Fight Club 2, la recensione

Fumetti
Angelo Tartarella
Nato nel 1995 in Puglia, Angelo è, sin da bambino, un lettore vorace e cresce per questo appassionandosi alle storie. Crescendo, s'interessa a quelle raccontate nei film e nelle serie TV, scopre e si appassiona a quelle raccontate nei videogiochi e nei fumetti. Iniziato ai fumetti da Don Rosa ad Alan Moore, Angelo si è presto appassionato a questo mondo, nonostante lui sia principalmente un fedelissimo Disney e Marvel.

Nato nel 1995 in Puglia, Angelo è, sin da bambino, un lettore vorace e cresce per questo appassionandosi alle storie. Crescendo, s'interessa a quelle raccontate nei film e nelle serie TV, scopre e si appassiona a quelle raccontate nei videogiochi e nei fumetti. Iniziato ai fumetti da Don Rosa ad Alan Moore, Angelo si è presto appassionato a questo mondo, nonostante lui sia principalmente un fedelissimo Disney e Marvel.

Fight Club 2 è una graphic novel della Dark Horse, in America, edita in Italia dalla BAO Pubblishing. Questa storia a fumetti è il seguito di Fight Club il romanzo del 1996 di Chuck Palahniuk e di Fight Club del 1999 diretto da David Fincher, con protagonisti Edward Norton, Brad Pitt, Helena Bonham Carter e un giovane Jared Leto. Sì, avete letto bene “Fight Club 2” è il seguito diretto sia del romanzo originale, che della trasposizione cinematografica. “Ma come è possibile?” vi chiederete. Beh, questa è la domanda che in effetti riassume perfettamente una maggior parte di quello che questo sequel a fumetti lascia nel lettore. Fight Club 2 è difatti una storia tanto particolare quanto interessante, per poterla recensire al meglio bisogna andare con ordine, quindi:

Prima e seconda regola del Fight Club: non si parla del Fight Club.

Per poter leggere Fight Club 2 la prima regola è: leggete Fight Club, guardate Fight Club in questo rigoroso ordine. Spiego: la storia di Fight Club comincia in media res, ovvero la storia inizia direttamente, non c’è nessuna introduzione a fumetti che vi racconti in modo decente quello che è successo nelle opere precedenti, come difatti sarebbe impossibile fare, e non è possibile contare nemmeno sui flashback, praticamente ovvi e sottointesi quando si parla di un sequel, perché all’inizio sono presenti solo come flash, brevi ed efficaci per chi è al passo, inutili e poco chiari per un lettore casuale che non ha dato il giusto peso al numero “2” sulla copertina e si prolungano solo più avanti quando ormai al lettore casuale saranno esplose in faccia tante cose da capire da rendere impossibile per lui la ricostruzione della trama generale e il godersi la storia.

Inoltre dovete fare attenzione a non cadere nel tranello. Aver visto solo il film di Fight Club non è sufficiente e non è affatto la stessa cosa di aver letto il libro, anzi se avete visto solo quello ci sarà una vignetta apposta per voi alla fine… ma non divaghiamo. Fight Club 2 è scritto sempre da Chuck Palahniuk con la collaborazione ai disegni del disegnatore, vincitore dell’Eisner Award, Cameron Stewart, ai colori di Dave Stewart e alle cover dei singoli capitoli dell’artista David Mack.

Chi di voi non è molto abituato alle graphic novel e al mondo dei fumetti in generale potrebbe credere che il ruolo del disegnatore, del colorista e del cover artist non siano così importanti ma lo stesso Fight Club 2 è uno degli esempi migliori per capire quanto una considerazione simile sia più che sbagliata. In quest’opera infatti tutti e tre questi aspetti collaborano per creare uno story telling particolare e per aiutare il lettore a capire al meglio quello che sta accadendo ai vari personaggi, ma di questo ne parleremo meglio più avanti.

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Terza Regola del Fight Club: quando qualcuno dice ” basta ” o non reagisce più, anche se sta solo facendo finta, il combattimento è finito. 

La regola numero due per leggere Fight Club 2 è: immergiti nella storia. Fight Club 2 ha difatti una trama davvero complessa e se ci si lascia fermare da troppe domande, dovute al fatto di non conoscere l’antefatto o quantomeno il contesto, allora non si riuscirà a gustarla. L’inizio ci mostra il protagonista dell’opera originale, che adesso si fa chiamare Sebastian, che è tornato a vivere una vita tranquilla, svolgendo un lavoro che lo costringe dietro ad una scrivania per una grande società che è coinvolta nel mercato di armi e mercenari, il tutto ostinandosi a rifugiarsi dietro pillole e altre medicine per non affrontare i demoni del suo passato, o meglio, IL demone: Tyler Durden. La vita di Sebastian è  piena di stress e infelicità, è sposato con Marla Singer, da cui ha avuto anche un figlio, ma nonostante lui si sforzi di essere un padre e un marito, il figlio vive quasi da eremita nella sua stanza con le sue passioni fuori dal comune e Marla è tanto delusa dal marito e tanto affamata di Tyler da essere costretta a rifugiarsi nei suoi vecchi schemi e nel suo vecchio vizio: frequentare gruppi di sostegno per malati e moribondi di cui in realtà non ha alcun bisogno.

Alla fine, spinta dal bisogno, decide di osare e manomette le pillole del marito sostituendole con semplice zucchero. Questa mossa porterà di lì a poco alla riemersione degli aspetti più spigolosi del carattere di Sebastian e, in breve, dello stesso Tyler che realizzerà il sogno di Marla  salvandola da quella vita tranquilla”. E’ lo stesso Sebastian che, preoccupato da questa sua aggressività riemersa, ignaro di quello che ha fatto Marla, decide di andare dal suo psichiatra. Questi però si svela essere uno dei fedeli di Tyler, infatti lo ipnotizza in modo che l’altro possa prendere il sopravvento. A questo punto si scopre difatti che Tyler era operativo da molto prima che Marla facesse lo scambio di pillole e che anzi aveva non solo ricostruito il Fight Club ma era anche arrivato a renderlo la base di un progetto ancora più ampio. Un progetto che non culminava nella distruzione di un solo palazzo simbolo della corruzione e dell’assurdità della società, come era nel libro e nel film, bensì ad un qualcosa di molto più grande e drastico: la distruzione dell’intera società attraverso l’annichilimento atomico, perseguito con le armi che si è procurato grazie alla “Rize or Die” la società paramilitare da lui fondata e dove l’ignaro Sebastian lavora.

Purtroppo però per perseguire il suo obiettivo e realizzare il suo piano deve liberarsi proprio di Sebastian, perché non può continuare a vivere una vita che non considera sua, con una moglie e un figlio che gli sono estranei, agendo di nascosto quando lui dorme: deve prendere il controllo. Per questo motivo inscena il rapimento del figlio di Marla e Sebastian, costringendo quest’ultimo ad entrare sottocopertura nei ranghi del Fight Club, cadendo così nella trappola che gli è stata tesa da Tyler. Sebastian infatti comincia a vivere appieno la doppia vita, da sveglio è l’ennesimo gregario senza volto del Fight Club e quando dorme diventa Tyler Durden, impegnato a portare avanti il suo piano di distruzione e la sua personale cospirazione per liberarsi di Sebastian. Nel farlo usa però il corpo del suo ospite per stuprare una Marla oramai disposta molto diversamente nei suoi confronti e che, seguendo il consiglio del marito, era scappata e si era nascosta, pur di non farsi trovare. A questo punto Marla capisce che Sebastian può fare ben poco dall’interno, soprattutto quando è costretto a lavorare letteralmente a stretto contatto con il nemico. Decide perciò di affidarsi ai suoi unici amici e contatti: i membri del gruppo di sostegno con cui già si era sfogata circa la sua vita. Sarà grazie a loro che riuscirà a capire quanto è esteso il piano di Tyler ed ad organizzare una linea di resistenza, ma dato che la situazione inizia così a diventare complicata e pericolosa, per aiutarla è necessario proprio l’intervento dello stesso Chuck Palahniuk. Cosa vuol dire? Com’è possibile che lo stesso autore intervenga e aiuti personalmente i suoi personaggi? Beh… lo scopriremo più avanti.

Quarta Regola del Fight Club: solo due persone per combattimento.

Il primo Fight Club raccontava di quello che in pratica era un doppio scontro a due. Il primo era Tyler contro Sebastian, il secondo Tyler contro la società che odiava. In questo seguito invece la situazione sembra essere molto più simile alla rissa tra due bande con due capi, la quale però potrebbe non essere quello che vi aspettate…

In questo sequel a fumetti vediamo emergere molti più personaggi principali, molto più utili e coinvolti, perfino Marla è presente dall’inizio alla fine della graphic novel e ha un ruolo molto, ma MOLTO, più attivo. Esempi di questi nuovi personaggi importanti, diversi dai soliti Tayler, Sebastian e Marla, sono gli amici del gruppo di sostegno di quest’ultima, lo psichiatra di Sebastian,  le amiche del gruppo letterario di Palahniuk, o, pescando tra i personaggi che già erano comparsi nell’opera originale, Faccia d’Angelo e Robert Paulson (per non parlare del celeberrimo Pinguino e del suo motto “scivola”) . Facendo però una lista dei personaggi che emergono in questa storia, per spiegare come questa sia una lotta tra fazioni, non si può non menzionare quell’ondata di personaggi che prende il sopravvento, per arrivare a scrivere letteralmente il finale, come spiegheremo più avanti. Allora qual’è la quarta regola per leggere “Fight Club 2“? Non aspettatevi di leggere una copia di “Fight Club“, la formula è molto diversa.

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Quinta Regola: un combattimento alla volta.

Per poter enunciare la quinta regola per leggere “Fight Club 2” bisogna prima spiegare la fondamentale differenza con l’originalePensate all’opera precedente, film o libro in questo caso cambia ben poco, come ad un quadro appartenente alla corrente artistica del Puntinismo, quella forma di espressione artistica che vede le immagini disegnate attraverso singoli puntini che, visti nell’insieme generale, mostrano una certa immagine ma che, all’aumentare della vicinanza, mostrano soltanto puntini singoli sparsi sulla tela bianca.

Il primo Fight Club è come un quadro puntellinista che noi spettatori stiamo guardando da vicinissimi e neanche per nostra scelta ma solo perché la guida del museo – che sarebbe il narratore – ci ha piazzato lì e da lì, con il naso che quasi sfiora la tela, noi vediamo un solopuntino che galleggia nel bianco, quel puntino è Sebastian che affoga nel mare della sua stessa insicurezza, della sua carenza d’affetto, del suo distacco dalla società, del suo senso di solitudine e della sua inadeguatezza. Poi improvvisamente veniamo tirati indietro, sempre più rapidamente, a farlo è sempre la nostra guida, il narratore – Palahniuk nel ’96 e Fincher nel ’99 – ogni voltare di pagina del romanzo di Pahalaniuk ed ogni cambio inquadratura del film di Fincher diventano, nel rivelare il colpo di scena finale, come lo sbattere di palpebre di noi spettatori che lentamente veniamo tirati indietro, passo dopo passo, in modo da poter vedere anche gli altri puntini, vedere come si avvicinano sempre di più, sempre più numerosi a formare un’immagine inaspettata e potente, quanto mai credevamo potesse derivare da quel singolo puntino.  L’immagine ci rimane impressa sempre più completa e complessa nella retina e alla fine ci troviamo fermi immobili ad ammirare un quadro straordinario, mentre alle nostre spalle la guida sorride misteriosamente.

Quando parliamo di Fight Club 2 invece, dobbiamo pensare a qualcosa di più complesso e attuale: un’immagine che è generata dall’insieme di altre immagini. Inizialmente vediamo solo un’immagine di partenza. Un’immagine che non sembra aver bisogno di approfondimenti o chiarimenti che può essere guardata fissa e con attenzione o di sfuggita senza pensarci, darà lo stesso identico effetto. Poi, ancora una volta, veniamo tirati indietro. L’immagine principale – la situazione di partenza – viene affiancata da tante altre immagini, in qualche modo concettualmente collegate alla prima, che contribuiscono a dare un valore completamente diverso a quella di partenza ed ecco che quando pensiamo di aver visto tutto quello che serviva a capire l’opera, continuano a tirarci indietro, fino a quando le immagini aumentano e aumentano sempre più, rendendoci conto che non sono in un ordine casuale, ma in uno prestabilito che alla fine ci permette di capire che tutte quelle immagini messe insieme e osservate dalla giusta distanza, danno origine ad una grande immagine più complessa e sconvolgente.

Una volta capita la metafora bisognerà anche ricordarsi che in realtà le due opere sono uno il seguito dall’altro e allora dovremo sforzarci di aggiornare la metafora, quindi l’immagine puntellinista totale che abbiamo visto nel primo esempio sarà quella prima immagine che noi vediamo e che sembra tanto completa di per sé, ma che in realtà è solo metà percorso in una rivelazione ancora più grossa. Questo è infatti quello che forse potremmo definire il secondo difetto di “Fight Club 2“: l’essere complesso in un modo che non tutti sanno afferrare e apprezzare. Senza contare poi che, esattamente come il fruitore delle opere d’arte sopracitato sarò esposto ad una sorpresa continua, lo stesso accadrà al lettore che si troverà ben presto schiacciato da una sequenza di colpi di scena forse eccessivamente serrata per essere definita come armoniosa. A questo punto si può dire che la regola numero cinque per leggere Fight Club 2 è: siate pronti per ricordare e comprendere più di una sola trama.

Sesta Regola del Fight Club: niente camicie, niente scarpe.

Tenete gli occhi aperti e la mente spalancata. L’opera infatti oltre ad essere complessa, arriva anche ad essere estremamente sopra le righe, anche per un autore come Chuck Palahniuk. Lo stile è infatti inizialmente dark e quasi sinistro, come ci si sarebbe aspettato, poi lentamente e sempre di più, quest’atmosfera sparisce e prende sempre più piede l’assurdo e l’ironia. Questo stile non è solo rappresentato nella trama o nello story telling, ma anche nei disegni di Cameron Stewart e nella colorazione di Dave Stewart. I disegni infatti sono capaci di amalgamarsi perfettamente ai testi di Palahniuk, raccontando con tavole mozzafiato quello che i personaggi vivono, raccontano o sentono e ricorrendo ad espedienti grafici geniali per aiutarci a calarci nella mente dei protagonisti (le pillole disegnate come appoggiate sul foglio a coprire pezzi di dialoghi, ricordano l’iniziale stordimento in cui vive Sebastian proprio a causa delle pillole) o proprio per spiegare meglio una situazione (i petali che ancora una volta oscurano la scena per rappresentare la crisi nel rapporto tra Marla e suo marito all’inizio e che poi tornano a irrompere verso la fine, per rappresentare il caos che ormai regna sulla scena).

Tutto ciò si rispecchia anche nelle cover di Mack che per quanto rimangano più marcatamente Dark, riescono comunque a mostrare un elemento ironico crescente, ma riuscendo comunque a dare un’immagine significativo che è un ottimo indizio per tentare d’intuire cosa succederà ai personaggi, ma senza rovinare i vari colpi di scena. Questa scelta narrativa e rappresentativa, così come il fatto di vedere l’autore stesso insieme a tanti altri personaggi irrompere letteralmente nella storia, sono il genere di cose che solo una mente aperta può accettare. Forse anche in questo trova spiegazione il ritmo della storia, la cascata di colpi di scena che arriva verso metà della graphic novel e le tavole che mostrano un ritmo via via più serrato: Palahniuk potrebbe voler far stancare il lettore per prenderlo di stanchezza, fargli abbassare ogni difesa e costringerlo a farsi travolgere dal finale.

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Settima Regola del Fight Club: il combattimento andrà avanti fino a quando deve.

La settima regola per chi vuole leggere Fight Club 2 è: non giudicate l’opera completa fino a quando non avrete letto anche l’ultima pagina. Questa è una regola fondamentale perché nel 2016 è fin troppo facile giudicare un seguito solo in quanto tale, se arriviamo pagina tre di un libro o di un fumetto che è sequel di qualcosa che conosciamo e non è esattamente come lo volevamo, allora facciamo presto a chiuderlo e a giudicarlo senza averlo finito. Se ciò è sbagliato con qualsiasi opera in genere è sbagliato principalmente con un’opera come Fight Club 2, la quale si sviluppa su tanti piani e in tante direzioni, mostrandoci anche stralci del passato di certi personaggi che sono fondamentali e di cui non avevamo idea. Se chiudete il libro quando vedete entrare in scena Chuck Palaniuk allora vi perderete il meglio, se cominciate a gettare la spugna quando vedrete una società no-profit di realizzazione dei sogni dei bambini morenti trasformarsi in un centro strategico militare, allora non potrete capire il senso che ha e rimarrete letteralmente fregati. Da chi? Ma da Chuck Palahniuk, ovviamente.

Ottava Regola: se questa è la tua prima notte al Fight Club, allora tu DEVI combattere.

La regola numero otto del nostro decalogo è: Se avete letto Fight Club o avete visto il film, se siete fan di Fight Club in qualsiasi modo, allora dovete leggere Fight Club 2. La storia infatti potrebbe vedere qui la sua conclusione definitiva e, oltretutto, permette di capire qualcosa di molto importante: il punto di vista di Palahniuk sul successo di Fight Club, un punto di vista che però lui mette in chiaro non per imporlo ma quasi per aprire un confronto con il pubblico, per spiegare in cosa il Fight Club è stato snaturato e cambiato grazie al film e alla percezione della gente e cercare di capire cosa invece è il Fight Club oramai nella cultura popolare. Un confronto che non poteva avvenire in modo migliore se non con l’ingresso, o meglio, l’irruzione dello stesso pubblico nella pagine della graphic novel, per lamentarsi del primo finale e decidere di prendere il controllo, per scriverne un secondo. Come? Questa parte non l’avevo ancora spiegata.

Nona regola del Fight Club: le regole del Fight Club sono soltanto otto, ma tu non te lo aspettavi

Il titolo di questa nona e ultima parte (no, non è davvero un decalogo) è il sunto migliore che si può fare per capire quello che Palahniuk vuole dire al pubblico. Tutti quanti ricordano la prima regola del Fight Club, o meglio, ricordano una frase: “Prima Regola del Fight Club: non si parla del Fight Club“, una frase pronunciata da Brad Pitt nel film e si sa, cosa può rimanere più impresso di lui con una canottiera, sudato e sporco, con le cicatrici sul viso? Poco altro, forse. Infatti tutti ricordano la prima regola… e poi basta. Già a sentirsi chiedere la seconda, forse buona parte dei fan si silenzierebbe. Com’è possibile? E’ identica alla prima! Sì, ma non è legata a nessuna scena particolare. Il centro della storia è difatti il fatto che un’idea possa prendere vita propria, rendersi indipendente e avere degli effetti sul mondo reale. Tyler Durden nè è l’esempio letterale. Un cattivo che il pubblico ha trasformato in mito che tenta in tutti i modi di uscire dal racconto per diventare una persona vera, costringendo lo stesso autore a scendere in campo, a tenere d’occhio la storia e i personaggi, e ad aiutarli. Eppure Palahniuk scrive il suo finale, ma il pubblico, non contento, scrive il proprio. L’irruzione e la presa di controllo di quest’ultima è però già un’altro finale, il finale del conflitto pubblico/autore, in quanto lui ammette di non avere il controllo di un’idea, in quanto questa non gli appartiene più. Il quarto finale, quello definitivo, è un finale che in realtà è aperto, in quanto lascia al lettore la possibilità di un interpretazione definitiva.

La cosa decisamente più importante però non è nel finale in sé. Difatti Palahniuk racconta la storia privandola di quel tono dark e catastrofico da cui il primo libro era caratterizzata, piano piano si fa spazio l’ironia, l’assurdo e l’esagerazione, quasi che, nonostante non voglia arrogarsi il diritto di governare le idee in genere, voglia esporre tutto il ridicolo di quella specifica idea, per evitare che qualcuno la possa prendere troppo sul serio. Lasciando quindi che il pubblico vada via, per la sua strada, con la propria idea, ma comunque con un sorriso sulle labbra e con l’ultima parola. Difatti Palahniuk sembra usare il finale per dire la sua sul film, oltre che usare la pellicola e la sua celebrità proprio come simbolo dell’idea che diventa della gente e si allontana dall’autore, arrivando a mettere in bocca ad un personaggio un giudizio sprezzante al riguardo e arrivando a disegnare il capitolo finale di Fight Club, per metterlo in coda al finale di Fight Club 2.

Una scelta finale che insieme all’eccessiva complessità e all’incalzare dei colpi di scena va a costituire il terzo grave difetto di quest’opera, essendo il brusco risveglio da quello che era diventato praticamente un viaggio onirico tra letteratura, fumettologia e un meta-amalgama delle due. In conclusione è però vero che il Fight Club è diventato un così detto must know della cultura popolare ma che nonostante questo sembra che pochi siano quelli che lo conoscano davvero, solo perché molti si fermano al film che è andato di moda, arrivando – come dice un personaggio in ” Fight Club 2 ” – a non sapere nemmeno che ne esista un libro.

Fight Club 2

Fight Club 2
9

Storia

10/10

Disegni

10/10

Colori

10/10

Leggibilità

7/10

Pros

  • Trama elaborata e ben pensata
  • Ottimo utilizzo dell'ironia
  • Ottima unione del comparto grafico e di quello narrativo
  • Ottimo uso di diversi stili di disegno

Cons

  • Complessità forse elitaria
  • Ritmo troppo serrato con l'avanzare della storia
  • Mancanza dell'indipendenza dell'opera

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