Il Gioco di Gerald, la Recensione- NO SPOILER

Cinema
Matteo Ivaldi
Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Amante delle storie in ogni forma, ha affittato un emisfero del cervello a mondi immaginari. Avendo passato l'infanzia tra navi spaziali, Tolkien e Final Fantasy non può più fare a meno di flirtare con la fantascienza, la letteratura e i videogiochi. Talvolta può sembrarvi distratto, in realtà è probabile che stia facendo scorrere scene assurde nella sua testa con tanto di titoli di coda.

Stephen King, o per meglio dire le trasposizioni cinematografiche o televisive di Stephen King, vanno e vengono di continuo come se fossero dipendenti dai moti lunari; non appena pensi che il re del brivido abbia già dato e possa continuare a scrivere romanzi in santa pace senza che magari qualcuno dietro un tuo consiglio letterario risponda: “ah no, scusami, è che ho già visto il film“, l’industria si ricorda di lui e forte di un nuovo successo al botteghino prende in mano la sua bibliografia e va a vedere cos’è rimasto di libero o cosa necessiti a distanza di anni di un remake moderno.

Ultimamente la macchina trasformatrice non sembra nemmeno più provare disagio verso alcune delle produzioni più astruse e meno cinematografiche del Re e si dichiara pronta ad attribuire un volto a ognuna di esse – che sia un giallo, un horror, un racconto fantasy, una novella o una quarantina di pagine autoconclusive di un’antologia. I risultati sono alterni: The Mist di Frank Darabont andò benissimo, ma la medesima serie televisiva di Spike TV ispirata al racconto è stata chiusa dopo una singola stagione con malcelato sollievo da parte di tutti; Cell fu un disastro, il recente La Torre Nera ha fatto peggio ancora e gira già notizia che la serie televisiva (progettata all’inizio come sequel del film) fungerà da soft reboot, in poche parole farà finta che la pellicola con Idris Elba non esista; viceversa, opere non facili come 11.23.1963 con James Franco e l’IT di Andy Muschietti hanno fatto faville. Sta diventando difficile regolarsi o quantomeno prevedere la qualità di tali trasposizioni, il che potrebbe rivelarsi persino un ulteriore incentivo a provarle. O sono indubbiamente buone o fanno accapponare la pelle, nel senso negativo del termine.

Netflix non poteva esimersi dal partecipare a questa moda di ritorno e ha proposto per la propria piattaforma due lungometraggi a tema King: Il Gioco di Gerald, tratto dall’omonimo romanzo del 1992, e 1922, ispirato al racconto breve contenuto in Notte Buia, Niente Stelle.

UN FILM IN UNA STANZA

Il Gioco di Gerald è stato ignorato dal cinema per più di venticinque anni, caso raro per un romanzo di King, a causa delle sue evidenti particolarità narrative. La settima arte ama cimentarsi in opere claustrofobiche chiuse all’interno di quattro pareti, in cui i dialoghi e la recitazione degli attori devono sobbarcarsi sulle spalle quasi ogni responsabilità artistica; tuttavia Il Gioco di Gerald offriva un paio di incognite che avrebbero inevitabilmente complicato la messa in piedi di una buona trasposizione. Innanzitutto il soggetto, la natura tutto sommato triviale della problematica su cui l’intera storia si poggia, priva di evidenti misteri da risolvere o un accorato studio dei minimi, stuzzicanti dettagli di un paradosso intellettuale; in secondo luogo, il modo attraverso cui un regista avrebbe dovuto esporre gli eventi basandosi sull’assai dettagliata traccia di King. Una sfida affascinante che Mike Flanagan (Oculus, Il Terrore del Silenzio, Somnia), regista e co-sceneggiatore, ha affrontato operando un autentico lavoro di cesellatura di materiale originale, semplificandolo laddove necessario e mantenendolo pressoché inalterato nei punti in cui la penna dell’autore poteva sostituirsi senza conseguenze alla mano del cineasta così da rinnegare il meno possibile il romanzo. Il risultato è stato, se non incredibile, sorprendente.

Gerald e Jessie Burlingame sono sposati da anni e la fiamma della passione ha lasciato da tempo spazio alla noia e all’indisposizione verso l’un l’altro. Gerald, avvocato di mezz’età, convince Jessie a provare con lui un gioco erotico con delle manette da poliziotto, non quelle giocattolo con la levetta di sicurezza nascosta, durante una delle regolari vacanze alla residenza sul lago lontana dalla civiltà, dove non vi sarebbero stati occhi indiscreti. La donna ha concesso il favore a Gerald durante un momento di debolezza e non è convinta dell’idea: il disagio che prova quando i ferri le imprigionano le braccia divaricate sopra la testa accanto ai montanti del letto è tale da farla desistere e chiede al marito di essere liberata perché non è così che funziona, una parentesi sadomaso di una notte non salverà di certo il loro matrimonio. Ma l’uomo non intende arrendersi facilmente e per lunghi minuti ignora la ritrosia di Jessie finché, dopo un sonoro pestone, deluso, non inizia ad accusarla addossandole la colpa dei problemi di relazione. Gerald avrebbe avuto tutto il tempo per liberare Jessie eppure non lo fa, la chiave resta abbandonata sul comodino del bagno a pochi metri di distanza: in un istante si consuma la tragedia. Gerald è colto dagli spasmi, porta la mano al petto, guarda verso il soffitto e cade sulla povera donna ammanettata stroncato da un attacco di cuore. Jessie si ritrova col cadavere del marito addosso, le mani intrappolate ai lati del letto, le chiavi vicine e irraggiungibili al tempo stesso e nient’altro per miglia e miglia in ogni direzione.

Sia il romanzo originale che il film di Flanagan sono ambientati in una camera da letto, o per meglio dire al di sopra del letto stesso: il mondo di Jessie si riduce a meno di un metro intorno al proprio corpo nel momento in cui il suo cervello scende a patti con la realtà e comprende che per lei è appena incominciata una lenta ma inesorabile corsa verso la morte. All’inizio della storia ha a disposizione un bicchiere d’acqua da cui non riesce a bere posto sulla cima di una mensola, un paio di libri tascabili, un foglietto di carta…e se stessa. Nessun trucchetto da scassinatrice o furberia dell’ultimo minuto, Jessie sembra non avere speranza.

COS’È, IN REALTÀ , UNA DONNA

Alcune delle differenze tra le due opere si manifestano proprio nel corso dei primi minuti del film: la camera da letto non entra in scena se non dopo qualche minuto che l’originale Netflix sfrutta per gettare qualche luce in più sui protagonisti, in particolar modo Gerald, e per costruire un clima di placida tensione costante. La maggior parte del pubblico sa bene di cosa parla l’opera e di fatto non esiste segreto – l’ansia deriva dal sapere già dal principio che qualcosa di pessimo accadrà a causa di quel paio di manette e ogni secondo di falsa serenità, smentita dalle occhiate nervose della magnifica Carla Cugino, sortisce un effetto mesmerizzante. L’inquietudine raggiunge il picco quando l’esperimento d’amore tonfa senza riserve e Gerald temporeggia offeso piuttosto che liberare la moglie seduta stante. Bastavano pochi secondi per evitare la tragedia…salvo quella che avrebbe comunque posto fine all’esistenza del futuro probabile ex-marito.

E qui c’è una sottile differenza con le parole del libro, nel quale l’infarto dell’uomo non avviene di punto in bianco nel corso della discussione ma viene indotto da un colpo che Jessie gli infligge con le gambe facendolo rotolare giù dal letto di testa. Un caso sfortunato che di sicuro non bolla la donna come un’assassina ma che abbona alla controparte cinematografica parte del senso di colpa nonché alcune sfumature più misogine: prima di morire il Gerald letterario è molto meno comprensivo, più animalesco (non necessita del Viagra godersi la giornata) e intellettualmente inferiore a Jessie, argomento che occupa una buona parte dei botta e risposta nella mente della donna nel corso dei primi capitoli di King. Il film riduce questa serie di tesi spinose con maggiore pacatezza, senza demonizzare il personaggio di Gerald pur lasciando trasparire grazie a una semplice battuta, tratta di pari passo dal romanzo, l’ombra della prepotenza maschile che ha segnato Jessie per tutta la vita: cos’è, in realtà, una donna?

Certo, Il Gioco di Gerald è un’opera che racconta dell’assoluto valore di una donna, della sua forza di volontà – il libro si specchia con Dolores Claiborne dei medesimi anni da cui venne tratto il bellissimo L’Ultima Eclissi con Kathy Bates – ma il bisogno di liberarsi dalle manette imposte da un capriccio sessuale del marito deludente non è il fulcro di questa storia. La situazione costringe Jessie a tornare indietro di quasi trent’anni, al 1963, l’anno in cui un eclissi totale di sole passò lungo lo stato del Maine e lei fu lì per guardarlo. L’anno in cui suo padre, Tom, che l’aveva sempre difesa dal carattere arcigno della madre, obbligò la piccola Jessie a custodire un segreto terribile.

Le lunghe ore passate incatenata al letto svelano a tocchi l’intera vita di Jessie al lettore nonché tutta la serie di piccole e grandi deviazioni, censure e giochetti mentali che la donna ha dovuto erigere a difesa di se stessa per sopravvivere fino al presente nonché tutta la delusione e la lotta all’insoddisfazione durante la seconda fase della sua esistenza, quella da “brava mogliettina” dello stimato avvocato Burlingame. Anche il film incomincia a scavare nei meandri dei ricordi dopo le prime scene alle prese con un randagio affamato che penetra nella dimora, ed è qui che la trasposizione si eleva al pari del romanzo scegliendo di ignorare gran parte dei flussi mentali descritti con minuziosità dall’autore per concentrarsi invece su ciò che conta di più nel linguaggio del cinema. La mente di Jessie si sdoppia in varie personalità che dialogano con lei confortandola o contribuendo a gettarla nella disperazione: nel romanzo subiva le intromissioni, oltre che di differenti versioni di se stessa, della propria psicanalista e di una vecchia compagna del college, mentre il film preferisce saggiamente stringere al cerchio a quanto visto dal pubblico nei primi minuti antecedenti al disastro proponendo visioni interpretata soltanto da Carla Cugino e Bruce Greenwood.

Tramite questo accorgimento il film rinuncia ai momenti espositivi e altamente “concentrati” del Re del Brivido per mantenere focalizzata l’attenzione sulla situazione in cui versa Jessie. Gli unici flashback, legati agli eventi dell’eclissi totale del 1963, vengono spostati più avanti nella storia così da fungere da risoluzioni climatiche ai sempre più disperati tentativi della donna di resistere alla tortura. Gran parte della pellicola trascorre in questo modo, senza garantire un singolo momento di quiete allo spettatore (mentre le numerose pause del romanzo distoglievano più volte dal presente) pur senza riversargli addosso inutile tensione. D’altronde non c’è motivo di agitarsi, nessuno sta uccidendo Jessie. È solo intrappolata, il che è peggio. Non ha speranze. La bravura assoluta di Carla Cugino, capace di reggere da sola lo schermo, amplificata dalle inquadrature serrate sulla falsariga del Jonathan Demme de Il Silenzio degli Innocenti, completano l’efficacissimo quadro. I dialoghi che intraprende con se stessa sono sia esilaranti che terrificanti, talvolta è spettacolare soltanto constatare le opposte interpretazioni che l’attrice infonde alle varie parti della mente di Jessie. Vale una delle regole d’oro del genere: dove non c’è il set gli autori risplendono. Se Carla Cugino non avesse preso le redini de Il Gioco di Gerald con tanta sicurezza, il film avrebbe perso in partenza.

L’UOMO DEL CHIARO DI LUNA

Ma King è King. Lo conosciamo molto bene ormai.

Il Gioco di Gerald è imbevuto di una efficacissima vena di puro orrore. L’unica cosa che cambia ne Il Gioco di Gerald è la funzionalità di quell’orrore, un contrappunto che rafforza ancora di più la trama e s’insinua nella crescita di Jessie come personaggio alla fine della vicenda, ma pur sempre di orrore si tratta.

Dopo qualche pagina / ora di prigionia ai montanti del letto, Jessie capisce di non essere sola in quella stanza. La sagoma di un uomo deforme sembra trasparire dai recessi oscuri dalla camera quando il sole è tramontato. Uno spettro dal viso pallido che lei chiama in vari modi, da Space Cowboy a L’Uomo del Chiaro di Luna fino alla Morte, che tornerà a ghermirla la notte successiva se non avrà trovato un modo per liberarsi da quelle dannate manette. Le trappole in cui incappa una mente stanca, disidratata e preda del panico, tuttavia la risoluzione di questo elemento sia nel libro che nel film è una delle idee più azzeccate dell’intero impianto. Rappresentare dal vivo il grado di suspense onirica quasi lovecraftiana descritta da King in questi suoi celebri momenti è difficile, infatti le scene del film di Flanagan non incutono terrore se non in appena un paio di scene – specie quando l’orrore è ben radicato nell’inquadratura ma il film non fa nulla per evidenziarlo; è un modo placido per spaventarsi. Non avrete mai un sussulto guardando il Gioco di Gerald (se non quando il sangue a un certo punto scorrerà), ma il mistero disturbante che occupa la camera o la mente di Jessie Burlingame vi penetrerà nelle ossa grazie al suo fascino fino a esplodere nel finale, in cui inquietudine e sollievo camminano di pari passo così come passato e presente di Jessie collimano al di sotto della rossa eclissi infernale del 1963.

Il Gioco di Gerald offre ben più di quanto promesso da un trailer o dai primi minuti di visione: sfruttando il pretesto del gioco erotico il film, inseguendo le orme del romanzo, mette in scena una lunga e tesa digressione sul ruolo della donna, sulla violenza, l’umiliazione unita a elementi da thriller claustrofobico e horror puro. Il risultato non si può definire superiore al testo d’origine, eppure la tecnica d’adattamento di Mike Flanagan funziona perfettamente e spoglia con successo il romanzo dai suoi affastellamenti più ingombranti senza deviare di una virgola il senso della narrazione. Ogni tasto sfiorato da King risuona nel film con il debito filtraggio a favore di quest’ultimo, infatti la pellicola non necessita affatto del confronto, sta in piedi da sola grazie a un cast convinto, la sceneggiatura concreta e i suoi vari livelli di lettura. Se la perfezione non viene presa in considerazione è perché non tutte le storie nascono per esserlo, e forse questo film nemmeno ci ha pensato. Non è altro che un’opera onesta e curata che sfrutta come si deve il mezzo e il tempo a disposizione.

Viste le premesse, ecco la sorpresa. Il Gioco di Gerald si è rivelato un gran bel film.

Il Gioco di Gerald

Il Gioco di Gerald
8.4

Regia

8/10

Sceneggiatura

9/10

Cast

9/10

Colonna Sonora

8/10

Godibilità

9/10

Pros

  • Trasposizione fedelissima del romanzo
  • Cast perfetto
  • Appassionante dall'inizio alla fine

Cons

  • Il testo è stato per forza di cose semplificato
  • Non una delle storie migliori del Re del Brivido

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