Kevin Smith donerà in beneficenza tutti gli introiti dei suoi film prodotti da Weinstein

Cinema
Giorgio Paolo Campi
Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta"; se non sta guardando un film o leggendo un fumetto chiamate aiuto, perché sicuramente la situazione è grave. E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta"; se non sta guardando un film o leggendo un fumetto chiamate aiuto, perché sicuramente la situazione è grave. E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Nonostante non sia stato direttamente coinvolto e imbrigliato nelle maglie dello scandalo Weinstein, il regista e attore Kevin Smith ha deciso di pronunciarsi sulla delicata questione.

I fratelli Bob e Harvey Weinstein hanno finanziato e prodotto alcuni dei maggiori progetti di Smith sin dall’inizio della carriera del regista, con la Miramax Films (Clerks, Chasing Amy, Jay and Silent Bob Strike Back, Jersey Girl). La casa di produzione venne abbandonata dai Weinstein nel 2005, dopo dodici anni di travagliato sodalizio lavorativo con la Disney, che aveva rilevato la compagnia nel 1993. Da quel momento venne fondata la The Weinstein Company, a cui Smith continuò a fare riferimento (Clerks II, Zack and Miri Make a Porno) prima di fondare nel 2011 la SModcast, la sua personale casa di produzione parallela alla già esistente View Askew Productions. Non c’è da stupirsi perciò che Smith senta la sua carriera come legata strettamente alle decisioni e alle scelte di Harvey Weinstein, ed in qualche modo la nascita dei suoi film come dovuta (anche) a lui.

Nell’ultima puntata del suo podcast personale, Hollywood Babble-On, Smith ha espresso tutto il suo risentimento e il suo sconforto, rendendo note le sue riflessioni sull’argomento:

La mia intera carriera è legata a quell’uomo. È stata una settimana fot******nte strana. Volevo solo fare dei c***o di film, e basta. È per questo che sono venuto, è per questo che ho fatto Clerks. E nessun c***o di film vale tutto questo. Tipo, la mia intera carriera, vaffa***lo, prenditela. È avvolta in qualcosa di davvero orribile, c***o. 

Smith sembra più che deciso a fugare anche qualsiasi forma di compassione o pietismo nei suoi confronti, sottolineando che non ha sollevato la questione per azzardare un tentativo di giustificazione delle sue collaborazioni con Weinstein, dimostrando una sottile sensibilità ed una accorata lucidità nella valutazione delle responsabilità personali di ciascuno:

Non sto cercando compassione, so che non è colpa mia, ma non ho fatto un c***o per aiutare. Perché stavo seduto lì fuori parlando di quest’uomo come se fosse un eroe, come se fosse mio amico, come se fosse mio padre e str***ate come queste, e che aveva cambiato la mia fo***ta vita. E ho mostrato questo ad altre persone, tipo: “Puoi sognare, e puoi mettere in piedi qualcosa, e quest’uomo lo farà uscire”. Cantavo le lodi di qualcuno che non conoscevo per un c***o. Non conoscevo l’uomo di cui la stampa continua a parlare. Chiaramente esiste, ma quell’uomo non si è mai mostrato a me. Tutto questo fa male, e non è successo a me. Però tutto questo fa male.

Avevo un sogno e gli ho dato forma, e l’ho presentato a qualcuno, e non mi hanno fatto fare qualcosa di fot******nte orribile. Quindi, sento che ci sono molte persone di cui siamo a conoscenza, e forse anche di più, a cui sono state fatte fare cose orribili per realizzare i propri sogni, e forse non sono nemmeno giunte a toccare i sogni; questo ca***ne li ha schiacciati.

Smith però non si è fermato alle parole e alle dichiarazioni, ma ha deciso di donare tutti gli introiti che percepirà d’ora in avanti grazie ai film prodotti da Weinstein a Women In Film, un’organizzazione non-profit che si batte per l’ottenimento della parità di genere e l’apertura di eque possibilità alle donne nell’industria cinematografica. Con la prospettiva di un imminente fallimento, cessione o ridefinizione della The Weinstein Company, dopo le dimissioni di alcuni membri del Consiglio d’Amministrazione in seguito allo scandalo e il licenziamento di Harvey Weinstein, Smith ha però ritenuto opportuno assumersi un ulteriore impegno. Ha dichiarato infatti che, in caso di fallimento della compagnia, donerà personalmente 2000 dollari al mese a Women In Film per il resto della sua vita. Ancora una volta, Smith è assolutamente consapevole del fatto che il suo non sia un gesto risolutivo; cionondimeno, esso conserva un significativo valore simbolico:

È un inizio. Sperando che vada a persone che si mettono a fare qualcosa senza dover fare i conti con qualche animale del c***o che dice: “Questo è il prezzo”.

Al di là delle sue considerazioni personali, il regista fa emergere un fulcro di riflessione fondamentale: come la sua, molte altre illustri carriere di Hollywood si sono intrecciate, più o meno strettamente, con quella di Harvey Weinstein, e da incontri, conoscenze e collaborazioni sono nate alcune grandi opere della cinematografia contemporanea (si pensi al rapporto di Weinstein con Quentin Tarantino, per fare solamente un esempio tra molti). Alla luce degli ultimi avvenimenti (e degli episodi che – purtroppo – continuano ad emergere in una fiumana di rivelazioni), sarà difficile trovarsi nuovamente a godere di uno spettacolo senza considerare che in qualche modo – lontano per noi spettatori, ma non per questo meno reale – dietro lo schermo si celino, oltre che l’onesto lavoro di molti, anche spettri silenziosi ed angoli oscuri. Certo, l’arte rimane arte, ma a che prezzo? E nel magma movimentato dell’industria cinematografica, come si potrebbero definire nitidamente i confini delle reciproche responsabilità?

Nel 1955, in un articolo comparso sui Cahiers du Cinéma intitolato Redécouvrir l’Amérique, il regista e critico cinematografico Éric Rohmer scriveva: “[…] la popolarità di Hollywood deve più al diavolo che a Dio”. Mi si voglia perdonare la selvaggia decontestualizzazione; se riletta alla luce delle ultime tragiche vicende, però, questa affermazione, confermata in una luce del tutto differente rispetto a quanto intendesse Rohmer, assume una sfumatura tanto più sinistra quanto – nostro malgrado – aderente al vero.

Fonte: EW

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