Be Comics 2017 – Intervista a Paolo Maini, autore di A Sort Of Fairytale

Fumetti
Classe 1988, da sempre appassionata di cinema e fumetti, vive a Padova dove è ritornata dopo un lungo periodo trascorso tra Roma, Dublino e Matera. Assidua frequentatrice di mercatini dell'usato e fiere del fumetto, il collezionismo è il suo hobby preferito, insieme all'amore per la scrittura. Insegna italiano e storia e geografia alle superiori e alle medie, e spesso in classe parla volentieri di Dylan Dog, piuttosto che di Gabriele D'annunzio. Un suo maestro, un tempo, la rimproverò dicendole "Fare, o non fare! Non c'è provare!", e questo è diventato, ormai, il suo motto.

Classe 1988, da sempre appassionata di cinema e fumetti, vive a Padova dove è ritornata dopo un lungo periodo trascorso tra Roma, Dublino e Matera. Assidua frequentatrice di mercatini dell'usato e fiere del fumetto, il collezionismo è il suo hobby preferito, insieme all'amore per la scrittura. Insegna italiano e storia e geografia alle superiori e alle medie, e spesso in classe parla volentieri di Dylan Dog, piuttosto che di Gabriele D'annunzio. Un suo maestro, un tempo, la rimproverò dicendole "Fare, o non fare! Non c'è provare!", e questo è diventato, ormai, il suo motto.

Vi abbiamo già parlato qui di A Sort of Fairytale, un bellissimo fumetto edito da Noise Press. Noi di NerdPlanet.it abbiamo intervistato per voi l’autore del fumetto, Paolo Maini.

Tra riflessioni sulla scena fumettistica italiana e speculazioni su cosa significhi essere un autore, in questa bella chiacchierata abbiamo scoperto molte cose e, soprattutto, abbiamo potuto prendere atto concretamente del punto di vista di uno dei giovani autori italiani più promettenti del panorama fumettistico.

Troppe presentazioni potrebbero essere inutili, quindi ecco a voi il resoconto della nostra intervista.

La cultura pop, soprattutto quella legata al fumetto, sta invadendo sia i social che le librerie. Spesso però la qualità dei prodotti viene messa in secondo piano rispetto all’appeal che un determinato prodotto può avere sul pubblico. Spesso gli editori ragionano in numeri piuttosto che in termini di qualità. Secondo te come un prodotto a fumetti può distinguersi ed emergere dalla massa?

Per risponderti adeguatamente bisognerebbe, innanzitutto, parafrasare la classica frase d’ouverture degli illusionisti: “Non c’è il trucco, ma c’è l’inganno!”. Una buona storia nasce sempre da una sapiente cognizione delle mode e delle tendenze di background, poi sta a chi di dovere svilupparla e metterla in atto al posto giusto e nel momento giusto. Con questo non voglio dire che una buon prodotto, per essere tale, debba essere assolutamente “mainstream”, sia chiaro, ma non è certo un caso se storie di successo come “The Walking Dead” o “Outcast” (giusto per citarne qualcuna) siano approdate sul mercato in momenti specifici che le vedevano sincronizzarsi, quasi alla perfezione, con le mode e le tendenze letterarie/cinematografiche del momento. La distinzione può essere anche questa: saper riesumare un tema forte nel momento più opportuno… migliorandolo e contaminandolo fino al midollo con la propria visione. Poi, ovviamente, sta all’Editore saper “giocare di fino”. La qualità dovrebbe essere un caposaldo, ma i numeri, purtroppo, dominano sopra tanti aspetti. Sempre.

Allo stand 18 potrete trovare la casa editrice Noise Press

Entrando a gamba tesa nella questione, vorrei chiederti cosa significa per te essere un autore e come nasce un’idea. 

Ho un aneddoto sull’argomento che calza a pennello: non molto tempo fa mi ritrovai a dover dare una definizione di narratore (o autore che a dir si voglia) in seno alla prefazione del volume “La Storia della Navigazione” di Franco Caprioli. Ad un certo punto scrissi “cantastorie” e la cosa non piacque a qualcuno. So che il termine può sembrare riduttivo e “declassante” per certi versi, ma essere un autore vuol dire in buona sostanza questo… saper cantare una storia. Che sia vera o falsa poco importa, quel che conta veramente è che sia in grado di condurci laddove spesso, per i più svariati motivi, non possiamo o non vogliamo arrivare. 

Ovviamente la follia (che spero di aver sottinteso nei requisiti minimi per essere un cantastorie di nome e di fatto) necessita di metodo per essere contenuta e ingabbiata. Le idee non nascono sugli alberi o non si attivano con il classico pulsante on/off. A volte capita che ti prendano a braccetto così, senza preavviso. Altre volte si fanno desiderare fino allo stremo. Non esistono idee o soggetti brutti. Qualsiasi idea può essere vincente, ma per convertirla occorre coltivarla, credendoci a tal punto da scambiarla per vera. 

In buona sostanza bisogna sapersi ascoltare… ma, soprattutto, occorre ascoltare. 

Quali sono le tue fonti d’ispirazione principali e qual è stato il tuo background culturale che ti ha portato alla creazione di un’opera di ASOF?

In tutta onestà non sarei in grado di scindere nello specifico una o più fonti d’ispirazione costanti. Da che ho memoria non mi sono mai privato del gusto di guardare, leggere o scoprire una quantità esosa di storie che inevitabilmente sono finite per radicarsi saldamente al mio subconscio. A volte (per non dire spesso e volentieri) mi capita di citare inconsciamente situazioni cinematografiche o letterarie che difficilmente riesco a riconoscere sul momento tanto sono state rielaborate e adattate alle circostanze dalla mia “creatività”.

Detto questo, sappi che sono un figlio degli anni ottanta… ergo Spielberg, Lucas, Cameron, Scott, Carpenter e chi più ne ha più ne metta sono i miei padri spirituali per antonomasia. Per ASOF il discorso è più complicato: sicuramente una forte contaminazione viene, in primis, da “La Strada” di McCarthy, la cui lettura mi fece, per svariate motivazioni, venire letteralmente i lacrimoni. Poi, considerato il background, c’è inevitabilmente qualcosa di George Miller che non può non essere citato in circostanze post-apocalittiche. Ma sicuramente la contaminazione più simpatica è quella del topolino russo Fievel… e credimi se ti dico che non è di minor importanza rispetto alle altre.  

Tu sei autore di A Sort Of Fairytale, edito da Noise Press. L’opera ha un valore simbolico e trasversale e si può inserire anche in quel filone di narrativa didascalica, che arricchisce il fruitore di insegnamenti profondi. Vuoi parlarci un po’ del progetto?

Ricordo che in prima fase di progettazione di ASOF (si parla del 2011) uno dei desideri imprescindibili, a cui non avrei mai e poi mai rinunciato, era quello di mostrare un mondo senza speranza attraverso gli occhi innocenti, ma colmi di fantasia, di un bambino. Questo perché, oggi come allora, sono fermamente convinto che la soggettività sia un motore unico che da origine a tanti micro universi che si frappongono a quello più vasto che chiamiamo realtà. La fantasia di un bambino è un’arma potente perché pura e incorruttibile. È ricca a prescindere dalla povertà dello scenario e, soprattutto, ha il potere di compensare sempre quel che manca.

Vi è poi anche il desiderio di confrontarmi con i dogmi alla base delle fiabe, per definizione classiche, modernizzandoli e perché no… sfatandoli in alcuni casi. Una fiaba a quasi sempre un lieto fine e il più delle volte si scopre che il cattivo non è mai del tutto tale. ASOF, al contrario, non vuole essere una fiaba, ma una specie. Qualcosa indirizzata a noi adulti, abituati ad arrenderci di fronte al tragico. Forse perché sterili di quella fantasia che ci arricchiva, ammortizzando il peso del mondo, quand’eravamo bambini.

Per ora sono stati distribuiti i primi due volumi di ASOF, cosa pensi che possa succedere nel futuro editoriale dell’opera?

Il terzo volume segnerà sicuramente la chiusura dell’avventura di Zoe, ergo dell’opera. Non ho mai amato le storie che la tirano troppo per le lunghe e sono convinto che ritardare l’inevitabile finisca per non giovare, presto o tardi, alla struttura portante di una trama. Sicuramente mi piacerebbe vedere una raccolta unica dei tre volumi, magari arricchita con qualche add-on che tengo in saccoccia a mo di sorpresa dell’ultimo minuto. Quel che è certo è che Luca Frigerio e Alessandra Delfino, da eccellenti editori quali sono, sapranno sicuramente dare una veste definitiva più che degna all’opera. 

Insieme a Christian Marra porti avanti un progetto editoriale, a mio avviso, molto importante che è quello di Passenger Press, una realtà “indipendente” nel panorama letterario e fumettistico italiano. Qual è la tua esperienza in questo ambito e soprattutto come si relaziona un editore all’autore? Visto che puoi parlare da entrambi i punti di vista.

Christian è un visionario. Un personaggio rarissimo nel nostro settore proprio perché è sinceramente innamorato del fumetto. Lo seguo con ammirazione dal 2008 (quando l’idea di “arrembare”, è il caso di dirlo, nel mondo del fumetto non costituiva nemmeno un antipasto per intenderci) e non ho potuto fare a meno di sentirmi lusingato quando mi propose, due anni fa, di spalleggiarlo nell’impresa nobile di Passenger Press. In passato ho avuto altre esperienze indie, anche più organizzate (almeno sulla carta) di questa. Ma il lavoro che Christian svolge da solo (è giusto sottolinearlo) da dieci anni a questa parte è sicuramente degno di celebrazione. 

Oggigiorno non è facile porsi come editore di idee nostrane e innovative in un mercato scostante e, soprattutto, nipote di un’identità ben marcata e radicata, ma il fumetto indipendente nasce per dar voce ad una minoranza (ma maggioranza di fatto) produttiva che ha davvero tanto da dire, sia per stile che per qualità delle idee. Essere in prima linea, sia come autore che come co-editore, non è una passeggiata… ma è sicuramente un’esperienza che regala una vasta dose di emozioni e soddisfazioni proprio perché si è parti integranti e fondamentali di qualsiasi progetto promosso dalla realtà in questione. Per il resto posso solo dire che Christian è un’editor nettamente più “crudele” del sottoscritto… ma è quasi certamente lo Yoda che qualsiasi autore vorrebbe al suo fianco.

Come vedi il panorama del fumetto italiano da qui a cinque anni? E quanto le case editrici indipendenti possono fare per la rinascita del genere?

Vista l’instabilità del mercato è davvero difficile fare una previsione accurata di quel che sarà del fumetto italiano. Alcune case editrici, nate nell’anonimato, hanno prepotentemente preso forza negli ultimi anni, tanto da arrivare a competere a suon di numeri con quelle storiche e mastodontiche.  Ergo le possibilità ci sono e sono più che concrete, ma una vera rivoluzione non si ha nella disunione. Occorrerebbe unirsi per dare quanta più varietà al settore, sia da un punto di vista pratico che tecnico.

È incredibile poter constatare come alcune case editrici di rilievo si facciano forza con la varietà tralasciando l’impaginazione o la strutturazione del design di un albo, dettagli che, per contro, non vengono assolutamente tralasciati da case editrici minori o indipendenti. Forse il ragionamento può sembrare un po’ utopico, ma io sogno questo: un settore unito e cooperativo che dimostri finalmente di non aver nulla da invidiare alla concorrenza europea e d’oltreoceano. 

Per concludere, qual è l’aspetto migliore e quello peggiore di essere un autore?

Per come la vedo io, creare è il “mestiere” più bello del mondo. Una soddisfazione che raggiunge la piena e assoluta concretezza nel momento in cui ti rendi conto che quel che custodivi gelosamente in testa prende vita al punto di governarsi da solo, in certi casi. Per contro va detto che le idee non si creano con un pulsante e in certi casi il processo creativo assume i medesimi connotati di un parto.  Ma, ripeto, è un “mestiere” che non cambierei con nessun altro e per nessuna ragione al mondo.

 

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