Dragon Quest Heroes II, la recensione – NO SPOILER

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Lorenzo Prattico
Concepito davanti Monkey Island, sopravvivo grazie al sushi, al kebab e all'immensa gioia del sapere che chi preferisce il settimo Final Fantasy all'ottavo, prima o poi, morirà.

Concepito davanti Monkey Island, sopravvivo grazie al sushi, al kebab e all'immensa gioia del sapere che chi preferisce il settimo Final Fantasy all'ottavo, prima o poi, morirà.

Questi ultimi mesi hanno definito secolari battaglie nel vecchio continente: agli Europei non piacciono né l’estrema destra né i musou… e sulla prima questione un po’ hanno titubato.

I ragazzi di Omega Force hanno da poco tirato le somme per il loro Berserk and the Band of the Hawk, le vendite in Europa, paragonabili al numero di abitanti di Guidonia Montecelio (RM), non devono averli lasciati proprio soddisfatti: serviva il colpo grosso, una IP consolidata capace di far cassa appassionando fan vecchi e nuovi

A un anno di distanza della release nipponica, Dragon Quest Heroes II si mostra al mondo occidentale con una nuova componente open-world e con il character design di  Akira Toriyama, il papà della metà degl’anime passati su Italia Uno.

Il primo capitolo, Dragon Quest Heroes, uscì nel 2015 e appassionò la critica per la bella seppur abbozzata componente GDR: nonostante la ripetitività di creature e moveset fosse quasi al limite dell’anacronismo, il gioco riusciva a portare una ventata di fresco all’interno di una serie lunga oltre vent’anni, dimostrando come  si possano rinnovare la meraviglia e la curiosità attorno ad un brand già avviato.

Saranno riusciti i ragazzi di Omega Force a fare lo stesso col secondo capitolo?

Spoiler: No

Và che bello il KingSlime che se la ride, và

Le trame che anche no

I difetti del primo capitolo erano essenzialmente due: una componente ruolistica fortemente limitata da scenari chiusi e monotoni e una trama veramente esigua, esempio unico nell’universo di Dragon Quest.

Se l’introduzione dell’open-world  e di un numero maggiore di skills-tree e abilità speciali ha in parte risolto il primo aspetto, il discorso della trama è forse peggiorato: il canovaccio narrativo di base sembra copia-incollato direttamente dal primo episodio, con linee di dialogo capaci di far rabbrividire uno sceneggiatore dei Teletubbies.

Mille anni dopo la Guerra dei Re, i Sette Regni vivono nella pace e nell’armonia: a dare il calcio d’inizio per la trama sarà il prinicipe di Dunisia, mettendo a ferro e fuoco le terre del Re Kal. Proprio il principe di quelle terre, Kisa, incontrerà i due protagonisti, Lastaar e Theresa, per metterli in guardia da un’antica profezia: la Guerra delle Guerre sta arrivando e nessuno dei sette regni si salverà.

Lui più focoso, lei più riflessiva, i due cugini intraprenderanno una lunga avventura per salvare il mondo, incontrando nuovi personaggi e vecchie conoscenze dei giochi passati, potendo di volta in volta scegliere chi andrà a comporre il proprio team.

Fine. Fine sul serio, perché la trama termina qui. Nessuno scambio di battute illuminante o un linea di dialogo pregna di eroismo: addirittura nella fase finale di gioco, i discorsi di Lastaar faranno temere una overdose di Red Bull, lasciando il fan della serie allibito.

A risollevare la situazione le tante comparsate e le chicche: Angelo, Torneko, Myra quel duo fantastico che possono creare solo Carver e Terry e personaggi del tutto nuovi come Desdemona e Kisar.

Per portare a termine il tutto abbiamo speso cinquanta ore di gioco, anche se per terminarlo ne dovrebbero bastare una quarantina, comunque il quadruplo della durata del primo episodio, senza nessuna svolta strutturale o colpo di scena degni di questo nome: le poche scoperte -tutte sul finale- saranno talmente lente nel raccontarsi da poter essere indovinate tranquillamente entro i tre quarti del gioco.

Si, si: Terry e Carver. Modelli di Abercrombie & Fitch spostatevi.

Un musou comunque degno di questo nome

Nonostante tutto Dragon Quest Heroes II , riesce a vantare una componente GDR davvero ben strutturata: ogni personaggio presenta proprie abilità che variano dall’attacco fisico alla magia, con la possibilità di trasformarsi in creature fantastiche e addirittura a cambiare la classe dei personaggi principali in corso d’opera, garantendo una personalizzazione veramente completa delle strategie di squadra.

Sempre di enorme supporto, la barra dell’Alta Tensione: già proposta nel primo capitolo, ma con ancora più specializzazioni  e scenografie, permetterà di eseguire colpi speciali dall’enorme vantaggio tattico.

E a proposito di ritorni, direttamente dal primo capitolo abbiamo le Monete Mostro, strumenti magici ottenuti sconfiggendo le creature del gioco: oltre a quelle già viste di Attivista e Sentinella, fanno la sua comparsa le medaglie Sostituto, che ci permetteranno di mutare per un breve lasso di tempo i personaggi del team nelle creature catturate durante il gioco, ognuna con caratteristiche specifiche.

Un po’ hack ‘n’ slash, un po’ musou, il gioco può contare su tutti questi punti per appassionarvi e tenervi incollati allo schermo per le prime ore di gioco, ma dopo?

L’ open-world, vero punto di forza del gioco, si esaurisce presto in scenari abbastanza ripetitivi, missioni secondarie sempre uguali e una legnosità nei comandi assolutamente ingiustificata. Addirittura l’Alta Tensione non presenta un mirino a schermo, costringendovi a trovare un nome ad un’emozione tutta nuova: quella che si prova dopo aver perso con un boss con un 1 hp, perché la spettacolare mossa dell’Alta Tensione è finita a pochi centimetri dal suo piede.

Se non siete appassionati dei musou, al termine del gioco il NG+ vi apparirà quasi un’opzione masochista.

A bocca aperta: o per uno sbadiglio o per meraviglia, ma sempre a bocca aperta

Chi sei, Goku, non lo….vuoi sapere

Eppure, eppure… la direzione artistica di Akira Toriyama si fa sentire.

Per quanto, a distanza di ventisei anni, lo stile del papà di Dragon Ball potrebbe anche osare di più, non è proprio possibile aprire bocca: il character design è eccezionale, sopratutto quello delle creature, sono forse anzi i protagonisti ad essere i più anonimi, forse proprio per aumentarne l’immedesimazione.

Tra maiali, orchi, scheletri e creature a cui è addirittura difficile dare un nome, vi sentirete circondati da un mondo unico, a cui basterebbe qualche ora di lavoro in più (o qualche ora di gioco in meno) per sfuggire alla monotonia ed essere perfetto.

Forse è proprio la mancanza di una reale ”profondità” delle creature quella che manca: vengono tutte presentate come sagome riempitive che per quanto meravigliose non sembrano mai realmente ”vive”. Basti pensare che le debolezze elementali di una creatura che vive  in un ghiacciaio sono le stesse del ”cugino” che vive nella prateria, rendendo il mostro di fatto anonimo e privo di particolari: un’opera d’arte splendida, ma vuota.

Il comparto sonoro vi accompagnerà con musiche sempre adatte e mai invasive: se dopo aver giocato vi troverete alle poste a fischiettare la main track…vi capiamo. Da dimenticare la localizzazione inglese, un po’ troppo teatrale, mentre la localizzazione giapponese caratterizza tutti i personaggi al meglio, rendendo la monotonia narrativa del titolo comunque più accettabile. A regalare sorprese è la localizzazione italiana: vedere Torneko tradotto in Baldo Baldini, mercante fiorentino…fa il suo bell’effetto.

E a un certo punto, ti basta una gigantesca palla spinata roteata da un fiorentino pasciuto e rivaluti il gioco

Cinquanta ore di buio

Basteranno un gran design e battle system sicuramente spettacolare a salvare il gioco? Sicuramente ad aiutare il tutto viene in aiuto la componente multiplayer, con la quale è possibile aiutare altri giocatori nei propri mondi o accoglierli nel proprio: il divertimento è assicurato. Ma per il resto?

A differenza del primo capitolo, la vena innovatrice sembra esaurita, forse proprio il non perfetto periodo economico che la Omega Force sta vivendo da un paio d’anni ha influenzato in qualche modo: si è preferito andare sul sicuro che rischiare una reale svolta nel titolo e un ipotetico successivo flop.

Sarebbe bastata qualche attenzione in più nel gameplay, una trama meno dispersiva e sopratutto una durata minore per renderlo il titolo perfetto da far provare a un neofita dei musou e allargare il bacino d’utenza di un genere che in Europa si vede surclassato da titoli come ”Giulia Passione Portinaia”

I rimpianti rimangono, sopratutto quello di aver dovuto scoprire tutte queste lacune a un anno di distanza dai cugini giapponesi. Vi ricordiamo che Dragon Quest Heroes II è disponibile dal 28 Aprile per PS4, PS3, PSVita e PC, ad un prezzo sempre intorno alla cinquantina d’euro. Se lo proverete, fateci sapere!

Dragon Quest Heroes II

Dragon Quest Heroes II
7

Narrazione

6/10

Gameplay

7/10

Grafica

8/10

Musiche

8/10

Se avete voglia di Musou

7/10

Pros

  • Il design di Toriyama è a livelli divini
  • Bella componente GDR
  • Musica da ascoltare almeno una volta

Cons

  • Gameplay legnoso
  • Lunghezza veramente eccessiva
  • Trama fragile e scontata
  • Le autorità sono attualmente alla ricerca della spinta innovativa del primo capitolo

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