Cinema horror e nostalgia anni ’80 – Intervista a Roberto D’Antona, regista di The Wicked Gift

Cinema
Giorgio Paolo Campi
Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta"; se non sta guardando un film o leggendo un fumetto chiamate aiuto, perché sicuramente la situazione è grave. E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

Innamorato del cinema da quando a sei anni vide "I predatori dell'Arca perduta"; se non sta guardando un film o leggendo un fumetto chiamate aiuto, perché sicuramente la situazione è grave. E' in procinto di fondare una religione che proclami Macaulay Culkin il nuovo messia.

E’ una tranquilla serata d’estate, sono davanti al PC, aspettando di parlare con Roberto D’Antona. Quasi all’improvviso mi trovo di fronte un ragazzo giovane, con un viso che trasmette simpatia, calore, gentilezza. Sullo sfondo intravedo una parete coperta di poster e fotografie, tra cui riconosco molti personaggi del cinema e varie locandine. Classe 1992, Roberto ha già all’attivo come sceneggiatore, attore e regista vari cortometraggi, fan-movies, webseries e serie TV. Ora, con The Wicked Gift, co-prodotto da L/D Production e Movieplanet, siglerà il suo debutto definitivo nelle sale cinematografiche. Con Roberto abbiamo discusso di questo e non solo: la conversazione ha toccato anche tematiche come i cinecomics, le webstar o la situazione attuale del panorama cinematografico italiano.

L’incontro con un addetto ai lavori come lui costituisce sempre una preziosissima occasione di scoperta e di crescita, oltre che un significativo sguardo da un punto di vista privilegiato ed estremamente competente, che apre nuove prospettive su un mondo spesso visto – e vissuto – da semplici spettatori.

Ciao Roberto; per prima cosa lasciami dire, a nome mio e di NerdPlanet, che è un grande piacere parlare con te e che siamo davvero onorati che tu ci abbia concesso questa intervista in esclusiva prima dell’uscita del tuo film nelle sale. Prima di discuterne però, patrlaci un po’ di te e della tua esperienza come regista prima di questo debutto al cinema.

Io arrivo dalla strada, dal nulla. Solo il fatto di essere giunto fin qui, poter vedere il mio lavoro trasmesso in sala, e sentire persone che discutono e si scambiano pareri costituisce una vittoria e una enorme soddisfazione. La mia carriera è cominciata da attore, e la recitazione è tuttora la mia passione più profonda: mi ritengo un attore-regista piuttosto che un regista-attore. Prima di ritornare alla regia con la mia ultima serie, The Reaping (2017), e con The Wicked Gift, i lavori più importanti nella mia carriera di regista sono stati due.

Dylan Dog: Il Trillo Del Diavolo (2012) fu un esperimento: impostato come un vero e proprio blockbuster, ma girato praticamente senza budget; fu premiato come Miglior Fan Film al Cartoomics Fan Film Festival a Milano nel 2013, e grazie ad esso mi sono fatto conoscere a livello nazionale. La seconda tappa è stata segnata da Johnny (2014), che ha costituito un vero e proprio cambio di marcia: ho dato un’impostazione molto più cinematografica, e ho curato nel dettaglio la recitazione. Johnny ha ricevuto vari premi internazionali [tra cui due personali per Roberto: Best Lead Actor e Best Villain. La sua carriera da attore poi è stata lanciata soprattutto dal ruolo di Condom nel film Insane (2015), che è valso a Roberto ben quattro premi come Best Supporting Actor  uno di essi agli American Movie Awards 2015, ndr].

In fondo al mio cuore però rimaneva la passione per la recitazione, e proprio per recitare da due anni e mezzo mi sono trasferito da vicino a Taranto in Piemonte, nel novarese, dove lavoravo già da qualche tempo. Qui all’inizio mi sono dedicato anche ad altri lavori finché non ho conosciuto Annamaria Lorusso, co-fondatrice e mia socia in L/D Production, e tengo molto a dire che non sarei arrivato a questo punto senza il suo aiuto e il suo supporto. Con lei sviluppo ogni nuovo progetto, e fu lei la prima a credere in me e investire su di me sin dal mio ritorno alla regia con The Reaping.

Non ho deciso di dedicarmi alla regia per fama o per semplice velleità artistica, ma per divertirmi e divertire chi guarda il mio prodotto, per emozionare e fare in modo che il pubblico abbia un ricordo piacevole del momento in cui ha visto il mio film. Se arriverà anche un guadagno, ben venga, ma credo che fare cinema sia soprattutto produrre dell’arte, ed il mio scopo è appunto questo: proporre un buon prodotto dopo aver lavorato bene. Certo, il cinema può anche diventare mestiere, e spesso è così, ma le due cose non si escludono necessariamente a vicenda: non bisogna mai dimenticare che nasce come espressione artistica. Il mio primo film sarebbe dovuto essere un altro, a cui ora sto lavorando, ma ho scelto l’horror per il mio debutto perché ritengo sia la vetrina migliore per presentarsi al pubblico.

Da qui in avanti, spero di proseguire e presentare prodotti tra loro diversificati, e non fissarmi su questo genere necessariamente. Sarebbe molto significativo per me sapere che gli amanti e gli appassionati del genere horror apprezzino e riconoscano il lavoro, la passione e l’impegno che io e tutto il team abbiamo profuso nella realizzazione di The Wicked Gift.

Concentriamoci sul film ora: di cosa parla The Wicked Gift? Com’è nata l’idea per questo film?

L’idea è nata da me, dalle mie paure più profonde, che sono anche quelle di molti: essere soli in casa di notte, il terrore che gli incubi si riversino nella realtà al momento del risveglio, perdere i denti, essere osservati da qualcosa di “non-umano” nel buio… Le scene di terrore del film presentano situazioni che, personalmente, mi spaventerebbero a morte.

Il tuo film infatti è caratterizzato essenzialmente come un thriller-horror. Quali sono state le tue ispirazioni e i tuoi punti di riferimento a livello registico o più generalmente cinematografico nel progetto e nella realizzazione del film?

Guardo veramente di tutto, dalle Tartarughe Ninja a Full Metal Jacket. I miei registi preferiti e quelli da cui ho tratto maggiore ispirazione, però, sono sicuramente Sam Raimi e John Carpenter (in particolare il Carpenter degli anni ’70 e ‘80). Sono loro che mi hanno fatto innamorare del cinema: il mio film preferito in assoluto è Grosso guaio a Chinatown. Altri registi che apprezzo nel panorama attuale sono Quentin Tarantino e David Fincher; riguardo all’horror, amo molto quello orientale – soprattutto Takashi Miike – e James Wan che ha saputo coniugarlo con quello hollywoodiano.

In che modo questi modelli hanno influito sulla realizzazione di The Wicked Gift?

Il mio genere preferito in assoluto è il thriller, ecco perché Fincher: Se7en, Fight Club, The Game, Gone Girl, sono tutti film in cui ha espresso il meglio della sua personalità artistica.

Poi amo tutto il cinema anni ’80, e mi sento molto affezionato a pellicole come I Goonies, Ghostbusters, Stand by me e molte altre: da questo punto di vista mi sento certamente nerd anche io. Raimi e Carpenter però riuscivano a fare magistralmente qualcosa di diverso rispetto agli altri, qualcosa che li distingue, come una sorta di marca personale e autoriale: il mix di generi. Prendiamo Grosso guaio a Chinatown, per esempio: l’elemento di base è senz’altro horror (alla fine si parla di mostri), ma con il personaggio di Jack Burton, il protagonista, che si spaccia per eroe quando di certo eroe non è, si insinua anche una linea di comicità. Senza contare gli elementi fantascientifici negli effetti visivi, i combattimenti di arti marziali e un’infinità di altre suggestioni. La stessa cosa vale per Raimi: in Evil Dead l’effetto sortito è misto tra la repulsione determinata dall’estetica slasher/splatter e la risata. Recentemente questo modo di fare cinema, in ambito hollywoodiano, l’ho riscontrato soltanto in Quella casa nel bosco.

Questa stessa poliedricità di generi ho tentato di metterla in scena anche io in The Wicked Gift: quando io e Annamaria abbiamo pensato alla trama, eravamo perfettamente consapevoli che, al giorno d’oggi, fosse difficile realizzare qualcosa di originale ed innovativo in quest’ambito, perciò più che sull’horror puro abbiamo puntato sul thriller psicologico, ma costantemente contaminato da queste sfumature di generi.

Sembra interessante questo aspetto del mix di generi che strizza l’occhio agli anni ‘80; ben si accorda con l’utilizzo dell’horror come il metagenere per eccellenza. Ci possiamo quindi aspettare anche questo risvolto, cioè che tratterai di cinema attraverso il cinema?

È proprio ciò che ho intenzione di fare con The Wicked Gift. A prima vista potrebbe apparire come una classica storia di mostri o fantasmi, ma non è così; o almeno, non solo. Si tratta essenzialmente di un thriller psicologico, ma la sfumatura horror si sente moltissimo. I miei riferimenti “moderni” per scene di questo tipo sono stati principalmente The Conjuring e The Witch. Alcune scene sono piuttosto forti: il mio scopo era quello di spaventare, e spaventare sul serio, non costruire le solite scene di tensione che si risolvono sempre in un nulla o in un jumpscare; nello stesso tempo, però, il film è capace anche di far ridere, e in alcuni momenti si porta persino verso il drammatico. Non dura poco [111 min, ndr] e toni e atmosfere sempre fissi sull’horror avrebbero annoiato; anche per questo ho deciso di variare.

A questo mix di generi fa pendant anche il commento musicale messo in piedi da Aurora [Aurora Rochez, ndr], che passa da sonorità tipicamente anni ’80 (in scene più rilassate) a pezzi, per le sequenze più cupe, che possono ricordare quelli di Joseph Bishara per The Conjuring o Insidious, oppure la soundtrack di The Witch o de Il sesto senso. Per creare disagio e inquietudine nello spettatore sono stati sfruttati soprattutto cori, piano e violini suonati in modo da ottenere sonorità stridule.

Finora hai nominato soltanto registi americani come tuoi modelli e riferimenti; sembra imprescindibile però anche un confronto con la grande tradizione dell’horror italiano, dal momento che il tuo film debutta in Italia. Argento, Bava, Fulci, per nominare solo alcuni tra i maggiori: qual è il tuo rapporto con queste personalità e con le loro filmografie?

In Italia siamo grandi maestri del genere, e apprezzo moltissimo questo nostro passato illustre: i registi che hai nominato rimangono dei pilastri fondanti del cinema italiano, ed hanno giocato un ruolo importante anche nella mia formazione. Il mio film horror italiano preferito, anche per questioni affettive, rimane tuttora Dellamorte Dellamore di Michele Soavi, ma anche La chiesa ha un posto nel mio cuore. Tra i cineasti nostrani, è sicuramente lui ad aver avuto l’influsso più grande sul mio lavoro. Amo moltissimo anche Dario Argento, in particolare Profondo Rosso e Opera: credo che per molti aspetti i suoi film siano ancora attuali ed efficaci. Molti poi mi hanno detto che in alcune scene la mia regia potrebbe ricordare quella di Fulci, per l’uso dei colori.

Non mi viene neppure in mente di potermi accostare a registi del loro calibro, ma penso che il paragone sarebbe improprio in ogni caso: come ti dicevo, infatti, il target che ho tentato di raggiungere con The Wicked Gift è diverso. Non si tratterà di un horror “puro”, ma di qualcosa di più poliedrico, in grado di suscitare emozioni tra loro molto differenti. A livello più specificamente registico, comunque, mi vedo molto più “americanizzato” che italiano.

Parliamo di un aspetto cruciale per un film in cui compaiono personaggi non-umani o mostruosi: gli effetti speciali. Il trailer non mostrava molto, ma mi è parso che abbiate optato per effetti artigianali piuttosto che per la CGI. Si è trattato di una semplice questione di budget oppure di una scelta espressiva consapevole ed esplicita?

Francesco Longo ha fatto davvero un ottimo lavoro con gli effetti visivi, ma si tratta solamente di interventi di “riempimento”, sullo sfondo: cambi di scenografia, altri piccoli dettagli.

Se anche avessimo avuto un budget molto maggiore, non sarei comunque intervenuto nelle scene horror con la CGI. Quando guardo un film horror – e questo accade soprattutto con quelli orientali – provo molta più paura perché l’entità malvagia o mostruosa è lì, è vera, è un attore o un’attrice in carne ed ossa, si può toccare. I film invece che abbondano con la grafica digitale sul “mostro” non riescono a rendere le emozioni con questa stessa intensità; senza contare che tra qualche anno, come è normale, saranno invecchiati malamente, perché visivamente sembreranno già datati. Questo è uno dei vari motivi per cui, ad esempio, preferisco Il Signore degli Anelli a Lo Hobbit, Jurassic Park a Jurassic World, la prima trilogia di Star Wars rispetto a quella prequel.

Anche in questo perciò mi sento vicino agli anni ’80: effetti artigianali, sia per il make-up di base sia per cose più complesse; di questo si è occupata Paola Laneve [la madre di Roberto, ndr]. Nel film ci sono alcune scene splatter, con violenza molto forte, e anche per queste sono rimasto fedele a questa linea. Vorrei che le persone, guardando il mio film, provassero una concreta paura o disgusto, e queste emozioni possono scaturire soltanto da qualcosa di “vero”, cioè che consenta senza riserve di essere percepito come vero nell’ottica della sospensione dell’incredulità.

Nel cast, nonostante la produzione italiana, ci sono molti nomi stranieri. Cosa ci puoi dire sulla scelta degli attori?

In generale, più che su un cast impeccabile dal punto di vista tecnico, abbiamo deciso di optare per una diffusa spontaneità e naturalezza, perciò abbiamo scelto attrici e attori che fossero in grado di comunicare le emozioni che avevamo immaginato per i personaggi: amicizia, conforto, paura. E’ emerso così un cast di nuovi talenti internazionali e giovanissime promesse, come Kateryna Korchynska, mio fratello Mirko D’antona, Michael Segal, David White, Alessandro Pellino, Andrea Milan, Alice Viganò, Jan Argenio. Annamaria Lorusso si è cimentata nei panni della medium, e ne sono molto soddisfatto: il ruolo si è rivelato riuscitissimo. C’è poi Francesco Emulo, che lavora con me dagli inizi, sin da Dylan Dog, e che ormai considero come un fratello. Vederci sullo schermo del cinema l’uno accanto all’altro per la prima volta è stata un’emozione indescrivibile.

E’ in produzione in questi mesi un remake di Suspiria; se lo avessero proposto a te? Ti piacerebbe cimentarti in un lavoro di reboot o remake? C’è qualcosa di specifico su cui ti piacerebbe lavorare? E, più in generale, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In generale, non amo molto i remake; anche se considero come una categoria a parte che esula da questo giudizio quella manciata di pellicole, remake di film poco noti e molto datati – come La Cosa -, che costituiscono dei prodotti radicalmente diversi, dalle fondamenta.

Ogni regista esprime la propria arte con i suoi film. Perché dovrei sovrapporci la mia con un’operazione del genere? E’ solo il mio punto di vista, non critico né il remake in sé come concetto, né chi si dedica alla regia di uno di essi; anzi, complimenti a chi trova il coraggio di mettersi in gioco in questo modo: qualcosa di positivo può sempre emergere. Semplicemente io non me ne ritengo in grado, e non è nelle mie corde. Perciò non credo che avrei accettato la proposta di un remake di Suspiria, per due motivi: avrei troppo timore del confronto con un grande maestro come Argento e col suo capolavoro e del rischio di un fallimento.

Più che un remake, mi piacerebbe girare un film tratto da un videogioco, uno soltanto, perché lo amo follemente. Sono convinto che con un budget adeguato e la mia idea, la mia visione, potrebbe rivelarsi qualcosa di davvero bello: si tratta di Silent Hill. Chiaramente è un sogno, ed è destinato a rimanere tale, ma è sempre bello immaginare.

Sono già al lavoro per altro progetto [ancora sotto silenzio stampa purtroppo, ndr], per ora sulla sceneggiatura; avrà una base sicuramente thriller, ma tornerà di certo la caratteristica del mix di generi e ricorderà molto – davvero molto – più da vicino gli anni ’80.

Se avessi amplissime disponibilità, quasi illimitate – diciamo: se fossi un nuovo James Cameron – che cosa ti piacerebbe fare al cinema?

Tenterei di fare con disponibilità molto maggiori ciò che ho già provato a fare con The Wicked Gift: proporre un prodotto davvero innovativo, di cui negli ultimi anni si sente molto la mancanza. E coprirei d’oro Jim Carrey per farlo recitare nel mio film. Adoro Jim Carrey.

Sei in procinto di esordire nelle sale con un film di produzione indipendente. Cosa significa secondo te, in questo particolare momento, immettersi nel mercato italiano, oberato da cinepanettoni da un lato e comici della TV e webstar dall’altro?

E’ quasi un miracolo che The Wicked Gift esca al cinema, anche perché i capitali investiti nella produzione non sono nemmeno paragonabili a quelli utilizzati per altre produzioni indipendenti, come ad esempio Lo chiamavano Jeeg Robot [1,7 milioni € di budget, ndr]. Mentre lavoravamo al film eravamo consapevoli che, in un modo o nell’altro, ci avrebbero paragonati con le realtà che hai citato. Nel panorama italiano ammiro moltissimo personalità come quelle di Sydney Sibilia o Mainetti, ho apprezzato Veloce come il vento con Accorsi e Suburra di Sollima. Insomma, negli ultimi anni sembra che si stia smuovendo qualcosa, e perlomeno si percepisce un’apertura verso altri generi.

Per quanto riguarda le webstar, riconosco e prendo atto del fatto che il cinema non sia soltanto arte, ma anche business; in questo senso si può capire come le produzioni propendano per investire più sulla notorietà che sul talento effettivo degli attori. Anche in questi ambienti però, non tutto sembra nero: ad esempio, sono molto contento che i The Jackal siano riusciti a approdare al cinema, perché meritano molto. Dopotutto – basti pensare a Justin Bieber, l’esempio più eclatante – anche all’estero spesso e volentieri le webstar trovano un appoggio e grandi finanziamenti.

Per quanto riguarda i cinepanettoni, invece, credo siano commedie eccessivamente demenziali che non apportano nulla di innovativo nel panorama cinematografico italiano, chiuse nell’iterazione delle stesse scenette, pernacchie e nudi volgari ed inutili; si può far ridere in molti altri modi che non siano questi, e credo che anche il pubblico ormai se ne sia accorto e ne abbia abbastanza. Anche per questo credo sia ora di finirla e proporre qualcosa di diverso.

Ci troviamo in un’epoca caratterizzata prepotentemente da reboot, sequel, riprese di franchise che valgono milioni e milioni di dollari, cinecomics che dominano il mercato. Cosa ne pensi della Hollywood odierna?

Mi pare sia perlomeno discutibile, eticamente parlando, questa marcia sopra grandi titoli del passato per interessi di mercato. Oltretutto, i prodotti proposti hanno fortuna più per il nome che per la loro effettiva qualità; raramente mi è capitato di vedere qualcosa di “riesumato” che potesse vantare un livello complessivo anche solo discreto.

Riguardo ai cinecomics, ora come ora penso si stia esagerando. Il cinema è diventato un’arena dove si sfidano i grandi universi narrativi, DCEU contro MCU, e ciò che guardiamo sono i prodotti di una gara a chi riesce a produrre il film che faccia più scalpore. Chiariamoci, mi piacciono i film di supereroi, li guardo tutti, ma sinceramente faccio una grande fatica a trovare in queste pellicole recenti la stessa poesia che poteva avere lo Spider-Man di Raimi o il Batman di Burton. Ho apprezzato molto la trilogia di Nolan, Watchmen, Guardiani della Galassia (anche grazie all’affetto verso gli anni ‘80) e ho amato Logan; questi film però mi sembrano costituire delle eccezioni rispetto ad una tendenza generale verso il facile spettacolarismo. Ora l’idea sembra quella di mettere in scena quanti più personaggi dei comics possibili, anche minori; la maggior parte del pubblico però difficilmente si può affezionare ad essi, semplicemente perché non sono conosciuti se non durante i minuti del film.

Non vediamo l’ora di andare al cinema per The Wicked Gift, ma ancora non sappiamo quando uscirà. Ci puoi dire qualcosa di più?

Sì! Posso dirti che il film uscirà certamente quest’anno, molto probabilmente in autunno, ma ancora non so darti una data precisa.

Ti ringraziamo moltissimo per la tua disponibilità e la tua gentilezza, Roberto; noi di NerdPlanet ti auguriamo davvero ogni successo, e soprattutto che in futuro il tuo talento possa avere tutto il riconoscimento che si merita.

Appena inserito nel circuito dei festival, The Wicked Gift ha già ricevuto 4 nominations ai CIFF Awards 2017 (New York, USA):

  • Best Lead Actor – Roberto D’Antona [Ethan]
  • Best Supporting Actress – Annamaria Lorusso [Ada]
  • Best Supporting Actor – Francesco Emulo [Andrea]
  • Best Original Score – Aurora Rochez

Questa è la sinossi ufficiale del film di L/D Production:

Ethan è un giovane, timido e piuttosto riservato ragazzo che soffre d’insonnia da molti anni a causa dei suoi terribili incubi. Credendo di avere un disturbo della personalità, decide di vedere un terapista per risolvere i suoi problemi, ma sarà grazie all’aiuto del suo migliore amico e di una medium che affronterà un lungo viaggio, un viaggio che lo condurrà alla scoperta che i suoi incubi nascondono una disturbante verità, qualcosa di più oscuro e più sinistro di qualsiasi cosa avesse mai immaginato.

Se vi siete persi il teaser trailer di The Wicked Gift, lo potete trovare qui.

A questi link troverete i siti di L/D Production e Movieplanet e del film.

Qui invece potete trovare il sito personale di Roberto.

Nella gallery troverete i vari poster finora rilasciati:

 

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