenti, per la prima volta, completamente doppiati in italiano. Proprio qui sta una delle poche critiche che ci sentiamo di muovere al gioco: Renato Novara, voce italiana di Ethan Winters, ha svolto un lavoro eccellente ma scegliere proprio un doppiatore divenuto famoso in Italia per essere Ted Mosby in How I Met Your Mother rischia di compromettere, seppur marginalmente, l’immersione nelle atmosfere terrificanti del gioco.

Conclusioni

Resident Evil 7 è un atto d’amore da parte di Capcom per una delle sue serie più importanti, un vero ritorno al passato che non potrà che esaltare tutti gli appassionati e videogiocatori in generale. Una trama interessante non priva di colpi di scena, un gameplay solido e soddisfacente ed unatmosfera da incubo pressante e angosciante chiudono il quadro di un prodotto intenso ed eccellente sotto ogni punto di vista seppur forse troppo breve in termini di durata.

Ci sentiamo di consigliare l’ultima iterazione della serie a chiunque, non ne rimarrete delusi.

Resident Evil 7

Resident Evil 7
90.2

Trama

9/10

    Gameplay

    9/10

      Grafica

      9/10

        Sonoro

        9/10

          Ambientazioni

          10/10

            Pros

            • Resident Evil torna all'horror
            • RE Engine è una bella sorpresa
            • Gameplay totalmente soddisfacente
            • Buono il doppiaggio italiano...

            Cons

            • ...anche se non apprezziamo la scelta di alcune voci
            • Poteva durare lievemente di più

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