IT, la recensione – NO SPOILER

Cinema
Giorgio Paolo Campi
Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta"; se non sta guardando un film o leggendo un fumetto chiamate aiuto, perché sicuramente la situazione è grave. E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta"; se non sta guardando un film o leggendo un fumetto chiamate aiuto, perché sicuramente la situazione è grave. E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Il terrore che ebbe inizio con una barchetta di carta di giornale e che dura da ormai trentuno anni non accenna a sbiadire, né a fermarsi. Lo stesso terrore che da quel 1986 – anno in cui venne pubblicato per la prima volta il romanzo IT, partorito dalla inquieta immaginazione del maestro del brivido, Stephen King – serpeggia nell’oscurità delle nostre cantine e negli anfratti più remoti delle nostre menti. Mai come ora quel terrore si è fatto sentire così vivo, pullulante, plastico, visivamente immediato, grazie all’immagine cinematografica.

Finalmente, l’adattamento cinematografico (già campione d’incassi) del romanzo di King giunge sul grande schermo anche in Italia. Il film è prodotto da New Line Cinema per la regia dell’argentino Andrés Muschietti, dopo la vicenda molto travagliata della produzione, cominciata nel lontano 2009, che fu caratterizzata da una lunga ed estenuante fase di casting, da un complesso lavoro di preparazione attoriale e dal licenziamento del regista designato Cary Fukunaga nel 2015, che comportò significativi rimaneggiamenti e riscritture delle bozze della sceneggiatura. Il film si è annunciato – e si conferma – come una rivoluzione, piuttosto che come un’eredità della miniserie TV del 1990 di Tommy Lee Wallace e Lawrence D. Cohen, la quale era rimasta finora l’unico punto di riferimento visivo nei confronti delle vicende narrate.

SCENEGGIATURA E TRAMA: LA MIGLIORE DELLE TRASPOSIZIONI POSSIBILI

Trasporre in una pellicola un’opera di più di mille pagine non è cosa semplice; e la prolissità di King non è l’unica, né la maggiore delle difficoltà che si possano incontrare. Il romanzo ha una trama composita, raccontata mediante la successione non convenzionale di blocchi narrativi separati tra loro, i quali delineano per gradi un eterogeneo affresco che si spalanca ad un senso complessivo, conquistato lentamente e a fatica, soltanto nelle battute finali. Le sezioni dedicate ai protagonisti da adulti si intrecciano organicamente a quelle in cui i Perdenti sono ancora ragazzini impuberi, e in alcuni interstizi di questo schema si inseriscono gli interludi, approfondimenti dedicati alla ricca e macabra storia della fittizia cittadina di Derry. Tra le pagine, King dà vita ad una miriade di personaggi, voci, sottotrame, costruendo una fittissima maglia narrativa, un background imprescindibile e più che verosimile, in mezzo a cui spiccano, risaltando per una maggiore cura dei dettagli e la profondità descrittiva relativa alle psicologie, le vicende principali legate ai protagonisti.

Tutto questo rende It pressoché impossibile da “visualizzare” complessivamente, impossibile da costruire sul set, ed impossibile da trasporre non soltanto fattualmente, ma persino in un’idea cinematografica; Muschietti, affezionato lettore ed appassionato dell’opera letteraria kinghiana, insieme con gli sceneggiatori Chase Palmer (Neo-Noir, Shock and Awe) e Gary Dauberman (Annabelle, Annabelle:Creation), sembra aver compreso alla perfezione il limite insito nella differenza irriducibile tra la parola scritta e il mezzo cinematografico, considerate le sue scelte relative all’adattamento.

In primo luogo, la pellicola tratta solo quella parte della trama che coinvolge e vede protagonisti i sette membri del Club dei Perdenti nel momento in cui sono giovanissimi studenti delle scuole medie, delegando al secondo capitolo (in uscita nel 2019) il racconto delle vicende successive, quando essi si riuniscono a Derry da adulti. Oltre a smaltire significativamente il materiale da trasporre, e riplasmarlo perciò nei termini e nei limiti di una sceneggiatura, l’assenza di salti temporali e di un continuo parallelismo tra le due linee narrative consente al film di mantenere un ritmo decisamente cadenzato e incalzante, a cui contribuisce anche il montaggio, a cui si è dedicato Jason Ballantine (Crush, Il grande Gatsby) mediante l’accostamento senza soluzione di continuità di molte sequenze, che sembra accelerare il rincorrersi inesorabile degli eventi. E questo ritmo è ciò che, in definitiva, riesce ad intrattenere per tutta la durata del film (135 minuti), superiore alla media dei film di genere.

Il film non ripercorre pedissequamente – e non potrebbe farlo – tutti i fatti narrati nel romanzo, e molti particolari sono stati tagliati, alterati, modificati; ogni cernita degli episodi da rappresentare ed ogni revisione della materia letteraria, però, appaiono organiche all’economia interna della pellicola e funzionali alla messinscena, e non attentano alla coesione e alla coerenza interna della trama. Ciò che Muschietti riesce a mantenere, e a riproporre in una veste estetica completamente rinnovata, è il fulcro emotivo che costituisce il centro della riflessione kinghiana sull’infanzia, la formazione, la crescita, il ricordo e il desiderio. Sacrificando la riflessione sul terrore cosmico (di lovecraftiana memoria), i pozzi neri e i riferimenti al macroverso, il film si concentra, si addensa sull’altra estremità tematica, e riesce a dar vita a quel senso di unione e profonda, viscerale amicizia che si instaura tra i sette protagonisti, la quale costituisce la chiave per la conquista di una prospettiva corale e della possibilità – anche per dei “perdenti” – di diventare adulti e conquistare a pieno titolo il proprio posto nel mondo, il proprio ruolo in società.

Sovrapposti a questa solidissima base, i dialoghi sembrano poco più che note di colore, sebbene siano centrali per la definizione della cornice della narrazione: infarciti di linguaggio scurrile, espressioni bambinesche e gergo adolescenziale, contribuiscono, più che a definire in misura più dettagliata la psicologia dei protagonisti, a costruire la giusta atmosfera generazionale di spensieratezza estiva – prima – e di impotente disperazione – poi -, a delineare le interazioni sociali tra giovani ragazzini in difficoltà nel confronto con i bulli (la Bowers Gang), o alle prese con le prime complicazioni determinate dalla presa di coscienza della propria sessualità, o nel terrore al cospetto di un’antichissima e malvagia entità. Nel copione non mancano nemmeno battute witty e situazioni divertenti, che fungono da efficaci ma fugaci comic reliefs: la risata infatti, nonostante sorga spontanea e sincera, non si prolunga mai quanto basta per distogliere l’attenzione dello spettatore dall’azione spaventosa o angosciante, valorizzando ancora una volta la serratezza del ritmo.

Muschietti ha inoltre deciso di far slittare cronologicamente la vicenda di trent’anni: se nel romanzo i Perdenti sono preadolescenti alla fine degli anni ’50, è il tramonto in sordina dei gloriosissimi e fluorescenti ’80 che viene rappresentato nel film; e ancora una volta, la scelta di far rivivere quegli anni si è rivelata vincente: non soltanto perché si inserisce in una fortunatissima e nutrita corrente revival in ambito televisivo e cinematografico, ma anche perché il regista stesso (nato nel 1973) ha vissuto in quel periodo gli anni della sua infanzia e adolescenza. La ricostruzione degli ‘80 si vede, e nemmeno troppo sullo sfondo: sui titoli dei film proiettati nel cinema (Arma letale, ad esempio), nei brani musicali (dai New Kids on the Block ai The Cure) e nelle tecnologie, ma non appare come una precisa e pedissequa ricostruzione filologica alla stregua di quella dei fratelli Duffer in Stranger Things, quanto una sorta di celebrazione sentimentale (ma non sentimentalista) da parte del regista di quel periodo della sua vita. L’atmosfera c’è, è fortemente caratterizzata, ma non tanto da divenire asfittica nei confronti della vicenda, che riesce in questo modo a preservarsi come un’esperienza “senza tempo”.

REGIA, COLONNA SONORA, FOTOGRAFIA: IMPONENZA, FRAGILITÀ, DETTAGLIO

La regia di Muschietti appare ripetitiva ma coerente, e non scade quasi mai nel banale. Se si escludono le scene di tensione, molto più movimentate, dominano soprattutto due tipi di inquadratura: la panoramica dall’alto, utilizzata per presentare varie vedute di Derry, e delle inquadrature ravvicinate, quasi esclusivamente leggeri contre-plongée, sui protagonisti e sulla malvagia entità nelle sue varie forme. Se la distanza ravvicinata tende a valorizzare l’espressività degli interpreti e la componente attoriale, la perenne angolazione dal basso avvolge lo spettatore in un senso di estrema fragilità e di piccolezza, esaltando non solo – e significativamente – la potenza quasi irresistibile di It, ma anche la statura morale dei protagonisti, nonostante la loro tenera età.

È però nelle scene in cui l’orrore si palesa, tra apparizioni ed inseguimenti in interni (si pensi alle fognature…), che emerge tutto l’estro registico di Muschietti; dopotutto, i suoi Mamá (2008) e il successivo La Madre (2013) avevano già dimostrato la sue doti dietro la mdp nel gestire sequenze dinamiche in spazi angusti, fino a suscitare un senso di claustrofobia disperata. In queste occasioni le inquadrature si fanno oblique, mobili, confuse, il montaggio più serrato, e il tutto è correlato da un commento musicale incisivo ed efficace. Sangue e macabro ci sono (non in quantità eccessiva) e sono ben realizzati dal punto di vista visivo, ma riescono a spaventare solamente grazie a questo tipo di messinscena, che li valorizza pienamente rendendo l’eventuale minaccia attiva e dotata di un’agile mobilità. In questo contesto i jumpscares (che non mancano) danno semplicemente il la per l’inizio della tensione, che si prolunga ben oltre lo spavento immediato.

Il commento sonoro di Benjamin Wallfisch (Lights Out, La cura dal benessere, Annabelle: Creation, Blade Runner 2049), è l’elemento di supporto fondamentale al mantenimento del ritmo di regia e di montaggio, il contrappeso necessario ad una narrazione che procede spedita, poiché riesce a far intuire la tipologia della scena che si sta osservando prima che essa si sviluppi, anticipando e prolungando il sentimento d’angoscia nello spettatore.

L’attenzione al dettaglio, anche minimo, come il particolare sulla realizzazione della barchetta di carta, il cambio del colore degli occhi di Pennywise, l’inquadratura del nome di una particolare via di Derry, alcuni riferimenti visivi alla Tartaruga, denunciano una estrema cura nella messinscena. Non mancano inoltre alcuni significativi movimenti di macchina, come la soggettiva di Georgie nella sequenza più iconica di tutta la pellicola, così come non mancano neppure alcune piccole cadute di tono, come ad esempio brevi passaggi in slow motion del tutto non necessari, anche se pochi e in linea di massima trascurabili.

La fotografia della pellicola (diretta dal sudcoreano Chung-hoon Chung), in controtendenza rispetto ai colori accesi della miniserie di Wallace (ricordate il rosso del sangue e dei palloncini?) predilige delle tinte più smorzate nelle immagini luminose, che si incupiscono con il sopraggiungere dell’oscurità e della penombra. Diverse volte, raggi di luce solare penetrano direttamente nell’inquadratura, segnando così un discrimine a livello visivo tra la superficie e il sottosuolo, la luce naturale e la tenebra di It.

RECITAZIONE: AFFIATAMENTO E SUBLIME

I principali personaggi sono tutti interpretati da attori giovani o giovanissimi: l’esordiente Jackson Robert Scott (George “Georgie” Denbrough), Jaeden Lieberher (Bill Denbrough), Finn Wolfhard – il Mike di Stranger Things (Richie Tozier), Jeremy Ray Taylor (Ben Hanscom), Sophia Lillis (Beverly Marsh), Wyatt Oleff (Stanley Uris), Chosen Jacobs (Mike Hanlon), Jack Dylan Grazer (Eddie Kaspbrak), Nicholas Hamilton (Henry Bowers). Tutte le prestazioni attoriali, nella mimica facciale e nella recitazione, tra cui spiccano soprattutto quelle di Lieberher e della Lillis, sono efficaci e potenti, intrise di intensità drammatica, e differenti tra loro poiché opportunamente declinate secondo la personalità individuale – ben esplorata – di ciascun personaggio. Ciò che più colpisce, però, è l’affiatamento, la solidarietà, il legame di unione tra i Perdenti che si riesce a percepire, e che rappresenta il primo fondamentale polo della tensione drammatica.

In corrispondenza dell’altro polo c’è It, nell’interpretazione clamorosa, straordinaria, terrificante, dello svedese Bill Skarsgård (Hemlock Grove, The Divergent Series: Allegiant, Atomica Bionda) nelle vesti del millenario essere mutaforma che serpeggia per l’impianto fognario di Derry, nutrendosi periodicamente della carne di bambini. Supportato da un’estetica curata nel dettaglio e radicalmente rivisitata rispetto all’ It del passato e dando prova della sua abilità con una gamma amplissima di tonalità vocali ed espressioni, sia nel viso (lo strabismo è suo, non c’è CGI) che più generalmente nel fisico, Skarsgård riesce ad oltrepassare il semplice macabro e il raccapricciante.

Il terrore da lui suscitato somiglia in qualche modo alla sensazione di sublime, o a quella mostruosità così inconcepibile che giunge financo a generare una fascinazione, ma non si distacca mai da una forte componente corporea: Pennywise (o It) colpisce, sbava, grida, combatte, sanguina, lacera, morde, schiva; rispetto al Pennywise più provocatore e distaccato di Tim Curry, quello di Skarsgård è un’entità con una fisicità più pronunciata, più prossima, più imprevedibile, violenta ed irosa, che cerca con maggiore foga la colluttazione con i Perdenti, e per questa sua aggressività spaventa ed inquieta. Un secondo aspetto significativo è quello costituito dallo shapeshifting. Se nella miniserie di Wallace le effettive trasformazioni avvenivano quasi sempre off-screen, nella pellicola di Muschietti esse sono mostrate frequentemente, ma non in funzione di un mero spettacolarismo: It cambia sembianze in maniera funzionale al combattimento, volgendosi ora in una direzione ora in un’altra con aspetti differenti.

CONCLUSIONI

Sebbene non impeccabile dal punto di vista del mezzo registico, IT riesce a spaventare discretamente e convince sia considerato isolatamente che come primo capitolo della bilogia. Il suo maggior pregio rimane però quello di aver colto il fulcro centrale del racconto kinghiano e di averlo lucidamente ed efficacemente trasposto sul grande schermo per mezzo di una solida sceneggiatura e delle prestazioni attoriali che spiccano per la loro intensità emotiva. Senza rinunciare all’aspetto più tradizionalmente orrorifico, It riesce ad incastrarlo alla perfezione nelle maglie di una storia potente, che scava nel profondo dell’animo dell’uomo e negli abissi delle sue paure, perfettamente narrata nel romanzo e perfettamente resa, ora, mediante l’immagine cinematografica.

IT verrà distribuito nelle sale italiane a partire dal prossimo 19 ottobre 2017.

Se volete approfondire ulteriormente l’argomento ed esplorare le varie fasi della storia di IT, dai suoi inizi fino ad oggi, a questo link potrete trovare il nostro speciale.

78.75

SCENEGGIATURA

8/10

    REGIA

    7/10

      FOTOGRAFIA

      7/10

        CAST

        10/10

          Pros

          • Coglie il fulcro tematico fondamentale
          • Cast superbo
          • Sceneggiatura solida
          • Ottimo commento musicale

          Cons

          • Regia non impeccabile
          • Aspetto "cosmico" non accentuato
          Aggiungi un commento all'articolo! Clicca qui.

          Aggiungi commento

          Questa email risulta già registrata. Usa il Modulo di login o inseriscine un'altra.

          Hai inserito una username o una password errata

          Devi effettuare il login per inserire un commento.

          Altri articoli in Cinema

          Kevin Smith donerà in beneficenza tutti gli introiti dei suoi film prodotti da Weinstein

          Giorgio Paolo Campi18 ottobre 2017

          Venom: Jacob Batalon lo vorrebbe nel sequel di Homecoming

          Alessio Lonigro18 ottobre 2017

          Marvel Studios: Frank Grillo torna a parlare di Crossbones

          Alessio Lonigro17 ottobre 2017
          Han Solo

          Han Solo: A Star Wars story – Il nuovo Spin-off in arrivo!

          Roberta Galluzzo17 ottobre 2017

          [Rumor] Venom: si amplia il cast dello spin-off di Spider-man

          Simone La Ganga17 ottobre 2017

          Gambit – Una costumista da Oscar si unisce alla produzione

          Giorgio Paolo Campi17 ottobre 2017