Pantera Nera, Una Nazione ai nostri piedi – Finestra su un’Africa che non vogliamo conoscere

Fumetti
Andrea Prosperi
Lettore ossessivo-compulsivo, quando non è su Twitter lo trovate a scrivere articoli sulle ultime novità del mondo dei fumetti.
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Nell’immenso parco titoli di Marvel Comics c’è davvero spazio per ogni tipo di testata: adolescenziali, comiche, drammatiche ma soprattutto politiche e sociali. Tra le pubblicazioni dell’ultimo anno spiccano infatti le serie che hanno fatto del proprio legame con la realtà il loro punto forte, generando appassionanti storie dove ognuno riesce a leggere la realtà in cui l’umanità vive ogni giorno. Dalla giovane musulmana Miss Marvel, al nero Sam Wilson come Capitan America, lo spazio per parlare di minoranze, discriminazioni, e di integrazione è sempre più ampio, in un mercato che mostra decisamente di apprezzare ciò che la casa editrice sta proponendo, anche se non senza polemiche.

In tutto ciò, non poteva mancare all’appello il primo supereroe di origine africana, Pantera Nera, quel re del Wakanda, T’Challa, che per primo ha rappresentato la minoranza afroamericana in America, prima ancora di personaggi come il sopracitato Sam Wilson e del celebre Luke Cage.

Mentre l’emergenza migranti si fa sempre più accesa, mentre il cuore dell’Africa è messo a ferro e fuoco dalle guerre civili, arriva la serie che ha devastato ogni record in patria, diventando un vero e proprio fenomeno mediatico. Parliamo dunque della serie Black Panther, scritta da Ta-Nehisi Coates e disegnata da Brian Stelfreeze.

Umanità

Un titolo davvero emblematico quello che accompagna la serie: Una Nazione ai nostri piedi. Fin dalle prime parole viene quindi mostrato lo spirito fortemente politico del racconto, prevedibile semplicemente leggendo il nome dell’autore. Coates è infatti un celebre giornalista e scrittore, che ha legato la sua carriera al raccontare ciò che avviene oggi nel mondo, sia riguardo all’Africa stessa, sia riguardo alla condizione degli afroamericani negli Stati Uniti. Un uomo che, dopo l’insediamento del presidente Trump, rappresenta sempre più questa nuova ondata di razzismi, differenze razziali e discriminazioni, legando dunque le sue opere decisamente più legate a doppio filo con la contemporaneità. Non poteva dunque mancare di trasporre questo suo spirito in Pantera Nera, riuscendo anche a stupire gli appassionati, che, nonostante la fama dello scrittore, non si aspettavano certo una tale capacità nel raccontare attraverso un media così diverso come è il fumetto.

Cos’è il Wakanda? Cos’è Pantera Nera? Tutto ciò viene messo in discussione nei capitoli della serie, in cui assistiamo a un Wakanda che, per la prima volta, affronta una forte tendenza alla divisione interna, venendo utilizzata dallo sceneggiatore come metafora di ciò che avviene continuamente nell’Africa sub-sahariana, con persino questa antica e ricca nazione che non può sottrarsi a quanto accade. Mentre dunque accompagniamo T’Challa ciò a cui assistiamo non è il classico Wakanda a cui noi siamo abituati, tra impianti furistici, scienziati, fitte foreste e luoghi mistici, ma una nazione allo sbaraglio, in cui non vi è più fiducia verso il potere centrale, e i vari signori della guerra locali puntano al proprio indiscusso dominio, lontano dalla autorità della Pantera.

Vetro

Ciò a cui assistiamo è dunque la fragilità di un regno come non vi avevamo mai assistito prima. L’idea del Wakanda invincibile, erede del mondo, isola felice nel cuore della nera Africa, viene così distrutta, dissacrata, prendendo spunto da quanto accaduto negli ultimi anni, come l’attacco di Namor e dell’Ordine Nero in seguito. Coates dimostra quindi anche conoscenza della continuity, ma ciò che davvero colpisce del suo lavoro è la capacità di mostrarci una realtà, una emergenza che spesso facciamo finta di non vedere.

Un intero continente che, per secoli succube, oggi è lasciato a se stesso, senza che i vari governi siano in grado di mettere un freno ad un disastro umanitario senza precedenti. Guerre, massacri, violenze: un immenso turbine che Coates riesce a narrare sulle pagine di Pantera Nera, un mezzo per un qualcosa di decisamente più grande. E lo fa costringendoci a non distogliere lo sguardo, senza mezzi termini, mostrando quella violenza, quell’orrore che il mondo occidentale non vuole vedere, impegnato a costruire muri per difendere i propri confini. Mentre mura già si stanno innalzando, fatte dei cadaveri degli innocenti morti in una lotta per la vita che è di suo una sconfitta per l’umanità intera.

Ai nostri piedi

Ma c’è davvero una nazione ai nostri piedi? O c’è forse la nostra dignità di esseri umani? Pantera Nera travalica così i confini del fumetto, divenendo, attraverso la sua avventura, un messaggero non di pace e speranza, ma un emissario del dolore che sta provando ogni giorno il cuore del primo continente, che vide nascere l’umanità, e in cui essa stessa oggi muore. Esiste una possibilità? T’Challa la sta ancora cercando, come uomo, come re, ma forse non più come eroe.

Il protagonista è davvero la nostra Pantera Nera? Il re è veramente il centro del racconto? Leggendo l’opera di Coates sembra proprio che il centro sia altrove. Sarà nel popolo, nelle sue speranze, nei suoi desideri? O forse neanche lì? Qual è il vero fulcro della narrazione, nascosto agli occhi del lettore?

Una conversazione chiude il primo volume italiano, contenente i primi quattro capitoli. Una conversazione in cui a T’Challa viene rivelato che in tanti anni, ha dimenticato ciò che più ha importanza: non è dominare il popolo, non è salvarlo, ma è ispirarlo. Guidarlo. Essere la luce in quel buio in cui l’Africa Nera sta continuando a precipitare.

Leggendo questo dialogo viene in mente forse una domanda: e se fossimo noi stessi la luce attraverso cui guidare milioni di esseri umani fuori dalla disperazione di una vita crudele?

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